LA CLAVA MEDIATICA: CLAMOROSO, IL CASO BOFFO E' UNA BUFALA INVENTATA DA IL GIORNALE

LA "nota informativa", agitata dal Giornale di Silvio Berlusconi per avviare un rito di degradazione del direttore dell'Avvenire, Dino Boffo, non è nel fascicolo giudiziario del tribunale di Terni. Non c'è e non c'è mai stata. Come, in quel processo, non c'è alcun riferimento - né esplicito né implicito - alla presunta "omosessualità" di Dino Boffo. L'informazione potrebbe diventare ufficiale già domani, quando il procuratore della Repubblica di Terni, Fausto Cardella, rientrerà in ufficio e verificherà direttamente gli atti. Bisogna ricordare che il Giornale, deciso a infliggere un castigo al giornalista che ha dato voce alle inquietudini del mondo cattolico per lo stile di vita di Silvio Berlusconi, titola il 28 agosto a tutta pagina:

"Il supermoralista condannato per molestie/ Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi italiani e impegnato nell'accesa campagna stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell'uomo con il quale aveva una relazione". Il lungo articolo, a pagina 3, dà conto di "una nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore disposto dal Gip del tribunale di Terni il 9 agosto del 2004". La "nota" è l'esclusivo perno delle "rivelazioni" del quotidiano del capo del governo. L'"informativa" subito appare tanto bizzarra da essere farlocca. Nessuna ordinanza del giudice per le indagini preliminari è mai "accompagnata" da una "nota informativa". E soprattutto nessuna informativa di polizia giudiziaria ricorda il fatto su cui si indaga come di un evento del passato già concluso in Tribunale.

 

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Scrive il Giornale: "Il Boffo - si legge nell'informativa - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio, il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un'ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...".



È lo stralcio chiave dell'articolo punitivo.



È falso che quella "nota" accompagni l'ordinanza del giudice, come riferisce il Giornale. L'"informativa" riepiloga l'esito del procedimento. Non è stata scritta, quindi, durante le indagini preliminari, ma dopo che tutto l'affare era già stato risolto con il pagamento dell'ammenda.



Dunque, non è un atto del fascicolo giudiziario.



Per mero scrupolo, lo accerterà anche il procuratore di Terni Cardella che avrà modo di verificare, con i crismi dell'ufficialità, che la nota informativa non è agli atti e che in nessun documento del processo si fa riferimento alla presunta "omosessualità" di Boffo.



La "nota informativa", pubblicata dal Giornale del presidente del Consiglio, è dunque soltanto una "velina" che qualcuno manda a qualche altro per informarlo di che cosa è accaduto a Terni, anni addietro, in un "caso" che ha visto coinvolto il direttore dell'Avvenire.



L'evidenza sollecita qualche domanda preliminare:



è vero o falso che Dino Boffo sia "un noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni"?



È vero o falso che la polizia di Stato schedi gli omosessuali?




Sono interrogativi che si pone anche Roberto Maroni, la mattina del 28 agosto.

Il ministro chiede al capo della polizia, Antonio Manganelli, di accertare se esista un "fascicolo" che dia conto delle abitudini sessuali di Dino Boffo. Dopo qualche ora, il capo della polizia è in grado di riferire al ministro che "né presso la questura di Terni (luogo dell'inchiesta) né presso la questura di Treviso (luogo di nascita di Boffo) esiste un documento di quel genere" e peraltro, sostiene Manganelli con i suoi collaboratori, "è inutile aggiungere che la polizia non scheda gli omosessuali: tra di noi abbiamo poliziotti diventati poliziotte e poliziotte diventate poliziotti".



"Da galantuomo", come dice ora il direttore dell'Avvenire, Maroni può così telefonare a Dino Boffo e assicurargli che mai la polizia di Stato lo ha "attenzionato" né esiste alcun fascicolo nelle questure in cui lo si definisce "noto omosessuale".



Risolte le domande preliminari, bisogna ora affrontare il secondo aspetto della questione: chi è quel qualcuno che redige la "velina"?

Per quale motivo o sollecitazione?

Chi ne è il destinatario?




C'è un secondo stralcio della cronaca del Giornale che aiuta a orientarsi. Scrive il quotidiano del capo del governo: "Nell'informativa si legge ancora che (...) delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo "sono a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori"".



C'è qui come un'impronta.



Nessuna polizia giudiziaria, incaricata di accertare se ci siano state o meno molestie in una piccola città di provincia (deve soltanto scrutinare i tabulati telefonici), si dà da fare per accertare chi sia o meno a conoscenza nella gerarchia della Chiesa delle presunte "debolezze" di un indagato.



Che c'azzecca?

E infatti è una "bufala" che il documento del Giornale sia un atto giudiziario.



E' una "velina" e dietro la "velina" ci sono i miasmi infetti di un lavoro sporco che vuole offrire al potere strumenti di pressione, di influenza, di coercizione verso l'alto (Ruini, Tettamanzi, Betori) e verso il basso (Boffo).



È questo il lavoro sporco peculiare di servizi segreti o burocrazie della sicurezza spregiudicate indirizzate o messe sotto pressione da un'autorità politica spregiudicatissima e violenta. È il cuore di questa storia. Dovrebbe inquietare chiunque.

Dovrebbe sollecitare l'allarme dell'opinione pubblica, l'intervento del Parlamento, le indagini del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), ammesso che questo comitato abbia davvero la volontà, la capacità e soprattutto il coraggio civile, prima che istituzionale, di controllare la correttezza delle mosse dell'intelligence.



Quel che abbiamo sotto gli occhi è il quadro peggiore che Repubblica ha immaginato da mesi. Con la nona delle dieci domande, chiedevamo (e chiediamo) a Silvio Berlusconi: "Lei ha parlato di un "progetto eversivo" che la minaccia.

Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?".



Se si guarda e si comprende quel che capita al direttore dell'Avvenire, è proprio quel che accade: il potere che ci governa raccoglie dalla burocrazia della sicurezza dossier velenosi che possano alimentare campagne di denigrazione degli avversari politici.

Stiamo al "caso Boffo".



La scena è questa.



C'è un giornalista che, rispettando le ragioni del suo mestiere, dà conto - con prudenza e misura - del disagio che nelle parrocchie, nei ceti più popolari del cattolicesimo italiano, provoca la vita disordinata del capo del governo, il suo modello culturale, il suo esempio di vita.



È un grave smacco per il presidente del Consiglio che vede compromessa credibilità e affidabilità in un mondo che pretende elettoralmente, indiscutibilmente suo.

È un inciampo che può deteriorare anche i buoni rapporti con la Santa Sede o addirittura pregiudicare il sostegno del Vaticano al suo governo. Lo sappiamo, con la fine dell'estate Berlusconi decide di cambiare passo: dal muto imbarazzo all'aggressione brutale di chi dissente.



Chiede o fa chiedere (o spontaneamente gli vengono offerte da burocrati genuflessi e ambiziosissimi) "notizie riservate" che, manipolate con perizia, arrangiate e distorte per l'occasione, possono distruggere la reputazione dei non-conformi e intimidire di riflesso i poteri - in questo caso, la gerarchia della Chiesa - con cui Berlusconi deve fare i conti.



Quelle notizie vengono poi passate - magari nella forma della "lettera anonima" redatta da collaboratori dei servizi - ai giornali direttamente o indirettamente controllati dal capo del governo. In redazione se ne trucca la cornice, l'attendibilità, la provenienza.



Quei dossier taroccati diventano così l'arma di una bastonatura brutale che deve eliminare gli scomodi, spaventare chi dissente, "educare" i perplessi.



A chi altro toccherà dopo Dino Boffo?



Quanti sono i dossier che il potere che ci governa ha ordinato di raccogliere? E contro chi?




E, concluso il lavoro sporco con i giornalisti che hanno rispetto di se stessi, a chi altro toccherà nel mondo della politica, dell'impresa, della cultura, della società?

Una lezione di democrazia

"Gli uomini pubblici e di governo che pensano che la Rai debba astenersi dal riportare critiche alla loro parte scambiano il servizio pubblico con le televisioni di Stato che operano in regimi non democratici". Il presidente della Rai Paolo Garimberti respinge al mittente i giudizi espressi dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante la puntata di ieri di Porta a Porta, rivendicando l'autonomia del servizio pubblico.

"Per questo gli attacchi a singole trasmissioni della Rai e gli insulti ai suoi giornalisti vanno respinti con la massima fermezza: come ieri l'ho espressa a Vespa per le offese che gli erano state rivolte, oggi la mia solidarietà - dice ancora - va a RaiTre, a Ballarò, a Report, ad AnnoZero e a tutti i lavoratori del servizio pubblico attaccati ieri proprio nella trasmissione di Vespa". Parole forti e decise alla vigilia della riunione del Consiglio d'amministrazione Rai di domani tutta dedicata all'informazione, dal caso Ballarò-Porta a Porta ad Annozero, e che vedrà senza dubbio il presidente esprimere toni critici per la decisione di far slittare l'esordio del programma di Floris a favore di quello di Vespa.

Fonte: (ANSA)

Su cosa si basa infatti la democrazia?
La democrazia si basa sul confronto giornaliero del governo con l'opposizione non sull'azzittimento, sull'oscuramento e sull'annientamento mediatico dell'opposizione che anche se ha perso le elezioni dopo ha comunque tutto il diritto ed il dovere di criticare il comportamento e l'operato di chi le ha vinte senza temere di essere liquidata e screditata con la insostenibile accusa di essere di parte.
L'opposizione deve per forza essere di parte e quindi tutti coloro, giornalisti compresi, che si sentono rappresentati dall'opposizione è ovvio che lo siano, questa è la normalità di ogni democrazia al mondo!
I governi dei paesi democratici si nutrono continuamente delle critiche perche' le critiche non sono da respingere come attacchi di parte ma sono occasioni di dibattito e di confronto su cui discutere tutti insieme.
Qualsiasi governante che sottoposto alle critiche dell'opposizione le liquidasse come critiche di parte e si rifiutasse di discuterne apertamente con l'opposizione per sottoporsi al sacrosanto giudizio dei cittadini che lo hanno scelto per amministrare la cosa pubblica nell'interesse di tutti e per essere rappresentati degnamente dentro e fuori dai confini nazionali non potrebbe essere considerato democratico.
Sicuramente un tennista può essere considerato più democratico perchè interagisce con l'avversario, non con gli spettatori!
Un qualsiasi governante per essere considerato democratico deve dibattere, discutere e dialogare con l'opposizione, non con gli spettatori!

il corpo delle donne

cara Franca,
ho scritto e diretto un documentario IL CORPO delle DONNE sull'uso del corpo delle donne nella tv italiana ed è visibile sul sito www.ilcorpodelledonne.com. E' stato visto da 300mila persone e sarei felice se Lei volesse guardarlo.
Le invio un abbraccio affettuoso
Lorella Zanardo

grazie per il vostro impegno

grazie per il vostro impegno di sempre. non so voi ma io riesco ad essere solo spaventata, a sentirmi impotente di fronte a tanta forza e al niente a cui "aggregarmi" in opposizione.