Afghanistan

"Io, vedova di guerra, in un Paese senza memoria" La Repubblica, CARLO BONINI

Il marito perso in Iraq, una figlia da crescere, le lacrime e i ricordi
ma anche le malignità della gente: vita di una moglie di caduto in missione

 
 
Il tempo di Alessandra Cellini è due volte maledetto. Come può esserlo solo quello delle vedove di guerra in un Paese in pace che non conosceva guerre da mezzo secolo. Maledetto perché ogni bara avvolta nel tricolore che torna su un C-130 impedisce alla ferita di cominciare anche soltanto a cicatrizzarsi. Maledetto perché il lutto, privato, non si fa mai memoria condivisa, collettiva. Resta un terribile fardello da trascinare in solitudine.

Occasione di chiacchiericcio malvagio, perché, oggi, nella provincia italiana di un Paese in guerra solo con se stesso, dove si fatica ad arrivare alla quarta settimana, si può anche invidiare una vedova di guerra, per quel che la guerra le ha tolto (un marito e un padre) e quel che la guerra le ha dato: un vitalizio, un contratto di lavoro a tempo indeterminato, una casa in cui far crescere un'orfana.

Alessandra aveva 27 anni e una bimba di 10 mesi, Giorgia, quando il 21 gennaio del 2005, suo marito, Simone Cola, 32 anni, maresciallo dell'aviazione dell'esercito, veniva ucciso nei cieli dell'Iraq. Vivevano a Viterbo, allora, non lontani dalla caserma dove era di stanza Simone. Le immagini di quei giorni sono rimaste le prime e le ultime rubate a una giovane famiglia divisa per sempre. Simone Cola il giorno del matrimonio; Simone Cola in mimetica accanto alla fusoliera del suo elicottero; Alessandra con il capo reclinato sulla spalla del capo dello Stato il giorno dei funerali nel Duomo di Ferentino. Poi, più nulla. Il lutto pubblico ha un suo rituale. I suoi tempi. Tre giorni. Alessandra e la sua bimba sono state ricacciate nel buco di anonimato da cui non avrebbero mai voluto uscire.

Oggi Alessandra ha trent'anni e da tre anni prova ogni giorno a ricominciare a vivere. "Dopo la morte di Simone io e Giorgia lasciammo la casa di Viterbo e tornammo qui dove sono cresciuta, a Ferentino. Da sola non ce la facevo. Ho la fortuna di avere un fratello e una sorella e dei genitori ancora giovani. Per un anno tornai a casa, insieme a loro. Poi, una mattina, capii che non era giusto. Non era giusto per me e soprattutto per mia figlia. Io, lei e Simone eravamo stati una famiglia. Io e lei da sole dovevamo tornare ad essere quello che di quella famiglia restava".

Con la somma che le liquida il ministero della Difesa, Alessandra compra un piccolo appartamento in un dignitoso condominio, abitato da altri cinque vicini e lo intesta a Giorgia. Arreda la casa con gli oggetti e i mobili, che, un anno prima, un camion dell'Esercito aveva caricato in un cassone a Viterbo. Il divano è lo stesso. Il letto matrimoniale è lo stesso. La vetrinetta del salone e le cornici con le foto di una coppia felice con la propria bimba sono le stesse. Anche l'armadio è lo stesso, dove continuano ad essere appesi i vestiti di Simone.

"Solo una cosa non ho avuto il coraggio di fare. Aprire le casse che sono tornate indietro dall'Iraq. Credo siano solo gli indumenti di Simone. Credo. Le tengo una sull'altra. In un angolo. E forse non le aprirò mai. L'unica cosa che ho voluto di quel posto me l'hanno data i colleghi di Simone. Un peluche che aveva comprato per Giorgia".

Nel 2005, Francesco Storace, senatore di An, allora governatore del Lazio, trova ad Alessandra un posto alla "Bic Lazio" di Frosinone, azienda di sostegno allo sviluppo delle imprese. Uno stipendio modesto, ma pur sempre uno stipendio, che, con i 1500 euro di vitalizio riconosciuti alle vedove dei caduti, consente di arrivare alla fine del mese senza affanni. Alessandra comincia ad alzarsi alle sei ogni mattina, dal lunedì al venerdì, per poter essere in ufficio per le 8.30. Sveglia Giorgia, le prepara la colazione, la veste per andare all'asilo.

Un istituto di suore, dove ogni pomeriggio, quando torna a prenderla, le raccontano la giornata di quella bimba. Se e quante volte ha chiesto di vedere il padre. Che cosa ha ascoltato dalla voce dei suoi compagni. Capisce presto che Giorgia non può sopportare separazioni troppo lunghe. Alla "Bic" le concedono il part-time, perché alle tre e mezza del pomeriggio lei possa essere di nuovo davanti al cancello dell'asilo.

"Non è vero che a dieci mesi, quanti ne aveva Giorgia quando morì Simone, i bambini non ricordano. I bambini ricordano, ascoltano e aspettano. Per molto tempo ho avuto solo la forza di dirle che "papà era dovuto salire in cielo da Gesù perché Gesù gli aveva chiesto di aiutarlo con i bambini che erano in cielo con lui". E lei, che sapeva che il padre volava sugli elicotteri, per due anni, ogni volta che vedeva un elicottero su per aria diceva che era il padre che stava andando da Gesù".

Poi è arrivato il giorno in cui la verità ha bussato con la voce di un bambino. "Giorgia è tornata da scuola e mi ha chiesto piangendo se era vero quello che le avevano detto i suoi compagni. Che al papà avevano sparato dei signori cattivi. E io le ho detto che, sì, era vero. E che per questo papà era salito da Gesù. Lei non ha più chiesto, ma continua ad aspettarlo. A chiedere perché sono sempre io che vado a prenderla il pomeriggio a scuola e non il papà, come gli altri bambini. Ci vorrà tempo".

Ci vorranno altre parole che non è semplice trovare e che ad Alessandra, una volta ogni due settimane, non suggerisce un assistente sociale, ma una psicologa dell'esercito, che lei va a trovare al ministero della Difesa.

È a lei che racconta le sue giornate, i suoi colloqui con Giorgia, i sogni e gli incubi che popolano le sue notti. "E' un sostegno fondamentale". È un luogo. È un numero di telefono da comporre quando se ne avverte il bisogno. Perché le vedove di guerra non hanno una rete autonoma, una struttura di volontari che aiuti nella condivisione. Vivono il lutto in clandestinità. Si incrociano, se capita, alla consegna di una medaglia al valore ("Simone ha ricevuto la "croce d'onore alla memoria" nel 2005, dall'allora capo di stato maggiore dell'Esercito Cecchi), di una targa commemorativa, in una camera ardente ("A me capitò di essere in quella di altri quattro elicotteristi a Viterbo"). Accolgono un'altra donna con cui condividere lo stesso dolore con un telegramma, raramente con una telefonata.

"Perché ogni volta significa riprecipitare nello stesso baratro". L'unica famiglia, oltre quella di sangue, resta quella che si è portata via un pezzo della loro vita. L'Esercito, l'Aviazione, la Marina, i Carabinieri. I loro veterani. Ufficiali, sottufficiali, che spesso non riescono a perdonarsi di non essere riusciti a riportare indietro tutti.

È un microcosmo che impasta affetti, dolore, sensi di colpa, oltre il quale c'è il buio e il chiacchiericcio malvagio di un Paese che sa essere feroce, perché ha perso il rispetto di se stesso. Alessandra ha cominciato ad avvertirlo presto. Voci che si gonfiano e che la umiliano. All'angolo di una strada, in un supermercato, nei pettegolezzi da bar. "Mò si lamenta. Ma non ce l'hanno mica mandato al marito. Lo ha fatto per i soldi". "Hai visto la casa? Ha pure il posto fisso... È proprio vero: peggio per chi se ne va, meglio per chi resta". "A un certo punto ho deciso che avrei cominciato a rispondere. Perché tacere avrebbe significato offendere la memoria di Simone. Ucciderlo un'altra volta. E così ho fatto. Così continuo a fare. L'ultima volta che mi è capitato di rispondere l'ho gridato: 'Per me, morire in guerra è come morire in fabbrica'. La vita di un operaio vale la vita di un soldato. Simone stava servendo questo Paese, come lo serve ogni mattina chi esce di casa che è ancora notte per andare a lavorare. Ho la fortuna - e so che è una fortuna - di non essere stata abbandonata dallo Stato, ma non voglio, non è giusto che debba vergognarmene o giustificarmi".

Alessandra non sa se "la cattiveria" (la chiama così) sia figlia del ripudio per una guerra lontana che nessuno ha dichiarato e che la politica continua a chiamare con un altro nome. O della feroce solitudine di chi è vivo, ma per lo Stato resta un invisibile: disoccupato, flessibile o pensionato che sia. Sa una cosa sola. "Che presto inaugurerò un'associazione di volontari che porterà il nome di Simone e comincerà a dare una mano a chi ha bisogno qui, a casa nostra, tra la nostra gente".

Alessandra avrà un motivo in più per ricordare, per rendere riconoscibile pubblicamente il suo lutto. Per provare a dare un senso al tricolore che aveva avvolto la bara di Simone nel suo ultimo viaggio e che lei, qualche settimana fa, ha restituito alla terra. Nel terzo anniversario della morte, Alessandra ha seppellito nuovamente Simone, trasferendolo nella cappella di famiglia che mai aveva immaginato dovesse far costruire. "C'è stata una cerimonia al cimitero. Ho preso la bandiera e ho coperto di nuovo mio marito. Con me, c'era chi mi vuole bene".

(20 febbraio 2008)
 

APPELLO: NO ALL’ACQUISTO DEGLI AEREI DA GUERRA F35

chi condivide il contenuto e la richiesta al governo di non acquistare gli f 35 di mandare la propria adesione a sigi2003@libero.it  indicando cognome, nome, qualifica (professionale, istituzionale, o di impego nl sociale.
 
 
Dopo la firma del “memorandum d’intesa sullo sviluppo del velivolo Joint Strike Fighter F 35” fra Italia e Stati Uniti d’America, il prossimo atto ufficiale in calendario è la decisione che dovrebbe prendere il Governo italiano di acquistarne 131 dalla Lockheed Martin Aeronautics.
Una decisione che, se assunta, comporterebbe per l’Italia una spesa che varia fra i 25 ed i 30 mila miliardi delle vecchie lire a seconda che il pagamento debba essere effettuato in euro o in dollari.
Un onere finanziario per il nostro Paese di inaudita ed ingiustificabile enormità per una operazione assurda ed inaccettabile.
 
Gli F 35 non sono “aerei da difesa” ma supercacciabombardieri progettati ed attrezzati per portare “fulmineamente” morte e distruzione a persone e cose sfuggendo alle intercettazioni dei radar nemici per cui o il Governo li acquista pensando che l’Italia debba risolvere le controversie internazionali con le guerre ed ottiene che il Parlamento cancelli l’articolo 11 della Carta Costituzionale o compera 131 cacciabombardieri che non potranno essere usati né dall’aeronautica né dalla marina italiane.
 
Per il loro acquisto  si spenderebbero decine di miliardi di lire dei cittadini italiani per favorire:
-          enormi profitti agli azionisti della Lockheed Martin Aeronautics
-          la ricerca scientifica e tecnologica di un’azienda americana
-          posti di lavoro a Fort Whort in Texas
 
Non solo. Chi sa di acquisti di aerei afferma, documentando, che tra il prezzo iniziale di progetto e quello finale di vendita vi è una lievitazione impressionante. Tanto è vero che il costo di un F 35 che in sede di progetto era di 31,5 milioni di euro è già triplicato.
 
 Oltre ai 25/30 mila miliardi, quante altre decine di migliaia di miliardi dovrà sborsare lo Stato italiano, cioè noi?
 
Per questa ragioni e nella convinzione che la pace sia un valore assoluto non barattabile e che senza pace non vi possa essere alcun tipo di progresso
Chiediamo al Governo italiano di non acquistare i supercacciabombardieri F 35 ed al Parlamento di non consentire l’enorme spesa necessaria
 
Quelle decine di migliaia di miliardi non utilizzati per acquistare strumenti di morte e di distruzione - e non di difesa – possono costituire o un’ enorme somma risparmiata che non va a gravare sul bilancio dello Stato o essere investite per la ricerca, l’università, la salute, il lavoro dei giovani, le pensioni per gli anziani, gli aiuti ai diseredati del mondo, la riconversione dell’industria bellica.
 
Seguono firme…
 

Mirate bene? Desistete

di Tommaso Di Francesco, il Manifesto del 3 luglio 2007
 

Dopo le minacce di attentati a Londra, l'autovettura con i kamikaze che si frantuma sui tornanti dell'aeroporto di Glasgow, domenica un massacro di civili in Afghanistan, l'ennesimo, ad opera della coalizione occidentale, e ieri l'attentato nel mucchio che uccide sette ignari turisti spagnoli in Yemen. La lunga scia di sangue non si ferma. Torna d'estate, ma non era mai cessato, il pendolo di sangue tra guerra e terrorismo. Mentre promettono a man bassa politiche di sicurezza a destra e a sinistra, ci resta una sola certezza: la guerra, in Iraq e in Afghanistan, ci lascia sicuri da morire.
 
A Roma, da questo punto di vista, si è aperta una verifica ineludibile, con la conferenza su giustizia e stato di diritto in Afghanistan, dove l'Italia è impegnata a ricostruire le regole della vita civile, ma poi, in guerra insieme alla coalizione Isaf-Nato, contribuisce a violare con le stragi i diritti umani. Apparteniamo alla genia che attribuisce alle parole tutto il peso che hanno. Sentire un'autorità del mondo, un potente, un governante - e il ministro della difesa italiano Parisi appartiene a questa schiera - gridare: «O miriamo bene o ci asteniamo» precipita l'immaginario nella farsa più crudele. Siamo, più o meno consapevolmente, dei criminali che forse «non sanno sparare» e comunque «non si astengono». Stavolta il massacro è di 80 civili, ma forse sono più di cento, ancora una volta nel sud dell'Afghanistan.
 
Dall'alto dei cieli, coraggiosamente, piovono sui villaggi afghani tonnellate di bombe. «Mirate o desistete», chiede il ministro. Si fa presto a dire di mirare: bombardiamo con F-15, F-16, con bombardieri pesanti B-52H e B-1B che sganciano per ogni missione - ce ne sono 1200 a settimana - 51 bombe a grappolo con circa 11mila bomblet, 30 bombe da mille libbre, 20 missili da crociera e 40 bombe a guida di precisione. Già, la precisione. Provate a essere precisi, a scartare il bambino e la donna dal talebano che nel villaggio opera perché magari ci vive. «Sparate bene» chiede il governo italiano. Bene come? In una realtà nella quale la guerra di terra, non solo delle cattive truppe americane ma di quelle dell'Isaf-Nato, non dà risultati, non è «meglio», com'è stato dal novembre 2001, fare terra bruciata per tagliare appoggi e legami? Quali comandi militari occidentali, consapevoli di utilizzare un tale potenziale distruttivo, possono raccontare la favola dei «dolorosi effetti collaterali»? Non ci sono effetti collaterali, ma solo obiettivi mirati a seminare terrore, con lo scopo di separare a forza i civili dai ribelli armati che non si sconfiggono e che, anzi, si moltiplicano.
 
«Imparate a sparare o lasciate perdere», non sembra lo stesso rimprovero che potrebbe pronunciare l'immancabile Al Zawahiri o il digitalissimo Osama bin Laden, i leader di Al Qaeda impegnati a declinare il terrore contro i civili occidentali e non, alle guerre irachene e afghane? «Impariamo a mirare o desistiamo» chiede il ministro Parisi. A questo punto della missione italiana, non è forse meglio uscire dalla guerra. E desistere.

Mamma pace non abita più qui

il manifesto del 30 Maggio 2007

  

Il movimento per la pace americano perde la sua icona più rappresentativa «Questa è la mia lettera di dimissioni da volto del movimento anti-guerra americano». Tradita, insultata, malata, divorziata, la «peace mom» Cindy Sheehan scrive al «suo» sito: basta, raccolgo i cocci e torno a casa

 

 

Cindy Sheehan

 Dopo che Casey è stato ucciso ho dovuto sopportare un sacco di calunnie e di odio, soprattutto dal momento in cui sono diventata la cosiddetta faccia del movimento americano contro la guerra. Ma soprattutto da quando ho rinunciato anche ai pochi legami che mi erano rimasti con il partito democratico, altro fango mi è stato gettato addosso da blog «liberal» come Democratic Underground. Essere chiamata «puttanella egocentrica» e sentirmi dire «che liberazione» sono stati tra gli insulti più teneri.

Oggi, il Memory day per i veterani, sono arrivata ad alcune strazianti conclusioni. Non sono il frutto di riflessioni del momento ma di una meditazione che va avanti da almeno un anno. Le conclusioni alle quali sono lentamente e con estrema riluttanza giunta sono davvero strazianti per me.

La prima conclusione è che sono stata la beniamina della sinistra finché mi sono limitata a protestare contro Bush e il partito repubblicano. Certo, sono stata diffamata ed etichettata dalla destra che mi ha definito uno strumento del partito democratico per emarginare me e il mio messaggio. Come potrebbe una donna avere un pensiero originale o lavorare al di fuori del sistema bipartito?

Ma quando ho cominciato a trattare il partito democratico con lo stesso metro di giudizio usato per quello repubblicano, il sostegno alla mia causa ha cominciato ad erodersi e la «sinistra» ha cominciato a gettarmi addosso gli stessi insulti della destra. Suppongo che nessuno mi abbia ascoltato quando ho detto che la questione della pace e di coloro che muoiono senza ragione non è questione di «destra o sinistra» ma di «giusto e sbagliato».

Mi ritengono una radical perché credo che le politiche partisan dovrebbero essere accantonate quando centinaia di migliaia di persone muoiono a causa di una guerra fondata su bugie, sostenuta allo stesso modo da democratici e repubblicani. Mi meraviglia che persone così acute nelle argomentazioni e precise come un raggio laser quando esaminano le menzogne, i travisamenti e gli espedienti politici di un certo partito, rifiutino di riconoscerle nel loro proprio partito. La cieca lealtà di partito è pericolosa da qualunque parte venga. I popoli del mondo ci considerano, noi americani, come delle caricature perché consentiamo ai nostri leader politici tanta libertà omicida. Se non troviamo alternative a questo corrotto sistema bipartitico la nostra repubblica rappresentativa morirà e sarà sostituita da quello verso cui stiamo rapidamente discendendo senza incontrare resistenza: il deserto fascista delle corporations. Io vengo demonizzata perché quando guardo una persona non ne vedo il partito o la nazionalità ma il cuore. Se qualcuno sembra, veste, agisce, parla e vota come un repubblicano, perché dovrebbe meritare sostegno solo perché si definisce democratico?

Sono anche arrivata alla conclusione che se faccio quel che faccio perché sono «una puttanella egiocentrica» allora c'è davvero bisogno che mi impegni di più. Ho investito tutto quel che avevo nel tentativo di portare pace e giustizia a un paese che non vuole né l'una né l'altra. Se una persona vuole entrambe, normalmente non fa niente di più che passeggiare in una marcia di protesta o sedere al computer criticando gli altri. Io ho speso ogni centesimo che avevo, quel denaro che un paese «grato» mi ha dato quando hanno ucciso mio figlio, e ogni penny guadagnato da allora con conferenze o vendita di libri. Ho sacrificato un matrimonio durato 29 anni e viaggiato a lungo dalle sorelle e dal fratello di Casey. La mia salute ne ha risentito e sono in arretrato con i conti dell'ospedale dall'estate scorsa (stavo quasi per morire), perché ho usato tutte le mie energie per cercare di fermare il massacro di innocenti compiuto da questo paese. Sono stata chiamata con ogni nome spregevole che una mente miserabile può pensare e sono stata più volte minacciata di morte.

La conclusione più devastante raggiunta questa mattina, tuttavia, è che Casey è davvero morto per nulla. Il suo prezioso sangue versato in un paese lontano dalla sua famiglia che lo amava, ucciso dal suo stesso paese che è legato e guidato da una macchina da guerra che controlla anche quel che pensiamo. Da quando è morto ho tentato di tutto per dare un senso al suo sacrificio. Casey è morto per un paese che si preoccupa più di chi sarà il prossimo american idol che di quante persone saranno uccise nei prossimi mesi mentre democratici e repubblicani giocano alla politica con le vite umane. E' davvero doloroso rendermi conto di aver creduto a questo sistema per tanti anni, e Casey ha pagato il prezzo di quella obbedienza. Ho ingannato il mio ragazzo, ed è ciò che mi fa più male.

Ho anche cercato di lavorare all'interno di un movimento pacifista che spesso pone gli ego al di sopra della pace e degli esseri umani. Questo gruppo non lavorerà con quell'altro; lui non parteciperà se ci sarà anche lei; e perché Cindy Sheehan ottiene tutta quell'attenzione? Difficile lavorare per la pace quando il movimento che a questa si richiama è così diviso.

I nostri coraggiosi giovani uomini e donne in Iraq sono stati abbandonati lì indefinitamente da leader codardi che li muovono come pedine su una scacchiera di distruzione, e il popolo iracheno è destinato alla morte e a un destino peggiore della morte da gente a cui stanno più a cuore le elezioni che le persone. Tuttavia in cinque, dieci, quindici anni le nostre truppe torneranno a casa zoppicando dopo un'altra abietta sconfitta e dieci, venti anni dopo i figli dei nostri figli capiranno che i loro cari sono morti per nulla, perché anche i loro nonni avevano creduto in questo sistema corrotto. George Bush non sarà mai sottoposto a impeachment perché se i democratici scavano troppo, potrebbero dissotterrare anche i propri scheletri. E il sistema si perpetuerà all'infinito.

Io riprenderò tutto ciò ho lasciato e tornerò a casa. Tornerò a casa per fare da madre ai figli sopravvissuti e cercare di riguadagnare qualcosa di ciò che ho perduto. Cercherò di mantenere e alimentare alcuni rapporti positivi trovati nel corso del viaggio al quale sono stata costretta dalla morte di Casey, e tenterò di ripararne alcuni altri tra quelli che sono andati in pezzi da quando ho iniziato questa solitaria crociata per cercare di cambiare un paradigma che ora, temo, è scolpito in inamovibile, inflessibile e menzognero marmo.

Camp Casey è servito allo scopo. Ora è in vendita. C'è nessuno che vuole cinque splendidi acri a Crawford, Texas? Esaminerò ogni ragionevole offerta. Sento dire che anche George Bush traslocherà presto... il che incrementa il valore della proprietà.

Questa è la mia lettera di dimissioni da «faccia» del movimento americano contro la guerra. Questo non è il giorno della mia sconfitta, perché non rinuncerò mai a tentare di aiutare i popoli del mondo danneggiati dall'impero dei buoni, vecchi Stati uniti d'America. Ma ho finito di lavorare dentro, o fuori, questo sistema. Questo sistema resiste con forza a ogni aiuto e divora chi cerca di aiutarlo. Io ne esco prima che consumi totalmente me o ogni altra persona che amo, e quel che resta delle mie risorse.
Good-bye America. Non sei il paese che io amo, e alla fine ho capito che per quanto mi sacrifichi non posso fare di te quel paese, a meno che non lo voglia anche tu.

Ora, tocca a te.

 

 

 

 

 

Argomento: 

AFGHANISTAN: LA GUERRA DELL’OPPIO

foto: archivio Corriere della Sera

Le ferite ancora aperte nella storia afghana dell’ultimo secolo sono un’economia necrotizzata dalla guerra, con irrisolta dipendenza dagli aiuti internazionali e la piaga del mercato dell’oppio.

L’Afghanistan è, come noto, una regione poverissima, con picchi di inflazione al 240%. In passato il bilancio interno si è in qualche modo fatto forza dei pochi frutti della terra, ortaggi, datteri, noci e poco altro. Oggi l’Afghanistan è un lembo di terra arso dal fuoco dei bombardamenti; dove contadini e allevatori sbarcano il lunario coltivando papaveri oppiacei. Invasioni sovietiche, guerre civili, occupazione talebana, intervento militare americano, nulla è riuscito a scalfire la produzione dell’oppio, perché nel corso del tempo è diventato la moneta di scambio delle varie fazioni religiose- tribali e dei signori della guerra per alimentare i conflitti, incassando proventi da investire in armi e assurgendo a strumento di ricatto nelle relazioni internazionali. Ma questo non è che un lato della medaglia; perché dall’altro, offre ai moltissimi afghani che vivono sotto la soglia di povertà una delle poche possibilità di sussistenza.

I bombardamenti hanno lasciato una pesante eredità: terreni sconquassati e servizi di approvvigionamento idrico distrutti: anche chi volesse coltivare sui propri terreni uva, pomodori o noci, non può più farlo, l’unica alternativa, senza la ricostruzione civile, è piantare papaveri: crescono ovunque, necessitano poca acqua, e il raccolto è l’unico che viene retribuito dai capi-tribù locali, i quali concedono ai contadini, con un sistema simile a quello feudale, un lembo di terra per la coltivazione di oppiacei e un piccolo spazio per la sussistenza.

L’agricoltore entra così in una spirale: la pratica del salaam fa si che i trafficanti concedano un credito ai contadini, acquistando l’oppio prima che venga raccolto, ma se la produzione non copre la cifra, il debito viene trascinato di anno in anno, creando una rapporto di dipendenza economica. Tanto è diffuso questo sistema che sono state abbattute il 55% delle foreste di cedri, prima dedicate alla produzione di legni pregiati, per fare spazio ai papaveri rossi.

Tradizionalmente, le province più compromesse nella produzione sono l’Helmand, il Nangarhar e il Badakshan e le fasce sociali maggiormente coinvolte sono quelle più povere (e numerose): donne, bambini ed esuli.

L’oppio garantisce la sussistenza di tutti coloro che non vivono nelle città, al di fuori delle quali non è assolutamente riconosciuta l’egemonia del Presidente Karzai, e il codice di comportamento viene ancora dettato dalle regole non scritte religiose ed etniche. Secondo il World Food Programme, 4,3 milioni di abitanti delle zone rurali sono al di sotto delle condizioni minime di sopravvivenza, solo il 23% della popolazione dispone di acqua potabile, e solo il 12% po’ usufruire di strutture sanitarie adeguate. Per quanto riguarda i bambini, la mortalità infantile è altissima, il 60% risulta essere cronicamente malnutrito, e il 60% dei decessi infantili sarebbe facilmente evitabile.

Percorrendo la scala sociale e gerarchica fino al governo centrale, si trova ovunque un alto tasso di corruzione, che fa perno proprio sul mercato dell’oppio e sul traffico d’armi, capace addirittura di dirottare in alcuni casi anche i fondi internazionali per la ricostruzione in favore dei mercati illeciti. Non c’è fazione politica che non abbia tratto vantaggio dai proventi dell’oppio; ed è quindi intuibile il motivo per cui gli aiuti internazionali sono riusciti a coprire solo una minima parte delle esigenze della popolazione.

Il problema è talmente radicato nel tessuto economico-sociale che il suo contrasto è stato inserito fra i principi della carta costituzionale afghana. Facendo un paio di conti, escludendo gli aiuti internazionali, solo il 7% del fabbisogno economico è coperto dalla produzione locale, il resto è quell’area grigia che sottende ad oppio e traffici illeciti.

Insomma, senza questo mercato l’Afghanistan subirebbe un tracollo economico senza pari.

A livello internazionale ci si è interrogati su come spezzare questa catena che alimenta direttamente la guerra civile: gli Stati Uniti hanno optato per una linea dura, attuando un severo programma di sradicamento e repressione, congiunto ad assistenza all’agricoltura, che ha causato inizialmente un abbassamento della produzione d’oppio, ma sul medio termine si è poi dovuto riconsiderare a ribasso questo risultato, che ha portato in realtà solo ad uno spostamento della produzione nelle campagne lontane dal controllo USA, sotto l’egida dei capi-tribù.

I fondi internazionali non sono sufficienti: l’80% è dedicato ai contingenti militari e alla sicurezza, il restante 20%, non sono che briciole da dedicare alla ricostruzione civile: infrastrutture, e sussidi all’agricoltura.

Nel corso del 2006 la sola provincia dell’Helmand è diventata roccaforte dell’oppio e seconda produttrice mondiale, pare a causa di un utilizzo "improprio" da parte dei contadini dei nuovi fertilizzanti distribuiti dalle autorità governative originariamente destinati allo sviluppo di colture alternative al papavero.

Quello che appare sempre più evidente è la mancanza di uno sviluppo alternativo con un sistema di diritto e di garanzie, unitamente a una ricostruzione civile che garantisca ai cittadini la sussistenza. La presenza internazionale sul territorio afghano sembra sempre più fragile nel portare avanti queste istanza, essendo sempre più focalizzata in qualcosa di simile alla guerra che alla "missione di pace".

E’ cronaca di questi giorni l’invio di ulteriori mezzi militari d’attacco alle truppe italiane, e lo stanziamento di fondi che al 70% coprono necessità militari-belliche, e solo nella restante parte vanno in sostegno dei civili e della ricostruzione.

Tutta quest’esportazione di democrazia che s’è fatta, questi disastrosi anni di guerra, hanno lasciato un Afghanistan diverso, ma ugualmente povero, devastato, inginocchiato ai signori della guerra e della droga, dove il 50% dei lavoratori percepisce un reddito annuale che non supera i 500 dollari, poco più di un dollaro al giorno, con nuclei familiari di 10 persone. Il salario medio di uno statale ammonta a 40 dollari, e dei 400.000 dipendenti un quarto è colluso col narcotraffico.

Oltre il 70% della popolazione non h un lavoro legale, il 60% non ha elettricità, e tanta è la povertà che in molti sono costretti a vendere i propri figli per saldare i debiti.

Si tratta di statistiche che definiscono un bilancio amaro della nostra presenza in Afghanistan, dimostrando che saremmo indispensabili nel dare una svolta nella lotta alla guerra e alla corruzione partendo proprio dalla ricostruzione civile ed in particolare quella rurale. Se i fondi che l’Italia utilizza per fini militari fossero in parte dirottati in sostegni alle fasce sociali più povere e a quelle rurali, con incentivi all’agricoltura e una campagna di sradicamento che offra alternative plausibili atte a garantire il mantenimento delle famiglie di braccianti, offriremmo loro la possibilità di rompere le catene che li legano ai signori della guerra.

Sarebbe anche questo un modo di reprimere le recrudescenze etniche, alimentando una cultura di pace. Ci sarebbe quindi molto da fare, senza elicotteri mangusta.

Argomento: 

LE DUE GUERRE

l'autore della foto è Tano D'Amico.

 

Di Antonietta M. Gatti

 Laboratorio dei Biomateriali,

 Dipartimento Integrato di Neuroscienze, Testa e Collo e Riabilitazione

 Università di Modena e Reggio Emilia

  Se negli anni Sessanta la responsabilità di qualsiasi comportamento umano aberrante era allegramente scaricato sulla società, oggi il nostro approccio al problema è decisamente più scientifico: la colpa sta nel DNA. Nel 2003 un professore di Neuroscienze, tale Evan Deneris della Case Western Reserve University, scovò il gene dell’aggressività e dell’ansia e, dunque, a ben vedere, della guerra. Se è così, la guerra è inevitabile perché la portiamo scritta dentro di noi e, se la portiamo dentro di noi, cercare di eliminarla è fatica sprecata. Ma, al di là della genetica, giustificazioni per fare a botte ce n’è a iosa, da ideali politici a istanze religiose, da classifiche stilate in base all’etnia a pretese territoriali comunque giustificate, e chi più ne ha, più ne metta. In aggiunta, senza che ce lo vogliamo confessare perché questo svilirebbe la nobiltà degl’intenti bellicosi, sotto sotto ci potrebbe stare anche un disegno più grande di cui noi non siamo che protagonisti inconsci: il contenimento dei numeri. Quando animali della stessa specie e, dunque, con le stesse esigenze, si trovano a condividere aree troppo piccole, l’unica possibilità che hanno è di liberarsi del concorrente. La Natura è crudele? Fate voi. Comunque, la Natura sfugge ad ogni giudizio morale: la si deve accettare perché non c’è alternativa.

Però, se la guerra ce l’abbiamo scritta in ogni cellula e, dunque, è una caratteristica della nostra specie, forse sarebbe meglio non esagerare e dare un’occhiata ai rischi che un’attività del genere comporta al di là del puro, semplice e scontato ammazzare il nostro simile occasionalmente nemico. A mero titolo di riflessione, prendiamo

la prima Guerra del Golfo, quella del 1991. Finito il loro periodo di servizio, alcuni militari tornano dall’Iraq o dal Kuwait portandosi a casa strani sintomi, anzi, strane collezioni di sintomi non descritti nei libri o, comunque, apparentemente non in relazione tra loro. La cosa dà fastidio ai comandi militari, non per i malati in quanto tali: in fondo, si tratta solo di soldati e, se un soldato muore, il tutto rientra nell’ordine delle cose; ma per il possibile impatto che un fatto del genere potrebbe esercitare sulla popolazione che, con le proprie tasse, paga i costi della guerra e il cui consenso o, comunque, non dissenso, è indispensabile. Così, come è prassi consolidata da sempre, si decide di negare fatti pure evidentissimi, e questo anche con la complicità di media e di accademici accomodanti.

Passa un quindicina d’anni abbondante, sul Golfo Persico si combatte un’altra guerra, se ne combatte una anche in quella che fu la Jugoslavia e i malati di queste strambe malattie aumentano. E mica si tratta solo di soldati: c’è anche un sacco di civili e, cosa seccante e imbarazzante, ci sono anche tanti bambini, alcuni dei quali non ancora nati, ma che quando riescono a nascere hanno malformazioni più o meno orrende, alcune delle quali incompatibili con

la vita. Non ci sarà, per caso, un lato “oscuro” della guerra? E, visto che ad ammalarsi non sono solo i “cattivi”, ma anche i “buoni”, non ci sarà un lato della guerra che non guarda in faccia a nessuno?

Io, per mestiere, di militari ammalati ne incontro parecchi e, con l’aiuto di un microscopio elettronico un po’ particolare, vado a guardare che cosa c’è nei loro tessuti patologici. Uno di questi militari è Herbert Reed, americano, la cui storia si può leggere all’indirizzo (http://thirdestatesundayreview.blogspot.com/2006/08/herbert-reed-blood-in-his-urine-and.html)

Insieme con lui ho conosciuto due suoi commilitoni, anche loro ammalati, e le storie si accavallano e si ripetono con martellante ripetitività per loro, americani, per i francesi, per gl’inglesi e per gl’italiani che ho incontrato di persona o le cui peripezie mi sono state raccontate dai genitori o dalle mogli perché loro non c’erano più. Bene, prendiamo allora Herbie Reed. Già in Iraq sta male e si fa visitare: non è niente. Torna a casa e sta peggio, con tutta una serie di sintomi che vanno dalla stanchezza cronica a difficoltà ad urinare, dall’insonnia a dolori lancinanti in tutto il corpo a gravissime difficoltà respiratorie. Lo mandano in un ospedale militare da dove lo dimettono senza una diagnosi ma con una documentazione che nega che le malattie, vere o presunte che siano, abbiano a che fare con guerra. Eppure, i sintomi ci sono: io stessa l’ho visto prendere antidolorifici e viaggiare trascinando perennemente dietro di sé una valigia montata su ruote contenente un respiratore senza il quale non potrebbe vivere. E se c’è un effetto, ci sarà pure una causa ma, evidentemente, questo concetto così apparentemente banale è stato pensionato come pure, almeno stando alle apparenze, pare sia stato pensionato il cervello pensante. Sia come sia, Herbert viene trasferito ad altre attività con la speranza che, non potendo di fatto lavorare, si dimetta e si tolga dai piedi, magari andando a morire altrove, non più in carico all’Esercito e, dunque, fuori da ogni statistica.

Guardiamo le cose freddamente: dal loro punto di vista, i militari hanno perfettamente ragione. L’unico rischio che la guerra deve comportare è essere ferito o magari anche morire per una bomba, una pallottola (è consentita anche quella da fuoco amico), durante il servizio, e se la cosa è particolarmente vistosa per qualche motivo, allora c’è un’ottima occasione per organizzare dei bei funerali con le bare ricoperte dalla bandiera che poi viene ripiegata in modo preciso, forse anche un po’maniacale, e consegnata ai famigliari. Ma militari che tornano senza una ferita apparente e che poi muoiono in un letto d’ospedale, dopo un’imbarazzante, magari lunghissima, agonia, condita di diagnosi incerte, spesso emesse dopo lunghi indugi, e di cure inefficaci, non sono contemplati: questo non è morire da soldato. Morire in patria fra monitor, pillole, flebo e padelle di una malattia neanche ben chiara non fa parte del copione, e poi, se la voce si diffonde, tra pacifisti e richieste di risarcimenti, c’è da stare freschi. Bisogna negare, e questo a dispetto di ogni evidenza.

E’ sempre stato così? Non saprei, ma vediamo che cosa sono le guerre moderne. Il protocollo inizia bombardando scientificamente, chirurgicamente, se non viene troppo da ridere con questo avverbio, con gli ultimi ritrovati della tecnologia. Per prima cosa occorre distruggere tutto ciò che di “nevralgico” era stato costruito ed è solo dopo questa prima azione di distruzione che i soldati, in genere i fanti, vanno fisicamente su quella terra distrutta, a prenderne possesso. Dappertutto ci sono solo “brandelli di muro”, come avrebbe detto Ungaretti, ma attenzione: tutto il muro che non si vede più c’è ancora, eccome. Le bombe lo hanno sminuzzato a polveri sottilissime, del tutto invisibili all’occhio ma ben evidenti se si hanno gli strumenti adatti e, ahimé, ancor meglio rilevate dai tessuti umani e dalle cellule che reagiscono male a simili indebite presenze. E queste polveri, i fantasmi di quelle che furono delle costruzioni, aleggiano nell’aria per tempi impossibili da pronosticare ma, comunque, lunghissimi. Un inquinamento, insomma, indotto in un  attimo e destinato a durare forse per sempre. Per sempre perché la maggior parte di queste polveri non è degradabile né dalla Natura né da qualsiasi tecnologia di cui oggi possiamo disporre. E’ da lì che comincia l’altra guerra, quella combattuta a ben altri livelli, e questa ha regole ferree, con cui non si può discutere, per cui non ci sono azioni diplomatiche che tengano. Con le nostre bombe supertecnologiche abbiamo alterato l’equilibrio naturale inquinando aria, acqua, terreno, vegetali, animali e uomini. Va da sé che gli uomini sono uomini qualsiasi abito vestano e, perciò, non ha importanza se si tratta di militari o di civili o di quei volontari che vanno a prestare il loro soccorso. Ma se i militari qualche mezzo di protezione ce l’hanno: maschere antigas e contatori Geiger, per esempio, e i civili sono i nemici e, dunque, devono essere uccisi per la logica stessa della guerra, i volontari sono, in un certo senso, trasparenti. Non appartengono ad una nazionalità precisa, non sono schierati e, dunque, non sono catalogabili né come amici né come nemici, e, a ben guardare, a volte sono pure d’intralcio, se non altro perché vedono certe cose e non tengono la bocca chiusa. Questi vanno lì, mangiano ciò che mangia la gente, bevono la stessa acqua, respirano la stessa aria e quasi mai sono informati dei reali pericoli che corrono. Io ne ho incontrati: ti guardano stupefatti della loro malattia, come se il loro slancio di generosità dovesse obbligatoriamente renderli immuni da tutto. Invece non è così:

la Natura non ha regole morali o, almeno, non quelle che ci aspetteremmo o che vorremmo. Se noi ne alteriamo l’equilibrio, la Natura ne riprende subito un altro senza curarsi del fatto che questo nuovo equilibrio sia o no compatibile con le esigenze di una specie piuttosto che di un’altra. Ovviamente, l’uomo non gode di alcun privilegio e, da signore del creato come con presuntuosa ingenuità ama autodefinirsi, può tranquillamente trasformarsi nella più debole delle creature.

Nessuno strumento è buono o cattivo in sé, ma tutto dipende dall’uso che se ne fa e il cervello non è diverso da qualsiasi altro strumento. Chi è saggio lo usa per il meglio che, poi, di solito coincide con il bene di tutti. Se i politici, i militari e, perché no?, anche la gente comune, volessero soffermarsi un attimo su questa ovvietà, forse sarebbe la specie umana a ricavarne vantaggi, non ultimo, uno economico. Di fatto, tentare di ripulire le aree inquinate dalla guerra comporta spese elevatissime a fronte di risultati che non si possono altro che definire modesti quando non del tutto nulli. L’ho detto: le polveri inorganiche generate dai bombardamenti moderni sono in gran parte eterne e così piccole e sfuggenti da eludere ogni possibilità di cattura. Per di più, oggi sappiamo perfettamente che queste polveri causano un’infinità di malattie, moltissime delle quali inguaribili per la medicina odierna. E allora, che cosa si fa? Negli anni Cinquanta, in una cittadina americana, furono sotterrate scorie radioattive provenienti da un ospedale. Poi, su questa zona, fu costruito un bel parco in cui andavano a giocare i bambini. Malauguratamente, parecchio tempo dopo, insorsero nei frequentatori abituali di quel parco patologie tali da far capire che quella zona era contaminata e lo sarebbe stata ancora per tempi lunghissimi, anzi, in termini di generazioni umane, tempi infiniti. In maniera non dissimile, quando un poligono militare raggiunge un livello d’inquinamento troppo elevato, si regala il terreno alla comunità, senza, però, stare troppo a fare i pignoli sui rischi dell’operazione. Insomma, una patata bollente passata furbescamente ad altre mani tutte contente di tanta generosità.

Ormai è un dato di fatto inoppugnabile: negli ultimi, pochissimi anni abbiamo inquinato il nostro pianeta più di quanto abbiamo fatto nei due milioni di anni precedenti, così valicando ogni limite di sostenibilità e, in certe zone, le guerre moderne sono le responsabili maggiori di questo problema. Che cosa vogliamo fare? E se, non sapendo risolvere i problemi con l’ausilio della ragione, tornassimo a risolvere le guerre con il sistema degli Orazi e dei Curiazi?

 

 

PRESENTATE OGGI DUE INTERROGAZIONI AL MINISTRO DELLA DIFESA: FERITI LIEVI IN AFGHANISTAN E STANZIAMENTI URANIO IMPOVERITO

Oggi Franca Rame ha presentato due interrogazioni  urgenti al Ministro della Difesa Arturo Parisi. La prima per chiedere maggiore chiarezza sulle condizioni dei soldati italiani "feriti lievi" di cui le cronache delle missioni sono piene. Questa formula, cela le vere condizioni dei militari all'estero: che cos'ha un ferito lieve? qualche escoriazione? una sbucciatura? Gravi lesioni? Questa è la richiesta di chiarezza sulle condizioni reali dei soldati in missione.

 

La seconda interrogazione invece ha per oggetto i fondi stanziati dalla finanziaria a favore delle vittime, anche dell'uranio impoverito. Franca Rame, assieme ai Senatori Mauro Bugarelli e Marcello De Angelis chiede al Ministro Parisi chiarimenti su come e quando tali fondi saranno messi a disposizione delle vittime.

Appena arriveranno le risposte pubblicheremo tutto!

 

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA URGENTE AL MINISTRO DELLA DIFESA

premesso che

Da quando le nostre FFAA sono impiegate nei teatri operativi di Iraq ed Afghanistan, hanno subito un considerevole numero di attentati con relativi ferimenti di personale;

 

dalle notizie di stampa che succedono ad ogni evento di questo tipo, si apprende che i militari oggetto dell’azione bellica, riportano “lievi ferite” ma mai nessun dettaglio in merito allo stato di salute dei nostri militari;

 

l’interrogante è al corrente dell’applicazione del Codice Militare di Guerra in questi teatri;

 

l’interrogante è comunque consapevole che l’informazione costante e dettagliata dello stato di salute dei militari coinvolti in azioni di guerra deve essere interesse del Parlamento e dell’opinione pubblica;

 

Si chiede di sapere

 

-  Quanti sono stati i militari italiani feriti in azioni di guerra sia in Iraq che in Afghanistan da quando le nostre FFAA partecipano a queste operazioni;

- In quale struttura nazionale vengono curati i militari reduci da questi attentati;

- Quanti di questi militari coinvolti in attentanti non è più idoneo al servizio e quali provvedimenti sono stati attuati in merito;

- Se l’Illustre Ministro intende eliminare la riservatezza prevista dal codice militare sullo stato di salute dei militari protagonisti loro malgrado di eventi bellici;

- Il motivo per cui dal 2002 il Ministero della Difesa non ha più pubblicato il libro bianco;
 

Roma 16 maggio ’07
Sen. Franca Rame

 

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INTERROGAZIONE URGENTE AL MINISTRO DELLA DIFESA

Premesso che

con il Decreto del Presidente della Repubblica n° 243 del 7 luglio 2006 pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’8 agosto 2006, vengono stanziati 10 milioni di euro anche per i militari deceduti e/o reduci da teatri operativi;

 

alla data odierna non si ha notizia di alcuna elargizione dal suddetto fondo  a favore delle vittime e loro familiari come all’ oggetto del decreto;

 

al fine di evidenziare il nesso di causa – effetto patologie insorte e servizio prestato,  quasi tutti si sono già sottoposti a visite e valutazione di carattere medico legale nelle strutture ospedaliere previste al fine di ottenere l’instaurazione della causa di servizio;

 

ad oggi, nonostante siano trascorsi 2 anni dalla legge quadro e quasi un anno dal Decreto attuativo, risulta che nessuno di questi militari sia stato indennizzato;

 

è giunta altresì notizia che ad alcune famiglie di militari già deceduti, contattati da personale del ministero della Difesa, sia stato riferito che, in ogni caso, non saranno stanziati fondi a favore delle famiglie dei deceduti;

 

nella stesura del decreto attuativo è stata prevista la reiterazione dell’iter procedurale, che nei fatti è già stato sostenuto, al fine del riconoscimento della patologia, causando con ciò ulteriore aggravio di spese e di tempo per il personale addetto che, come noto, impiega per il disbrigo ordinario delle pratiche di riconoscimento delle causa di servizio per i militari, dai 3 ai 7 anni nonostante i 90 giorni previsti dalla legislazione in corso:

 

Si chiede di sapere

- Se quanto esposto corrisponde al vero,

- Se si  intende intervenire, e con quali modalità, al fine di chiarire l’estensione del diritto a tutti gli interessati, compresi i famigliari dei deceduti;

- Quali sono i tempi e le modalità di versamento delle indennità previste dal Decreto;

- Qual sia il numero dei militari e dei loro famigliari titolati al ricevimento  ad oggi in attesa di quanto previsto dal Decreto.

 

 

Roma 16 maggio 2007

Sen. Franca Rame

Sen. Mauro Bulgarelli

Sen. Marcello De Angelis

Argomento: 

LA GUERRA INVISIBILE

di Antonietta M. Gatti, Laboratorio dei Biomateriali-
Dipartimento di Neuroscienze Università di Modena e Reggio Emilia

ricordiamo il numero di conto corrente per la sottoscrizione in favore delle vittime dell'Uranio Impoverito:
conto corrente postale n. 78931730 intestato a Franca Rame e Carlotta Nao
ABI 7601 - CAB 3200 Cin U
La redazione

 

 Chi vuole avere un’idea di quanto siamo tecnologicamente avanzati dia un’occhiata alle nuove guerre. Dalle poltrone del salotto, abbiamo assistito in diretta TV a bombardamenti "chirurgici" di estrema precisione con proiettili noti e alcune volte ignoti. Ignoti perché di questi conosciamo solo gli effetti, effetti, specie sulle persone, mai visti prima.

Nella prima guerra del Golfo i giornalisti avevano notato carri armati di cui alcune parti erano letteralmente scomparse. Lo abbiamo saputo dopo: in quel caso il metallo si era volatilizzato per le temperature elevatissime che si erano generate al momento dell’impatto tra proiettile e bersaglio. Si trattava di proiettili all’Uranio impoverito, un metallo di scarto che non costa nulla e che, anzi, non si sa come smaltire. E allora, ecco trovata una soluzione: usiamolo perché scoppia a 3.000 e passa gradi e fa un bel botto, però, non diciamo niente a nessuno.
Nella seconda guerra del Golfo si sono visti morti con i corpi devastati ma con i vestiti intatti. Ci siamo incuriositi: quale tecnologia poteva produrre effetti del genere? Qualcuno ha parlato di una meraviglia della chimica che si chiama fosforo bianco.

Dopo che i primi soldati europei, italiani compresi, al ritorno da missioni di pace, hanno cominciato ad ammalarsi di tutta una collezione di malattie, gli Americani hanno dovuto ammettere che, sì, avevano utilizzato sia in Iraq sia nei Balcani bombe all'Uranio impoverito. Per il fosforo bianco, invece, forse dobbiamo ancora aspettare un altro po’, benché le prove siano schiaccianti.
La radioattività residua delle aree colpite dalle bombe all’Uranio, una radioattività impossibile da nascondere perché basta andare là con un contatore Geiger da quattro soldi e in molti ci sono andati, compresi i funzionari dell’UNEP, ha indotto i mass media e la popolazione a indicarla come il responsabile delle patologie dei soldati e di chi lì abitava. Anche i bambini malformati che sono nati dopo la guerra generati da militari e da civili sono, a parere di media e di un po’ di gente, da ascriversi alla radioattività. Ne è nata, allora, una discussione globale che ha coinvolto governi, organizzazioni di ogni genere, giornalisti, esperti veri o presunti tali, e scienziati. Tutto questo chiasso, però, ha partorito ben magri risultati.

I soldati continuano ad ammalarsi (ho notizia precisa, personale, di soldati americani ammalati gravemente) e a Baghdad alcuni medici che ho incontrato mi dicono che parecchie patologie, anche mortali, sono in aumento fra la popolazione civile. Nel frattempo, in Europa è stata firmata una dichiarazione della Comunità Europea che bandisce l'Uranio impoverito. Ottimo, ma sarà sufficiente a far sparire queste patologie? Il mio parere è che no, e per un motivo molto semplice: l'Uranio impoverito è solo il mandante, non è il killer primario.

In un rapporto del 1978 scritto da ricercatori della base militare di Eglin, Florida, rimasto a dormire per 37 anni chissà dove e finito per un po’ nei meandri di Internet, ho trovato dati relativi alle sperimentazioni con bombe all'Uranio impoverito eseguite nel deserto. I ricercatori segnalano la formazione di nuove polveri in seguito all'esplosione che sono caratterizzate, tra l’altro, da dimensioni ridotte e da composizioni chimiche non omogenee che originano da tutta la materia che era presente nel punto di esplosione: il bersaglio, la bomba, il terreno. Queste polveri derivano da combustioni violente avvenute su materiali disparati e, dunque, la composizione dei reagenti è casuale. Quindi, la chimica  dipende da ciò che c’era nel “crogiolo” in quel momento.
Ciò che notavano i ricercatori è che si formavano polveri con dimensione fra i 0,2 e 0,5, micron (un micron è un millesimo di millimetro) che erano composte da diversi elementi. Raramente vi si trovava anche Uranio, benché questo costituisse il cuore del proiettile, e questo perché tre o quattro chili di Uranio fanno saltare in aria parecchie tonnellate di roba in cui l’Uranio non c’è, e, in quelle tonnellate, tre o quattro chili di Uranio diventano una rarità. I ricercatori militari americani stessi concludono il rapporto con la richiesta di verifica dell’impatto di questi polveri sull’uomo, dato che la loro dimensione è nella gamma dell’inalabile, cioè può raggiungere le parti più profonde dei polmoni.

Oggi noi classifichiamo quelle polveri come nanoparticelle, e i nanotecnologi, vale a dire coloro che costruiscono nanoparticelle in laboratorio per sfruttarne industrialmente le proprietà, pongono sulla loro possibilità d’interagire con l’organismo una grandissima attenzione, stanti gli enormi pericoli che potrebbero conseguire da questa interazione, pericoli che in parte si conoscono e in parte si sospettano.
La paura viene, tra l’altro, dal fatto che un centro dell’Università di Leuven in Belgio ha verificato che polveri da 0,1 micron, se inalate, passano la barriera polmonare in 60 secondi e finiscono nel torrente circolatorio. Il sangue, poi, le porta in tutto il corpo ed in un’ora sono al fegato e poi ai reni.

Quando sono intrappolate in un tessuto, è difficile, se non impossibile, rimuoverle.
Quello che ha sorpreso nello studio belga sono i tempi d’ingresso:
veramente ridotti ed il fatto che le nostre barriere fisiologiche contro le nanoparticelle si comportano come dei colabrodo. E’ ovvio che, non avendo, purtroppo, il nostro organismo nessun filtro efficiente, possono entrare anche particelle tossiche che una volta all’interno del nostro corpo possono estrinsecare la loro tossicità. Ma, tossiche o no, tutte queste particelle che non si degradano sono comunque dei corpi estranei che l’organismo non gradisce affatto.
Il corpo umano, quindi, reagisce come può a questo insulto. Qualora le polveri siano disseminate in ogni organo ed in quantità significativa, esiste la possibilità che la reattività biologica sia inefficace, come pure i farmaci, e le cellule non possano far altro che lasciarsi morire.

In campo nanotecnologico si è già visto che queste nanoparticelle hanno un potere ossidativo all’interno della cellula e ne determinano comportamenti anomali. Le normali difese immunitarie si rivelano inefficaci. Uno studio recente dell’Università di Plymouth (Inghilterra) che ha verificato il comportamento di alcuni pesci quando sono in acque contaminate da nanopolveri mette in luce alcuni comportamenti aggressivi di quei pesci e anche un loro stato di “affaticamento”.
Questi studi eseguiti con nanoparticelle costruite in laboratorio è in perfetto accordo con ciò che avviene in teatri bellici ove grandi quantità di nanoparticelle vengono create involontariamente dalle esplosioni o, per esempio, dai pozzi petroliferi che bruciano o dalle numerose altre combustioni che sono tipiche della guerra. E’ ovvio che chi si trova immerso in quell’inquinamento ha la possibilità di inalarlo e di mangiarlo con cibo cresciuto sotto quelle polveri, ma anche, perché no?, di fumarlo con sigarette il cui tabacco è contaminato. E sono proprio quelle particelle che noi troviamo negli organi malati dei militari.

Questi sono i nuovi, subdoli, proiettili invisibili del XXI secolo che le nuove guerre creano e di cui qualcuno deve tenere conto. Nel secolo passato si spargevano i defoglianti, chi non ricorda il Napalm con la sua diossina?. Ora, in modo più raffinato, si crea anche un inquinamento che può perdurare nel tempo perché molte delle polveri sono eterne, non avendo né la Natura né l’uomo la capacità di degradarle. E questo può far ammalare anche dopo che la guerra è finita, e chi si ammala sono i vinti, ma anche i vincitori. Cosa che è esattamente ciò che sta accadendo. Occorre che i governi e i militari prendano atto di questa nuova situazione e meditino su questi proiettili invisibili che sono tutt’altro che chirurgici e che, con il loro perdurare nell’ambiente, non sono dissimili da armi di distruzione di massa.
Prima di tutto, i militari dovranno monitorare l’ambiente e poi “filtrarlo” per quanto possibile, in modo che non si respiri la contaminazione. Occorrono sensori, occorrono maschere che le nanotecnologie possono mettere a punto e costruire. Occorre, finita la guerra, che chi ha sporcato pulisca; ma questo credo sia un’impresa impossibile, e non è questione di denaro ma di vera e propria fattibilità.

Quello che non si deve assolutamente fare è negare queste evidenze. Le patologie ci sono sia fra i soldati che hanno partecipato alla guerra sia fra quelli che assolvevano missione di pace sia fra i chi fa volontariato nelle zone a rischio sia fra i civili.
I volontari di associazioni non governative e i civili che vanno nelle zone devastate dalla guerra vanno per motivi morali e non è onesto che non li si avverta del pericolo cui vanno incontro. La cosa, comunque, che ritengo più grave è che ad un soldato che si ammali al ritorno della missione non venga riconosciuto il nesso causale fra la malattia e la permanenza in zona inquinata. Questa è ipocrita viltà.
Un soldato che si ammala e muore per pallottole invisibili in un letto e non in un campo di battaglia è sempre un soldato che è morto per la patria, qualunque connotazione si voglia attribuire a tutto ciò, e la patria, ancora una volta qualunque cosa la parola significhi, ha il dovere di riconoscere il suo sacrificio.