Il signor Putin
è una persona per bene.
Sì è vero, quando era piccolo comandava il Kgb,
il servizio segreto sovietico
gente che mangiava veramente i bambini
e poi scoreggiavano sui diritti umani.
Ma poi è diventato una persona per bene
si è disintossicato gradualmente
sterminando i ceceni.
Han fatto bene i nostri governanti a invitarlo ad andare in vacanza in Sardegna
e dobbiamo guardare con ottimismo alle poche migliaia di morti in Ossezia.
Che volete che siano?
E' una piccola ricaduta nel vizietto...
E poi l'ha fatto per una ragione nobile. Il petrolio.
Forse che Bush è stato da meno quando c'è stato da difendere il pieno del gippone dell'americano mangione?
Se non ammazzi nessuno oggi non sei qualcuno.
(Dal blog di Jacopo)
La frittata di Saakashvili
La frittata di Saakashvili - 31/08/08
(749 letture)
Il riconoscimento esplicito della sovranità dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia da parte della Russia ha sollevato ondate di indignazione in quasi tutte le cancellerie occidentali. Che sembrano essere state colte di sorpresa. In realtà Dmitrij Medvedev non ha fatto altro che dare corso a ciò che aveva già detto esplicitamente a combattimenti ancora in corso.
Il governo russo – aveva dichiarato il capo del Cremlino – si regolerà in base alla volontà espressa dai popoli dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia. E uniformerà la propria politica estera in base a quella volontà.
Un minimo di realismo ci vorrebbe: la Russia non tornerà indietro, quindi chiederle di farlo è senza senso. Purtroppo per la Georgia e la sua gente questa è la conseguenza tanto inevitabile quando logica del tremendo errore di calcolo di Saakashvili e dei suoi consiglieri americani, chiunque siano stati.
Non si dovrebbe dimenticare – a coloro che continuano a descrivere le “prepotenze” dell'orso russo e le sue “crudeli astuzie” - che Mosca, prima dell'aggressione georgiana all'Ossetia del Sud, non aveva riconosciuto la sovranità di nessuna delle due regioni proclamatesi indipendenti da Tbilisi. E che questa situazione durava da ben 16 anni. Quali che ne fossero le ragioni, resta il dato che Mosca non ha voluto forzare la situazione né creare scelte irreversibili fino agli eventi di questo agosto.
Ora la frittata è stata fatta. A farla è stato Saakashvili, non Putin o Medvedev. Chiedere alla Russia di ritornare alle uova originarie è senza senso. Ora ci vorrà molto sangue freddo e un riesame di tutti i panorami. Invece il nervosismo americano trasuda in Europa attraverso Tallin, Riga, Vilnius, Varsavia e – più di ogni altro luogo – da Kiev.
E' stato evidente fin dai primi minuti dopo la devastante sconfitta militare georgiana che l'Europa reagiva in ordine sparso. Due percezioni diverse e, in qualche misura opposte, si sono viste quando i presidenti delle Repubbliche baltiche europee, più Kascinski e Jushenko, si sono radunati a Tbilisi a sostegno dell'aggressore, mentre il resto dell'Europa prendeva tempo e fiato. Da quel momento, sostenuti dai venti di Washington, si sono moltiplicati i solleciti alla linea dura contro Mosca e, sebbene Sarkozy abbia tenuto la testa a posto a Mosca, contribuendo a fissare i lineamenti della tregua, la situazione politico diplomatico militare si è seriamente deteriorata, fino all'agghiacciante danza delle navi Nato nel Mar Nero, di fronte a quelle russe.
Ora bisognerebbe evitare che qualcuno cerchi di fare buchi nel fragilissimo tessuto della tregua.
Anche perchè i punti in cui quel tessuto è molto esile sono visibili da subito. La Russia basa ora la sua posizione sul documento prodotto nel 1999 dalla Commissione Congiunta di Controllo (JCC) sotto la mediazione dell'OSCE, Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa. Quel documento fu firmato dai quattro membri della JCC: i governi di Russia e Georgia e i rappresentanti dell'Ossetia del Nord (Repubblica autonoma e soggetto federativo della Russia) e dell'Ossetia del Sud, entità senza definizione giuridica precisa, proclamatasi indipendente.
Quel documento non solo riconosceva alla Russia il compito di peacekeeping , ma autorizzava le sue forze d'interposizione a controllare un “corridoio di sicurezza” largo circa 8 chilometri , a partire dalla linea di frontiera definita dall'accordo di Dagomys del 1992, con cui si era conclusa – in quel caso con la mediazione della Comunità di Stati Indipendenti (CSI) – la prima guerra tra Georgia e Ossetia del Sud.
Le forze d'interposizione russe erano autorizzate a presidiare alcune zone del territorio georgiano, tra cui una parte dell'arteria principale autostradale che attraversa la Georgia orizzontalmente da est a ovest. In realtà i russi non avevano fatto uso di questa autorizzazione, si erano stanziati all'interno dell'enclave sud ossetina e prendevano parte alle guarnigioni quadripartite e disarmate che controllavano la linea di confine. Il tutto monitorato da un gruppo di osservatori europei che avevano possibilità limitate di movimento in territorio ossetino ed erano acquartierati a Tzkhinvali.
Si noti infine che la linea di demarcazione di Dagomys concedeva all'Ossetia del Sud circa la metà del territorio che ai tempi sovietici era stato assegnato al Distretto Autonomo dell'Ossetia del Sud all'interno della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia.
Da qui nascono ora le polemiche sul “ritiro” russo. Tutto dipende da cosa s'intende. Mosca dichiara di averlo effettuato, e intende che sta presidiando adesso l'intero corridoio previsto dall'accordo JCC. La Georgia , e molti giornalisti occidentali che vedono le truppe russe presidiare la strada georgiana, affermano che i russi sono fuori dal territorio dell'Ossetia del Sud. Il che è vero, ma non implica alcuna violazione degli accordi precedenti. E, dopo quello che è accaduto, sembra difficile pretendere ora che i russi non sorveglino i movimenti eventuali delle truppe georgiane troppo a ridosso della frontiera.
Tanto più che Saakashvili aveva fatto una mossa molto chiara, nel marzo scorso, uscendo unilateralmente dai colloqui quadripartiti del 1999, comunque paralizzati da circa quattro anni. Ovvio che quella mossa aveva messo in allarme il Cremlino. E questo spiega perfettamente – oltre a molte altre cose su cui qui non c'è spazio per approfondire - perchè Mosca non è stata colta di sorpresa dall'attacco georgiano del 7 agosto.
Ma ora non solo la JCC non esiste più. La Georgia è uscita anche dalla CSI, quella comunità di Stati Indipendenti che Eltsin aveva creato come foglia di fico per nascondere il collasso sovietico e tenere insieme in qualche modo le restanti 12 repubbliche ex sovietiche (tutte meno le tre baltiche).
Dunque formalmente la Georgia di oggi non riconosce più né gli accordi di Dagomys, né la JCC del 1999, né il ruolo delle forze d'interposizione russe. E, ultima rottura, ha chiuso ogni relazione diplomatica con Mosca. Basta ora un cerino per far scoppiare un incendio.
Il riconoscimento della sovranità delle due repubbliche – e gli accordi di cooperazione, anche militare, che immediatamente seguiranno - è ora la motivazione giuridica che autorizzerà la presenza delle truppe russe. E' una giurisprudenza assai debole. Si tratta ora di vedere se l'Europa sarà capace di convincere la Georgia a tornare allo status precedente, magari chiedendo alla Russia di consentire in quel corridoio la presenza di un contingente europeo di osservazione. Ma, in ogni caso, la “integrità territoriale” che poteva essere diplomaticamente rivendicata, almeno teoricamente, da Tbilisi, non ha più alcuna possibilità di essere ripristinata. In questa nuova situazione la Georgia ha perduto definitivamente perfino la possibilità – del tutto comunque teorica (che rimane invece a Moldova, e Azerbajgian, di ritornare in possesso, chissà quando, dell'Oltre Dnestr e del Nagorno-Karabakh) - di poter riprendere il controllo dei territori che rivendica.
Un suo ingresso nella Nato trasformerebbe ora la crisi in un confronto militare diretto con la Russia. Un suo ingresso in Europa porterebbe la guerra in Europa
di Giulietto Chiesa – Megachip/Manifesto
La follia di Saakashvili
La Follia di Saakashvili - 30/08/08
(642 letture)
La reazione assolutamente maggioritaria in America e in Europa alla risposta russa all'attacco georgiano contro le “forze di pacificazione” russe in Ossetia del Sud è stata che la Russia ha mostrato troppo i suoi muscoli. Dovrebbe ora essere isolata o punita per un “eccesso di reazione” dopo un attacco contro i suoi soldati.
Una tale risposta (dell'Occidente, ndt) evita di riconoscere che il presidente Mikhail Saakashvili di Georgia ha inferto una vero colpo agli Stati Uniti e alla Nato, così pure come alla stessa Georgia, che, per un periodo di tempo imprevedibile sarà una nazionae a sovranità limitata, e costituirà un enorme imbarazzo per i suoi alleati occidentali.
La Georgia avrà ora truppe russe stazionanti indefinitamente sul suo territorio per proteggere l'Ossetia del Sud e l'Abkhazia – da ora in avanti da considerarsi come entità autoproclamatesi indipendenti ma sotto protezione russa o, eventualmente annesse dalla Russia su loro stessa richiesta. I russi, a questo punto, preferiscono una autoproclamazione di indipendenza perchè – come a loro piace sottolineare – seguirebbe in al modo il precedente dell'autoproclamazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, nel febbraio di quest'anno, patrocinato dagli Stati Uniti.
La crisi ha rappresentato un punto di svolta nelle relazioni internazionali perchè dimostra che gli Stati Uniti non difenderanno la Georgia nonostante l'impressione che Washington - dopo avere istruito le truppe georgiane e avere esplicitato che il governo di Saakashvili era sotto la sua protezione, - fosse in qualche modo implicata nell'attacco contro l'Ossetia del Sud e sui soldati russi che erano colà stanziati, legalmente, come “peacekeepers”.
Quesi soldati russi sono stati là per 16 anni in base a un accordo internazionale che aveva fatto seguito al primo tentativo georgiano di “ricuperare” le storicamente e linguisticamente distinte Ossetia del Sud e Abkhazia, e che erano state protettorati autonomi o regioni russe dal 1810.
Ora il vice-presidente Dick Cheney si appresta a visitare la Georgia la prossima settimana, dopo due visite in Azerbajgian e Ucraina – che indubbiamente hanno bisogno di qualche conforto dopo questo dispiegamento di furia russa e di “”moderazione diplomatica” americana (leggi assenza di alternative razionali). I vascelli navali americani sono ora nel Mar Nero e uno di essi, un cacciatorpediniere, ha portato un po' di forniture umanitarie nel porto meridionale georgiano di Poti.
I russi hanno oscuramente dichiarato il loro sospetto che le navi americane stessero trasportando armi in Georgia. E sebbene i russi abbiano estirpato tutto ciò che era rimasto dei nuovi equipaggiamenti militari americani e tutte le installazioni recentemente donate alla Georgia, è improbabile che Saakashvili voglia ricominciare di nuovo la guerra (almeno nell'immediato, a meno che Cheney si appresti a portare con sé la 82-esima divisione aviotrasportata e la Sesta Flotta. Cosa, che, evidentemente sembra che Saakashvili si aspettasse di ricevere la notte in cui la sua invasione si è trasformata in una disfatta.
“Dov'è l'America?” ha detto, “dov'è il Mondo Libero?” Da allora egli ha ricevutorassicurazioni dal candidato presidenziale (repubblicano, ndt) John McCaine e dal compagno di corsa di Barack Obama, Joe Biden, entrambi ammiratori appassionati del malcapitato liberatore georgiano.
Tutto ciò è stato una inane e stupida faccenda, eccetto che per gli sfortunati che sono stati uccisi o feriti, che hanno perduto le loro case, o che sono stati etnicamente espulsi da una delle parti nel corso degli ultimi giorni e ora piangono il loro stato di rifugiati. Gli Stati Uniti hanno lasciato Saakashvili e i georgiani come sospesi in aria dopo avere raccontato loro che sarebbero divenuti parte della Nato e avrebbero contribuito a spargere la libertà nel Caucaso.
L'Ucraina e i paesi baltici hanno ricevuto la lezione che le grandi potenze non vanno in guerra contro altre potenze pesantemente armate per risolvere antiche dispute settarie o rivalità linguistiche in paesi clienti, anche se questi sono potenziali nuovi membri della Nato.
La Polonia e la Repubblica Ceca hanno ritenuto prudente soddisfare le ossessioni di Washington e dei suoi produttori di armi costruendo un sistema di difesa antimissile contro un Iran che commettesse un suicidio. Ora scoprono che Mosca è furiosa del fatto che essi si sono fidati sulla parola degli Stati Uniti, ma su un pasticcio che a quanto pare i politici di Washington hanno messo in piedi per titillare gli elettori e per fare soldi.
Israele ora si trova con la Siria che parla con i fornitori moscoviti di armi. La cooperazione russa con gli USA su varie materie, - Iran, hamas, Hezbollah, il contro-terrorismo e le forniture di petrolio e di gas aall'Europa – è possibile che stia per finire.
Perchè? Perchè un certo numero di politici delle Amministrazioni Clinton e Bush II, e nel Pentagono, hanno deciso che avrebbe potuto essere una dimostrazione gratuita del potere americano di estendere la legge della Nato fino davanti alla porta d'ingresso della Russia.
di William Pfaff. (da International Herald Tribune del 29 agosto 2008) - traduzione di Giulietto Chiesa
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7703
La Pace
Da quando abbiamo pubblicato e diffuso questo video, ho trascorso molte ore sui forum, sui blog, sui siti delle testate giornalistiche internazionali.
Non ho tempo nè voglia di compilare statistiche, ma sarei curiosa di sapere quante volte ricorra la parola PACE.
Li vedo tutti occupati a studiare le "ragioni" della guerra...
Si dà la guerra per scontata?
E' questo l'atteggiamento delle "masse"?
:(
Paola Pandolfini aka Papper Papp
http://susyspecchi.splinder.com/
La pace, la guerra
Cara Paola, credo e temo che tu abbia messo il dito nella piaga.
E’ la logica della guerra che avanza, che si insinua nella coscienza dei popoli, dei cittadini, delle persone.
E’ quello che avviene quando un potere auto-referente e famelico vuole legittimare conflitti nefasti, quando vuole rendere accettabili, agli occhi dei più (sempre inizialmente riluttanti all’idea della guerra), progetti bellici di espansione, di egemonia o di conquista. Princìpi come pace, prosperità, benessere vengono stravolti, assoggettati e subordinati a presunte esigenze di sicurezza davanti a una minaccia paventata. Costituire tale minaccia e proporsi come unico rimedio a quella è alla base delle strategie di guerra e della sua infame “etica”.
E’la storia si ripete nelle sue peggiori tragiche e ipocrite dinamiche. E la memoria, senza una diffusa presa di coscienza, non è sufficiente per scongiurare la ricaduta negli errori e negli orrori antichi.
Game Over: Olympic Wars
Quello che intristisce ancor più è il dover registrare in giro così tante voci intonate con il "dobbiamo essere realisti", che legittimano le più deleterie Realpolitik.
E che arrivano a giustificare i morti con altri morti.
Grazie Franca per aver riportato il nostro piccolo contributo in video.
Paolo Palmacci aka Neupaul Palen
Ossetia del Sud : Giulietto Chiesa
Quella bandiera europea dietro le spalle del bandito - 09/08/08
di Giulietto Chiesa - Megachip
Piero Gobetti scrisse che “quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso”. Osservando la tragedia dell'Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione. Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Vi sarà sicuramente qualche sepolcro imbiancato che cercherà di distribuire uniformemente le colpe tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi ha usato gli aerei e gli elicottericontro una città di 70 mila abitanti, e chi aveva in mano solo fucili e mitragliatrici per difendersi.
Ci sarà domani chi spiegherà che gli osseti del sud hanno provocato e sono stati respinti. E poi, sull'onda della contr'offensiva, quasi per forza di cose, igeorgiani sono andati a occupare ciò che, in fondo, era loro di diritto, avendoosato gli ossetini dichiarare e applicare l'idea del rifiuto di tornare sotto ilcontrollo di chi li massacrò la prima volta nel 1992.
Ci sarà, posso prevedere con assoluta certezza ogni parola di questi mascalzoni bugiardi, chi affermerà che tutta la colpa è di Mosca, che – non contenta dell'amicizia tra Tbilisi e Washington- voleva punire il povero presidente Saakashvili impedendogli di entrare in possesso dei territori di Abkhazia (il prossimo obiettivo) e di Ossetia del Sud. E così via mescolando le carte e contando sul fatto che il grande pubblico sa a malapena, sempre che lo sappia, dove stia la Georgia, e, meno che mai l'Ossetia del Sud.
Ma le cose non stanno affatto così, anche se il pericolo che questo conflitto siallarghi è grande, tremendo, e chi scherza col fuoco sa che sta facendo rischiare ai suoi cittadini molto di più di quanto essi stessi pensino.
Giocatorid'azzardo, irresponsabili, che puntano tutte le carte sul disastro e il sangue. Chiunque dovrebbe essere in grado di capire che una piccola comunità, con meno di 100 mila persone, disperse in duecento villaggi e una capitale, Tzkhinvali, che è più piccola di Pavia, non possono avere alcun interesse ad attaccare un nemico – questa è l'unica parola possibile alla luce di quanto staaccadendo – che è 50 volte superiore in uomini e armi, che ha l'aviazione (e l'ha usata ieri e oggi, mentre scrivo, con assoluta ferocia, bombardando anchel'unica strada che collega l'Ossetia del Sud con l'Ossetia del Nord, in territorio russo, per impedire che i civili possano rifugiarsi dall'altra parte dellafrontiera), che non ha ostacoli di fronte a sé. Chiunque potrebbe capire che l'Ossetia del Sud non ha rivendicazioni territoriali e non ha quindi in mente alcuna espansione al di fuori del suo microscopico territorio.
Chiunque potrebbe capire – qui ci vuole un minimo di sforzo intellettuale, quanto basta per liberarsi di qualche schema mentale inveterato – che nemmeno la Russia può avere alcun interesse a inasprire la situazione. Certo Mosca è interessata allo status quo, con l'Ossetia del Sud indipendente di fatto, ma senza essere costretta a riconoscerne lo status, per evitare difficoltàinternazionali. Ma chi ha la testa sul collo dovrebbe riconoscere che è megliouna tregua difficile che una guerra aperta; che è meglio negoziare, anche per anni, che uccidere a sangue freddo civili, bambini, donne.
Io sono stato a Tzkhinvali, la primavera scorsa, e adesso mi piange il cuore a pensare a quelle vie dall'asfalto sgangherato, buie la sera, a quelle case senza intonaco, dal riscaldamento saltuario, a quelle scuole ancora diroccate,ma piene di gente normale, di giovani orgogliosi che non vogliono diventare georgiani perché sono cresciuti in guerra con la Georgia e della Georgia hanno conosciuto solo la violenza dei tiri sporadici sui terri delle loro case. Mi chiedo: e poi? Che ne sarà di quei giovani? Come si può pensare di tenerli a forza in un paese che non ameranno mai, di cui non potranno mai sentirsi cittadini? Se ne andranno, ovviamente, dopo avere contato i loro morti, a migliaia, in Ossetia del Nord, in Russia, di cui quasi tutti sono cittadini a tuttigli effetti, con il passaporto in tasca.
E' questo il modo di sciogliere il nodo georgiano? Lo chiederei, se potessi, al signor Solana, che dovrebbe svolgere il ruolo di rappresentanza dell'Europa inquesta vicenda. Che l'Europa, invece di aiutare a risolvere, non ha fatto altroche incancrenire, ripetendo a Tbilisi la giaculatoria che la Georgia ha diritto alla propria integrità territoriale, e dunque ha diritto a riprendersi Ossetia del Sud e Abkhazia. Certo – gli si è detto con untuosa ipocrisia – che non doveva farlo con la forza. Ma, sotto sotto, gli si è fatto capire che, se l'avesse fatto, alla fin dei conti, si sarebbe chiuso un occhio. E' accaduto. Saakashvili non ha nemmeno cercato di nascondere la mano armata con cui colpiva. Non ha nemmeno fatto finta. Ha detto alla televisione che voleva “ristabilire l'ordine” nella repubblica ribelle. Un “ordine” che non esistevadal 1992, cioè da 16 anni. Perché adesso? Qual era l'urgenza? Forse che Tbilisi era minacciata di invasione da parte degli ossetini?
La risposta è una sola. Saakashvili ha agito perché si è sentito coperto da Washington, in prima istanza, essendo quella capitale la capitale coloniale della attuale Georgia “indipendente”. E, in seconda istanza si è sentito coperto da Bruxelles. Queste cose non si improvvisano, come dovrebbe capire il prossimo commentatore di uno dei qualunque telegiornali e giornali italiani.Col che si è messo al servizio della strategia che tende a tenere la Russia sotto pressione: in Georgia, in Ucraina, in Bielorussia, in Moldova, in Armenia, in Azerbajgian, nei paesi baltici. Insomma lungo tutti i suoi confini europei. Saakashvili ha un suo tornaconto: alzare la tensione per costringere l'Europa a venire in suo sostegno, contro la Russia; ottenere il lasciapassare per un ingresso immediato nella Nato e, subito dopo, secondo lo schema dell'allargamento europeo e dell'estensione dell'influenza americana sull'Europa, l'ingresso in Europa.
Secondo piccione: chi muove Saakashvili conta anche sul fatto che questo atteggiamento dell'Europa finirà per metterla in rotta di collisione con la Russia. Perfetto! Con l'ingresso della Georgia nella Nato e in Europa gli StatiUniti avranno un altro voto a loro favore in tutti i successivi sviluppi economici, energetici e militari che potrebbero vedere gli interessi europei collidere conquelli americani.
Javier Solana ha la capacità di sviluppare questo elementare ragionamento? Ovviamente ce l'ha. Solo che non vuole e non può perchè ha dietro di sé, alle sue spalle, governi che non osano mettere in discussione la strategia statunitense, o che la condividono.
Cosa farà ora la Russia è difficile dirlo. Certo è che, con la presa di Tzkhinvali, le forze russe d'interposizione, che sono su quei confini interni alla Georgia,dovranno ritirarsi. Il colpo all'Ossetia del Sud diventa cos' un colpo diretto allaRussia. Che, questo è certo, non è più quella del 2000, al calare di Boris Eltsin e delle sue braghe.
L'emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l'Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l'attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera goergiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perchè la Georgia non è l'Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende - o dovrebbe offendere - tutti coloro che credono nel diritto all'autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l'indipendenza a chi l'ha sostenuta dietro le quinte.
Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata.
L'Ossetia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c'è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perchè la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte.
G.Chiesa : Operazione Saakashvili
Operazione Saakashvili - 21/08/08
(735 letture)
Quei giorni di agosto 2008 resteranno sicuramente nella storia come
giorni di una svolta, di un drastico del quadro politico internazionale.
La Russia non è più quella che, per 17 anni, l'Occidente aveva immaginato
che fosse. E' ben vero che, i primi anni dopo il crollo, l'euforia del
trionfo dell'Occidente era stata corroborata da una leadership russa di
Quisling, capitanati da un ubriacone rozzo e baro, come lo fu Boris
Eltsin. Ma dopo, con la sua dipartita dal potere russo, la musica aveva
cominciato a cambiare. I segnali erano tanti. Ma i vincitori erano
convinti che Vladimir Putin facesse il muso duro solo per rabbonire i
russi umiliati, mentre, in realtà, proprio lui stava - lentamente, ma con
chiara progressione - mettendo le basi per un cambiamento.
Solo che, come dice un antico proverbio coltivato sotto ogni latitudine,
Dio acceca coloro che vuole perdere. L'illusione sulla disponibilità dei
russi a lasciarsi mettere ormai il piede sul collo in ogni occasione
avrebbe dovuto assottigliarsi e dare spazio al realismo.
Da queste colonne ho scritto più volte - i lettori lo ricorderanno - che
la Russia aveva smesso di ritirarsi e che sarebbe venuto il momento in cui
tutti avremmo dovuto accorgercene.
Al giovane avvocato americano Saakashvili, e ai suoi consiglieri e amici
americani e israeliani, agli europei che continuano a tenere bordone, è
toccato di sperimentare che la ritirata della Russia è finita. Resta loro
ancora da capire che è finita per sempre. Nel senso che, per un periodo di
tempo oggi non prevedibile, l'Occidente, o quello che ne resta, dovrà fare
i conti con una Russia tornata protagonista mondiale.
E non solo perchè la Russia è oggi molto più forte di quello che era nel
1991, ma perchè l'Occidente - e in primo luogo gli Stati Uniti d'America -
è molto più debole di allora. Sotto tutti i profili. Otto anni di George
Bush hanno logorato l'America, il suo prestigio. Ma non è solo politica.
La crisi della finanza internazionale è nata dalla "Grande Truffa" dei
mutui facili, costruita da Wall Street. La crisi energetica, evidente a
tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia
mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre
la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le
risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere,
con la forza, fuori dai suoi confini.
Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la
più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti
dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.
L'Europa, in primo luogo, avrà un bisogno imperioso, non eliminabile,
dell'energia russa per fronteggiare una transizione a una società che non
sarà più quella della crescita dei consumi (che verrà resa impossibile
dalle nuove condizioni di scarsezza relativa e assoluta di risorse).
Queste sono considerazioni di elementare realismo, alle quali molti
dirigenti europei e entrambi i candidati alla presidenza americana,
sembrano essere impermeabili.
La loro visione del mondo ha continuato, in questi diciassette anni, ad
essere quella della guerra fredda, dei vincitori. E hanno assunto come
bibbia per i loro pensieri il libretto che Zbignew Brzezisnki aveva
scritto parecchio tempo prima della caduta dell'Unione Sovietica:
obiettivo prossimo venturo, "dopo la liquidazione del comunismo", dovrà
essere la liquidazione della Russia, la sua scomposizione, la sua
trasformazione in tre repubbliche (Russia Europea, Siberia Occidentale,
Estremo Oriente russo) prima "leggermente federate" e poi indipendenti.
Con la parte europea assorbibile dall'Europa, la Siberia Occidentale in
mano americana, e l'estremo oriente russo messo a disposizione di Giappone
e Cina, a sua volta omogeneizzata alla globalizzazione americana.
Come sappiamo le cose sono andate molto diversamente su tutti i fronti. Ma
la pressione sulla Russia è stata mantenuta, continua, asfissiante. Basta
guardare oggi alle immagini della manifestazione di Tbilisi, in cui
Saakashvili ha cercato di rimettersi in piedi dopo la durissima lezione
subita tra il 6 e il 9 agosto, e passare in rassegna i nomi degli "ospiti"
alleati morali (l'Ucraina anche alleata materiale) dell'aggressione
all'Ossetia del Sud, per avere il quadro dei risultati di quella politica
di Washington. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ucraina in fila, con
i loro presidenti, di fronte alla folla georgiana: vista sulla carta
geografica è la rappresentazione dell'accerchiamento, di una nuova,
davvero insensata, irrealistica operazione di accerchiamento.
Aggiungendo la Georgia ecco completato il semicerchio con cui tutte le
frontiere della Russia diventano bastioni di un'offensiva
politico-diplomatico-energetica-psicologica antirussa. Mancavano,
tuttavia, la Romania, la Bulgaria, perfino la Repubblica Ceca di quel
reazionario con i fiocchi di Vaclav Klaus. Mancavano l'Ungheria la
Slovacchia e la Slovenia, forse solo un tantino più prudenti, forse resesi
conto che la corda era stata tirata troppo ed è giunto il momento di
frenare se non si vogliono maggiori guai. Mancava perfino l'Italia,
figurarsi!
E il giorno dopo Varsavia firmava l'accettazione del nuovo sistema
missilistico americano. Primo atto, presentato come "di ritorsione" dai
media occidentali, mentre era in preparazione da almeno due anni.
E, a proposito dei media occidentali, resta solo da constatare che
l'ondata di menzogne da essi prodotte (con rarissime eccezioni) , se ha
dato l'impressione momentanea di un isolamento completo della Russia in
tutto l'Occidente, ha rappresentato la classica vittoria di Pirro. Non
solo perchè i fatti, gli avvenimenti sul terreno, hanno confermato le
versioni che venivano date dalla Russia e dai suoi media, ma perchè la
falsificazione è stata così imponente, così sfacciata che negli anni a
venire verrà ricordata da milioni di russi (e da miliardi di persone in
tutto il mondo non occidentale) come la prova definitiva che il mainstream
informativo occidentale è ormai diventato un megafono - attivo e passivo -
dei centri imperiali del potere. Dunque non più affidabile.
Sono quelle cose che in politica si pagano, magari non subito, magari dopo
anni, ma restano nella memoria dei popoli, nella psicologia collettiva.
Questa volta i bugiardi, gli aggressori non sono stati i russi, ma "i
nostri".
E non hanno mentito, imbarazzati, solo i portavoce. In quelle ore
mentivano i numeri uno, sfilando, uno dietro l'altro davanti alle
telecamere famose delle maggiori catene disinformative. Bush che annuncia
il prossimo assalto a Tbilisi e il rovesciamento del "democratico governo
della Georgia", Mc Caine che ripete la giaculatoria, e via tutti gli
altri, incluso Obama. Dio ci protegga da questo futuro presidente
americano, chiunque sia, nero o bianco, vecchio o giovane, democratico o
repubblicano.
"La Russia ha occupato Gori"; "colonne di tank russi si dirigono su
Tbilisi". Le vie di Tzkhinvali, devastate dall'assalto di un esercito di
migliaia di uomini di centinaia di carri armati, di aerei e elicotteri,
mostrate al pubblico come fossero le strade di Gori "selvaggiamente
bombardate" dagli aerei russi. Notizie di bombardamenti dell'oleodotto
Baku-Ceyhan date per certe, ma inventate, offrono spazio a decine di
commenti sul nulla.
Ma il vertice dell'ipocrisia avviene quando i media occidentali, resisi
conto che la Russia non punta affatto a conquistare Tbilisi e che si è
fermata sulle frontiere dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia, cominciano a
stigmatizzare indignati i bombardamenti che la Russia ha effettuato fuori
da quelle frontiere.
Come se tutti si fossero dimenticati che gli aerei della Nato, nel 1999,
andarono a bombardare Belgrado e decine di piccoli e medi centri urbani
della Jugoslavia. Semplicemente per punire la popolazione, per
democratizzarla, distruggendo ponti, infrastrutture, fabbriche, ospedali.
E naturalmente uccidendo centinaia, anzi migliaia di civili.
Due pesi e due misure, come al solito. Noi siamo i buoni, loro sono i
cattivi. Punto e basta.
Punto e basta lo ha detto ora la Russia di Medvedev e Putin. L'Ossetia del
Sud e l'Abkhazia saranno riconosciute formalmente come repubbliche
indipendenti dalla Russia. Fino ad ora non era avvenuto. L'avventura
sanguinosa di Saakashvili e di Washington lo ha reso inevitabile prima
ancora che possibile. Medvedev ha detto, senza la minima ambiguità, che la
Russia accetterà le decisioni dei due popoli e le trasformerà in atti
politici e diplomatici, "uniformando la propria posizione internazionale a
quelle decisioni". E non vi è dubbio quali saranno quelle decisioni. E non
vi saranno passi indietro rispetto a quello che ossetini e abkhazi hanno
già ripetutamente scelto nei referendum per la sovranità che hanno
approvato.
L'"integrità territoriale" della Georgia - questa la formula difesa da
diverse risoluzioni del Parlamento Europeo che io non ho mai votato - non
sarà più possibile. Saakashvili è politicamente finito. Lo terranno in
piedi ancora per qualche tempo, poi dovranno spiegargli che e meglio se
torna a fare l'avvocato negli Stati Uniti.
La Georgia nella Nato forse entrerà, se l'Occidente insiste nella sua
offensiva antirussa. E forse entrerà anche l'Ucraina. Impossibile
prevedere lo sviluppo di questi eventi perchè le variabili sono troppo
numerose per essere calcolate tutte. Ma gli occidentali dovrebbero sapere
che ogni passo che faranno in questa direzione sarà duramente contrastato
dalla Russia che, come è evidente, ha smesso di ritirarsi. Georgia e
Ucraina in Europa sembrano oggi, viste da Bruxelles, più difficili di
prima. La crisi georgiana ha mostrato che in Europa vi sono forze
ragionevoli che non vogliono portarsi in casa una guerra e non vogliono
creare una crisi di enormi proporzioni (con l'Ucraina spaccata in due).
L'operazione Saakashvili si è rivelata un vero disastro geopolitico per
gli Stati Uniti. Le onde di risucchio andranno lontano. La guerra fredda è
ricominciata, e non per colpa della Russia. L'Europa dovrà decidere da che
parte stare.
di Giulietto Chiesa, Megachip – da Galatea
La guerra d'Ossetia è nata in Kosovo
La guerra d'Ossezia è nata in Kosovo - 19/08/08
(62 letture)
Deve essere il vizio delle guerre di Ferragosto quello di intorpidire, col caldo, anche la memoria. Il famoso e poco elegante “l'avevamo detto”. Di Abkazia e Ossezia del sud si parlava già dal 2004 a Pristina, Kosovo. Le polemiche attorno alla dichiarazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo albanese, che stavano preparando gli Stati Uniti col sostegno di un bel pezzo di Unione Europea. Per aiutare la memoria incerta, ricorro a fonti indubitabili (Pagine di Difesa). “La comunità internazionale deve accogliere dei principi unici e universali nella soluzione dei problemi interetnici […] Perché se il Kosovo può diventare indipendente non potrebbero diventarlo l'Abkazia e l'Ossezia del sud?” A parlare era l'allora presidente russo Vladimir Putin. Il premier del 2008, dopo l'intervento militare georgiano contro l'Ossezia del sud, non poteva certo smentirsi. Storia già scritta, questa guerra estiva, preannunciata nei dettagli, ad ammonire l'amministrazione americana che la politica dei “due pesi e due misure” non andava bene per i Balcani ma, sopratutto, non poteva permettersela nel Caucaso ex sovietico ricco di gas e petrolio. Ricordo il titolo sulle dichiarazioni di Putin fatto allora dal quotidiano belgradese Politika: “Dico Kosovo, penso Caucaso”. A Washington qualcuno era distratto.
Secondo scherzo della poca memoria da calura ferragostana. Fine dicembre 2004, titolo del Manifesto: “Arancione a stelle e strisce”. Il resoconto di una mia intervista televisiva a Stanko Lazendic, ex leader studentesco serbo del movimento anti Milosevic “Otpor”, allora impegnato ad organizzare la “Rivoluzione arancione” in Ucraina. “Un po' per idealità, sostiene Stanko, ma certo anche per soldi, da buon professionista. Socio fondatore dell'organizzazione non governativa serba «Center of not violent resistence», registrata a Belgrado. Accrediti professionali, oltre a quello di Slobodan Milosevic che attende in galera la sentenza del Tribunale internazionale dell'Aja per crimini di guerra (allora era ancora in vita, NdR) , la caduta dell'ex presidente georgiano Eduard Shevardnadze [...]”. Rileggo la cronaca d'allora e recupero memoria. Per Stanko Lazendic e soci, corsi di addestramento alla “Resistenza non violenta” a Budapest, nel protettorato Nato della Bosnia e in Montenegro. Da Stanko ottengo il nome di almeno un «docente» e le molte sigle di chi pagava i conti di quelle trasferte di «studio». “Nel marzo del 2000, uno dei docenti all'Hilton di Budapest, fu un certo Robert Helvi, già colonnello della Cia, operativo a Rangoon e Burma. L'Ex colonnello Cia (esiste un «ex » in qualsiasi Servizio segreto?), aveva illustrato i 500 modi «non violenti» per destabilizzare un regime autoritario. In pratica una rilettura del libro di Gin Sharp, «Dalla dittatura alla democrazia » . Tecnica del Colpo di Stato col Guanto di Velluto”.
Ricordo l'ex studente serbo negare alcuna dipendenza dalla Cia. «Noi non siamo della Cia, né lavoriamo per la Cia. Se così fosse, guadagneremmo molto, molto di più dei pochi soldi che riceviamo. Una miseria per i rischi che corriamo». Sarà pure poco, ma chi paga? “La generosità democratica in Serbia, Ucraina, Georgia eccetera, esce dai conti correnti di Us Aid, dall'Istituto Internazionale Repubblicano o dal suo gemello Democratico (Ndi), dalla fondazione Soros o dalla Freedom House, dalle tedesche «Friedrich Ebert» e «Konrad Adenauer» o dalla britannica «Westminster». Le mie trasferte in Ucraina sono state pagate dalla Westminster britannica e dall'American Freedom House. In Georgia, contro Shevardnadze, pagava Soros”.
La serba Otpor in formato esportazione partorisce così «Kmara» (Basta) a Tbilisi, e «Pora» (E' ora) a Kiev. Archivio di lontane memorie. Non ho testimonianza personale di “Kmara”, la “rivoluzione” filo occidentale che fece cadere l'ex-leader della diplomazia nella perestroïka, Eduard Ambrosievitch Shevardnadze e portò al potere l'attuale premier Mikhaïl Saakashvili. “Misha”, vincendo le elezioni del 2004, è da allora il Presidente della Georgia. Conoscitore delle tecniche di comunicazione di massa, apertamente filo-occidentale, “Misha” ha condotto efficaci e popolari campagne contro “la corruzione”. Questo giovane avvocato, allora di 35 anni, ha perfezionato i suoi studi alla Columbia University di New York. Torniamo per un attimo al mio intervistato serbo di Novi Sad, Stanko Lazenvic. Prossimi impegni professionali, Stanko? (chiesi allora, 2004. NdR) «Vedremo. Dopo gli ottimi risultati ottenuti in Serbia, Georgia e Ucraina, spero che avremo altri contratti. Stiamo già lavorando un po' in Bielorussia e siamo in corrispondenza con l'Azerbaijan. Vedremo». Infatti, stiamo vedendo.
Da “Monthly Review” del 2007 (mensile americano, fondato a New York nel 1949, che ebbe, tra i suoi primi collaboratori, Albert Einstein). “ I metodi per manipolare le elezioni straniere sono cambiati dai tempi delle operazioni di cappa e spada della CIA ma gli obiettivi generali del dominio imperiale sono immutati. Adesso il governo U.S. in molti casi conta meno sulla CIA e più su iniziative relativamente trasparenti, intraprese da organizzazioni sia pubbliche sia private, come il National Endowement for Democracy (NED), l'U.S. Agency for International Development (USAID), la Freedom House (Casa della libertà), l'Open Society di George Soros ed una rete attorno al mondo di altre organizzazioni politiche professionali ben finanziate, pubbliche e private [...] Rispetto ai modi clandestini e scopertamente aggressivi con i quali la CIA portò avanti le sue incursioni destabilizzanti dalla fine dagli anni ‘40 alla metà dei ‘70, le attuali forme di manipolazione elettorale sono promosse come “costruzione della democrazia”. Interventi elettorali cruciali per gli obiettivi politici globali degli U.S., per consolidare i vincoli americani con i governi stranieri e stabilire alleanze economiche e militari.
di Ennio Remondino – Megachip dal Manifesto
Come la stragrande
Come la stragrande maggioranza degli abitanti di questo pianeta fino all’altro giorno non conoscevo l’Ossezia se non per averla sentita nominare di sfuggita in qualche notiziario. Oggi quella regione è all’attenzione del mondo per i tragici eventi bellici che vi si stanno svolgendo.
Credo che la coincidenza dell’inizio delle Olimpiadi col precipitare delle tensioni (che solo ora sappiamo esistere in quella regione)non siano casuali.
E credo anche che la popolazione civile georgiana e russa, che sta subendo la cieca, insensata, brutale violenza dei bombardamenti,sia la vera e unica vittima di strategie egemoniche che passano ben lontane dai loro desideri, aspirazioni e speranze di cittadini. Alcune fonti riferiscono che il 90% dei morti, come ormai accade normalmente nei conflitti moderni, non sono militari
Giulietto Chiesa ha, sulla questione, certezze che io non ho. Si può parlare di ragioni tutte da una parte quando questa parte è corresponsabile di un massacro di migliaia di civili e di decine di migliaia di profughi? Penso che si possa fare una considerazione del genere solo legittimando la logica della guerra e le peggiori aberrazioni che comporta. Oppure mi sfugge qualcosa.
Per cercare di comprendere meglio cosa accade in Ossezia può essere utile questo articolo tratto da peace reporter:
Caucaso in fiamme, è guerra tra Russia e Georgia
Oltre mille morti in Ossezia del sud: Mosca interviene con l'esercito. Coinvolta anche l'Abkhazia
Le truppe georgiane si sono ritirate dall'Ossezia del sud, e i russi - che hanno inviato 10mila uomini di rinforzo - controllano ormai la capitale Tskhinvali, dove è ritornata la calma. Ma sui tre giorni di guerra, i due Paesi raccontano una storia diversa: mentre i russi parlano di 2.000 vittime e il premier Putin sollecita un'inchiesta sul "genocidio" dei sudosseti, Tbilisi accusa Mosca di fare disinformazione e conta qualche decina di vittime civili.
CONTINUA
Ossetia
Giulietto Chiesa sostiene l'autonomia dell'Ossetia del sud rispetto alla Georgia in nome del diritto di autodeterminazione dei popoli. Ne aveva già parlato al Parlamento Europeo tempo fa.Il suo articolo, in quanto profondo conoscitore della situazione, è a mio parere degno di attenzione.
Gli interessi legati alle risorse energetiche
Tengo in grande considerazione la conoscenza delle questioni balcaniche di Giulietto Chiesa e utili le informazioni che fornisce nel suo articolo, ma mi crea perplessità la sicurezza nel ritenere, a fronte di massacri, esodi di rifugiati e operazioni di pulizia etnica, le ragioni “tutte da una parte”.
Credo che sia evidente che in quella regione si concentrino interessi legati alle risorse energetiche, inserite nel grande conflitto per il loro controllo. Ritengo che in questa corsa avvenga in dispregio del diritto delle popolazioni a una vita pacifica, quando non nega loro persino il diritto alla vita stessa.
Consiglio, per approfondire, un paio di articoli tratti da “Articolo 21 Liberi di…”:
GEORGIA LA NUOVA CECENIA?
LA SPIETATA LOTTA PER IL PETROLIO DEL CASPIO
Infatti, ci sono
Infatti, ci sono pesantissimi interessi legati a petrolio e gas naturale , basta pensare al Baku-Ceyhan pipeline (sponsorizzata dagli USA) , oltre che una volontà della Georgia di entrare in Europa e nella Nato, col beneplacito degli USA.
Il risultato è un flagello per le popolazioni, come sempre quando politica e economia passano sopra la vita di chiunque.
Giulietto Chiesa conosce bene la situazione dell' Ossetia del Sud e della Georgia, non è un caso che abbia chiaramente preso la difesa dell'Ossetia.
Vedremo come e se si fermerà questo orrore e quali manovre ancora verranno tessute nei palazzi.
conflitto Georgia Ossetia del sud
Attacchi alla Democrazia?
dalla Redazione
Il breve articolo del quotidiano israeliano Haaretz che abbiamo tradotto e pubblichiamo più avanti in pagina, chiarisce meglio il ruolo degli aggressori e degli aggrediti nel conflitto fra Georgia e Ossetia del sud in via di svolgimento. La stampa italiana della vicenda ha dato una versione confusionaria e di parte. Il gioco delle grandi potenze – Usa e Russia in testa – rivela la sconsiderata visione del mondo di cui sono prigioniere – e con la quale c'imprigionano. Nella recente crisi fra Georgia, Ossetia del sud e Russia le cose si fanno più chiare per ogni giorno che passa. Colpisce anche l'uso del nuovo lessico –“attacco alla democrazia”- che ogni aggressore si sente in dovere di usare per confondere le carte.
l'articolo è a questo indirizzo, direi che si sta chiarendo il quadro
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7620
da megachip
Che vergogna! E come sempre
Che vergogna!
E come sempre i civili sono gli unici a farne le spese...
Ma che dice l'Italia di sinistra? Vuole parlarne il 25 ottobre alla manifestazione del PD?
Pace
Purtroppo siamo davanti all'ennesimmo ed immondo esempio di "conflitto" legato al petrolio, con la solita supervisione di Mamma Usa, la mamma di tutte le guerre d'interesse.
Il problema è che si vuole ridurre tutto ad un fattore "privato" tra Russia e Georgia... FOLLIA!
Forse sarebbe il caso che queste Olimpiadi dell'ipocrisia s'interrompessero, visto che non hanno più senso!
VOGLIAMO SUBITO LA PACE... BASTA!
Antonella Marrone di Liberazione intervista G.Chiesa
Saakashvili ha commesso un grave errore politico - 13/08/08
Intervista di Antonella Marrone con Giulietto Chiesa - da Liberazione
La Russia ha aggredito la Georgia. Così dice il presidente Mikhail Saakashvili, così le notizie che arrivano. Ma Giulietto Chiesa, che conosce benissimo la Russia, la sua storia, la storia di un impero che si chiamava Urss, nega decisamente. È stato in Ossenzia, quest'anno, ha tanti amici da quelle parti, ascolta quotidianamente i tg russi.
Siamo di fronte all'ennesima bufala mediatica? Qualcosa che ricorda le tristi armi di distruzione di massa “scoperte” in Iraq?
Questa è una notizia falsa a cui non bisogna credere. I Russi non hanno occupato un bel niente, si sono sono attestati sulla linea del accordo del 1992 di Dagomys e non hanno nessuna intenzione di uscire da quei contorni
Che cosa sta succedendo allora?
Siccome i georgiani continuano a bombardare con l’artiglieria i centri dell’Ossezia del Sud, evidentemente i Russi devono impedire questi bombardamenti e andranno con l’aviazione sui punti di concentramento delle truppe georgiane al di fuori della frontiera dell’Ossezia del Sud. Non possiamo nasconderci dietro un dito. Qui c’è una guerra dichiarata contro una popolazione di meno di 100 mila abitanti colpita a freddo. Fatto assolutamente inspiegabile se non con un’operazione politica provocatoria.
Provocatoria con quale obiettivo? E perché proprio adesso?
Il presidente Saakashvili ha dichiarato:«Noi interveniamo per ristabilire l’ordine costituzionale». Questa frase è una confessione, perché l’ordine costituzionale che il presidente georgiano vorrebbe ristabilire in Georgia non esiste dal 1991 quando l’Ossezia del sud si è dichiarata indipendente contemporaneamte alla dichiarazione di indipendenza della Georgia dall’Unione Sovietica. Quale ordine costituzionale vuole ricostruire? Chiunque capisce che questa cosa non sta in piedi. Sono stati massacrati migliaia di civili, ci sono 70 mila profughi su una popolazione di 100 mila. Che cosa doveva fare la Russia, ritirare le sue truppe? La Russia sta lì sulla base di un accordo politico firmato anche dalla Georgia, tanto è vero che c’erano le forze di interposizione. Ritirarsi quando gran parte di questi 100 mila individui, tutti cittadini russi (perché in questi anni hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza russa) non vogliono rimanere sotto la giurisdizione georgiana ... Ma lasciamo stare. Questa è un’operazione politica interamente costruita dagli Stati Uniti
Perché proprio adesso?
Per creare uno stato di guerra in Europa. Questa è l’unica risposta politica a questa situazione. Il contesto è semplicissimo: la Georgia vuole entrare nella Nato domani e nell’Unione Europea dopodomani. Siccome ritiene di avere questa chance a portata di mano, sta forzando gli eventi. Io ritengo che il calcolo sia stato sbagliato, forse potrà entrare nella Nato, ma certo in Europa... tirarsi dentro un paese che è in con la Russia....
La Russia non ha accettato la proposta di tregua europea
La Russia si fermerà quando i georgiani se ne andranno dal territorio che hanno occupato. Lo ha ripetuto oggi (ieri ndr) Medvedev: porteremo l’operazione alle sue logiche conclusioni. La tesi secondo cui la Georgia è occupata dalla Russia è una menzogna clamorosa. Non c’è stato un solo attacco, una sola bomba su città georgiane.
Però arrivano immagini di guerra...
Le immagini che arrivano si riferiscono a Tskhinvali e alla zona dell’Ossezia. Guarate la cartina, anche se è complicata...
Resta il fatto che questa guerra ci ha colto alla sprovvista, a parte gli osservatori attenti alla geopolitica dell’ex impero...
Beh, insomma... diciamo che siamo tutti un po’ distratti. Io sapevo che la guerra stava per cominciare, ho scritto anche un lungo articolo per La Stampa. Non c’è la minima ombra di dubbio: c’è stata una valutazione sbagliata da parte della Georgia e degli Stati Uniti. Hanno fatto l’attacco pensando che Putin e Mendevev avrebbero abbozzato come hanno fatto tante volte nel decennio scorso. Ma la Russia non è più quella di 10 anni fa, né quella del 1999. La Russia è un grande, potente paese che ha in mano tutte le risorse cruciali del futuro. Che non ha più debito con l’estero, un paese che ha riconquistato il senso della sua dignità nazionale. Poi si può discutere che non c’è democrazia... ma questo non c’entra. Secondo me Saakavili ha commesso un errore politico tremendo. Ora la Russia non si muoverà più di lì, restaranno sulla frontiera stabilita dagli accordi di Dagomys, proteggeranno l’Ossezia del Sud, Putin ha già dichiarato che spenderà 10 miliardi di euro per ricostruire Tshinvali e questo farà.
Torniamo all’Europa. Che cosa fare, come trovare una via d’uscita?
L’Europa deve decidere semplicemente se sta dalla parte degli americani o se vuole evitare una nuova guerra fredda con la Russia. Mi spiego: avere dentro paesi come l’Ucraina e la Georgia, ostanzialmente moltiplicatori con cui gli Usa introducono in Europa i loro vassalli, come con Polonia, Bulgaria Romania, Slovenia... tutti paesi che lavorano in Europa contro l’Europa a favore degli americani, vuol dire creare una situazione di guerra con la Russia. L’ Europa deve decidere se vuole cambiare politica. Da questo momento la Russia non si ritirerà più da nessuno dei fronti di tensione che gli sono creati intorno: non dall’Ucraina - e se cercheranno di portare l’Ucraina nella Nato spaccherà l’Ucraina - non dall’Ossezia e se cercheranno di portare via l’Ossezia con la forza la Russia interverrà per difenderla. La diplomazia può fare solo una cosa realistica: dire ai georgiani di tornare sulle linee precedenti.
Non ci sono anche questioni economiche importati. Per esempio il petrolio?
No. Ho letto delle sciocchezze clamorose tipo che i russi non hanno bombardato l’oleodotto. Certo, l’oleodottoè assolutamente fuori dall’area di interesse ed è la prova provata che si stanno mantenendo nei limiti del ritorno alla linea precedente. Se avessero voluto bombardare avrebbero bombardato Tiblisi. Non c’è una sola prova di un intervento militare russo al di fuori dei confini dell’Ossezia del Sud.
I media sembrano decisamente schierati per la Georgia. O no?
Io considero il comportamento dei media internazionali una vergogna mondiale. Anzi dovrebbe essere questo il segnale di guardia che dimostra come tutti possiamo essere trascinati nella guerra con una falsificazione generalizzata delle cose.
fine dei Giochi
Fine dei Giochi -
13/08/08
Oliviero Beha
Venerdì scorso, giornata inaugurale delle Olimpiadi, sui giornali titoli e foto in evidenza da prima pagina erano in buona parte dedicati alla fantasmagorica edizione numero 29 dei Giochi Moderni. Sabato quello spazio già si divideva tra la cerimonia inaugurale di Pechino e la guerra in Ossezia. Ieri, fatti salvi i giornali sportivi che ne sono il logico indotto di marketing, la prima giornata olimpica cedeva a immagini strazianti del conflitto e dei civili uccisi o soccorsi.
Sempre ieri l'Italia ha vinto il suo primo oro cinese nella spada individuale con Matteo Tagliariol, un fuoriclasse di Treviso di 25 anni. Gioia dell'olimpionico, della famiglia, dei dirigenti sportivi italiani presenti, i soliti Petrucci e Carraro, del team azzurro, degli sportivi italiani, degli italiani innamorati del tricolore che non fanno gestacci all'Inno di Mameli,etcc. Mondi separati dunque? Che si deve fare?
Chiedo lumi a Brecht, a una sua poesia in tempo di guerra intitolata «A quelli nati dopo di noi»: «...Che tempi sono questi in cui/ un discorso sugli alberi è quasi un reato/ perché comprende il tacere su così tanti crimini!...». Una volta c'era la cosiddetta “tregua olimpica” di ellenica memoria, per cui si sospendevano le guerre per le gare. Adesso i tycoon del Cio, a partire dal suo presidente Rogge, da Pechino esplicitamente affermano «non è affar nostro, ci pensi l'Onu» e implicitamente ratificano che la tregua olimpica è una panzana retorica e quel che conta è il denaro, negli stadi, negli studi tv come nel massacro in Ossezia dove in ballo c'è molto di più il petrolio e il suo mercato occidentale che non “diversità di vedute” sull'identità nazionale osseta.
Per carità, già nel 1936 la torcia olimpica ardeva per iniziativa di Hitler e dei suoi sodali, e sulla prima torcia berlinese simbolo di fratellanza tra i popoli c'era il marchio Krupp poi tristemente noto nella fabbricazione delle armi belliche. Ma stavolta, sul pianeta evoluto di cui ci vantiamo di far parte, dopo una marea di polemiche più o meno sincere (meno, più ipocrite) sui diritti umani e civili nebulizzati dalla Repubblica di Cina addirittura si è passato ad uno start contemporaneo delle gare e della guerra. Non ricordo personalmente una simile simultaneità. Evidentemente ci si evolve. Dai tempi di Hitler e della sua torcia ne abbiamo fatta di strada sulla via della modernità...
Intanto in una con le bombe a casa loro sfilavano a Pechino gli atleti georgiani che si erano detti pronti a tornare in patria per cambiarsi di divisa. Intanto il presidente georgiano se ne usciva con l'assurdità del monito «rimanete ma vincete». Serve altro per domandarci se siamo alla fine delle Olimpiadi? Aiuta a porsi una domanda simile il fatto che nel frattempo dopo gli attentati di Kashagar di lunedì,ieri ci sono stati altri otto morti nella regione del Xinjiang? Sempre di Cina, dell'immensa Cina si tratta. Della Cina olimpica, dico. Di questa Cina sotto gli occhi tecnologici del pianeta.
Ci stanno rubando - se non ci hanno già rubato - le Olimpiadi, questo è il punto. Ce le mostrano a condizione che ci dimentichiamo di tutto il resto (cfr. Brecht), con il ricatto psicologico pseudorealista e in realtà supercinico che tanto il mondo è questo, e quindi “perché privarci di un fenomenale spettacolo?”. Sarebbe una rinuncia in perdita. Come se la fine delle Olimpiadi, ovvero il loro snaturamento, la loro mercificazione, la simonia in terra di Olimpia dipendessero da noi e non da loro, che hanno usato i Giochi per tutt'altro, con il “collaborazionismo” di tutto il mondo sportivo.
Facciamo un esempio ancora più chiaro. Si dice che a Pechino ci sia tantissimo smog, nel senso letterale e non metaforico di un inquinamento mostruoso che rende difficile respirare e camminare, figuriamoci gareggiare. Non viene misurato credibilmente. Voglio dire che se la percentuale di inquinamento fosse troppo alta, manifestamente troppo alta, le autorità locali scientifiche o politiche (coincidono) fornirebbero certamente numeri diversi. Più bassi. Tollerabili. Non lo fanno solo i cinesi, il giochetto delle centraline di monitoraggio usate a proposito è cosa nota anche da noi, Europa, Italia ecc. Ebbene, la domanda è: quanto smog possono sopportare gli atleti? C'è un limite? A che punto si dovrebbe arrivare per dire basta? Trasferite questo interrogativo dando allo smog politico tutto l'ampio significato che deve assumere. Quanto smog politico, in termini di diritti umani e civili nella Cina ospitante, dei morti periferici relativi, della guerra contemporanea in Georgia e forse non solo in Georgia, nei prossimi giorni, quanto smog politico può sopportare un'Olimpiade e il cosiddetto spirito olimpico? Non siamo già oltre il tollerabile mentre si manomettono nemmeno troppo metaforicamente le centraline di monitoraggio? Forse le fotografie dall'Ossezia vicino alla faccia giustamente sorridente di Tagliariol possono contribuire a una risposta.
da l'Unità