Iniziative

<a href="http://www.francarame.it/it/taxonomy/term/46">un Nobel per i Disabili</a>

Dall'11 al 13 maggio Ecoshow, una diretta on-line per l'ecologia.

Martedì 11 alle ore 15 trasmetteremo un'intervista con Dario Fo e un pezzo inedito di 30 minuti intitolato "L'Apocalisse Rimandata ovvero benvenuta catastrofe", di e con Dario Fo e Franca Rame.

Dall'11 al 13 maggio su Ecoshow www.ecoshow.it andrà in onda il primo evento completamente on-line e in diretta che parla di ambiente e di ecologia.

Per tre giorni, dalle 15 alle 18, ospiti internazionali, esperti, consulenti parteciperanno ad incontri, conferenze, seminari, spettacoli  on-line in diretta sul sito di Ecoshow. I visitatori e gli utenti di www.ecoshow.it potranno interagire in tempo reale, via e-mail o SMS, con i protagonisti, per commentare, porre domande, parteciapre a concorsi a premi.

Il tema di questa edizione è Ridurre, Riusare, Recuperare/Riciclare, un argomento di grande importanza e urgenza.

Per scaricare il programma completo clicca su http://www.ecoshow.it/images/documenti/programma.pdf.
E inoltre, un'area espositiva con alcune tra le più importanti aziende del settore, dove vedere le ultime novità ed entrare direttamente in contatto.

News sul mondo dell'ecologia, una Sala Stampa, un'area dedicata all'Arte per l'ambiente,...
Insomma, un evento assolutamente da non perdere.
Ti aspettiamo dall'11 al 13 maggio su Ecoshow.

Jacopo Fo

Ecoshow

Argomento: 

Una giornata per la giustizia

Dopo l'editto di Berlusconi contro giudici e giornalisti

“Una giornata per la
giustizia”. Lettera aperta
a Veltroni e Di Pietro

 

di Furio Colombo, Giuseppe Giulietti, Pancho Pardi

Caro Walter Veltroni, Caro Antonio Di Pietro,

lo spirito con cui scriviamo a Voi questa lettera è di allarme per la promessa fatta solennemente sabato scorso dal Presidente del Consiglio Berlusconi al convegno dei giovani industriali.
Se ci saranno ancora intercettazioni nelle indagini contro la criminalità saranno puniti con cinque anni di carcere i magistrati che hanno richiesto le intercettazioni, con cinque anni di carcere chiunque si presterà a eseguire l’ordine e a renderlo disponibile, nei modi e tempi previsti attualmente dalle leggi in vigore (e non cancellate) e cinque anni di carcere ai giornalisti che, sulla carta stampata, in televisione o in rete rendano possibile la divulgazione di atti altrimenti consentiti dalle leggi.
Ricorderete che come nella sequenza di un film deliberatamente pensato per denigrare gli imprenditori italiani (nel caso i più nuovi e più giovani) i tre impegni del Presidente del Consiglio, contro i giudici, contro i giornalisti, contro chiunque voglia restare nella lettera e nello spirito della Costituzione combattendo il crimine, sono stati accolti da uno scroscio di applausi entusiastici.
Anzi ci sono stati tre scrosci, come per ringraziare il premier per la pietra tombale che si appresta a gettare sulla giustizia e per la protezione offerta alla criminalità, soprattutto la criminalità dei colletti bianchi, degli affari, delle banche, delle aste truccate, dello insider trading, del passaggio indebito e riservato di notizie che arricchiscono immensamente e scardinano la concorrenza se conosciute solo da alcuni prima del tempo. E la criminalità delle cliniche.
Ma le tre aree indicate come sole permesse per le intercettazioni sono solo una parte di tutta la criminalità che tormenta il paese e contro cui si battono magistrati e forze dell’ordine. E non solo: interi rami di attività criminosa di mafia, camorra e ndrangheta si esercitano e si attuano lungo percorsi che adesso diventano area proibita alle intercettazioni, come gli affari di finanza.
Nello scrivervi questa lettera noi siamo certi che condividete il nostro allarme. Però nelle grandi questioni pubbliche che riguardano soprattutto la protezione dei cittadini (che sono coloro che pagano i grandi imbrogli, le grandi truffe, i grandi silenzi) è importante che l’allarme diventi pubblico, proclamato, comune.
Siamo convinti che il Partito Democratico e l’Italia dei Valori debbano – con urgenza – farsi testimoni di un allarme che vuole avvertire il Paese contro questi tre solenni impegni liberticidi. Viene denunciato il normale percorso della giustizia, viene deformato il fondamento della democrazia che esige la separazione dei poteri, si mette in atto un attacco del potere esecutivo contro il potere giudiziario ma anche contro le prerogative del Parlamento. Infatti il nuovo applaudito editto contro i giudici di Silvio Berlusconi corrisponde, nella forma stentorea e definitiva dell’annuncio, a un potere che un primo ministro democratico non ha. E scavalca con la disinvoltura delle nascenti dittature la voce del Parlamento.
L'editto presidenziale è una minaccia intimidatoria contro i giornalisti italiani che osassero disubbidire e rendere pubbliche notizie di crimini.
Noi siamo convinti che il Partito democratico e l’Italia dei Valori siano i naturali difensori della giustizia e della libera informazione nel paese di un vasto conflitto di interessi mediatico in cui gran parte delle fonti di informazione sono già nelle mani di una sola persona, in veste di proprietario e capo del Governo. Perciò contiamo di ritrovarci uniti con i cittadini che ci hanno votato in una “giornata della giustizia” che vi chiediamo di convocare al più presto. Una grande manifestazione in piazza del protagonismo civile, a torto definito giustizialista, per affermare con rinnovata energia la necessità che l’informazione e la giustizia siano svincolate dal controllo del potere politico.
Abbiamo di fronte un governo prepotente e deciso a tutelare gli interessi particolari che incarna e rappresenta, e a gestire il Parlamento come un parco a tema a cui, di volta in volta, si impongono immagini e rituali di Berlusconi e di Bossi, in un alternarsi di protezionismi, interessi speciali e paure ingigantite fino alla caccia all’uomo. In questa situazione preoccupante e grave, noi pensiamo che il silenzio sia il vero pericolo che dobbiamo respingere con la massima energia.

Roma, 12 giugno 2008

On. Furio Colombo
On. Giuseppe Giulietti
Sen. Francesco Pardi
 

Argomento: 

Candidatura per matrimonio con rampollo di casa Berlusconi

Cari Amici,
perchè non unirsi all'iniziativa? scrivete a  lettere@ilpopolodellaliberta.it inviando il vostro curriculum! redazione
Egregio Presidente Berlusconi,
proprio mentre meditavo sul mio futuro lavorativo e sulle incertezze della precarietà è arrivata la Sua magnifica proposta! Sono anni che mi interrogo sul mio avvenire, come riuscirò ad acquistare una casa e a fare una famiglia, senza sobbarcarmi un mutuo ventennale per acquistare un'auto, da accumulare a quello della topaia che potrò permettermi, arrivando alla quarta della settimana del mese cibandomi di pasta all'olio.
Finalmente, l'illuminazione.
 
Trovo davvero generoso da parte del terzo uomo più ricco d'Italia mettere a disposizione i propri figli per risolvere tutti questi affanni in un batter d'occhio!
 
Ho quindi deciso di non perdere tempo e candidarmi ad essere impalmata da uno dei Suoi discendenti.
 
Ho 27 anni, laureata, bella presenza, sorriso da film americano, carattere estroverso e gentile. Ottimo pedegree: la mia famiglia è da sempre collocata politicamente a destra, addirittura un nonno partito volontario per El-Alamein! Parlo fluentemente due lingue, lavo, stiro, cucino.
 
Le confesso, egregio Presidente, di aver avuto qualche titubanza inziale: con quale orgoglio e rispetto di sè una donna potrebbe mai rinunciare ai diritti faticosamente conquistati dalle lotte femministe, alla propria indipendenza e alla propria identità, per diventare concubina di un miliardario? 
 
Ma se questa è l'unica soluzione possibile per il precariato femminile è inutile stare a spaccare il capello in quattro: non c'è problema che l'American Express platinum di un rampollo miliardario non possa risolvere!
 
La ringrazio per avermi offerto la possibilità  di non  far parte di quel 20% di donne che dopo il primo figlio esce defibitivamente dal mercato del lavoro, o della grande quantità di manager capaci che rimangono al palo economicamente e nella propria carriera lavorativa, che quotidianamente combattono in trincea per essere trattate al pari dei colleghi uomini.
 
Mi auguro quindi che vorrà valutare positivamente il mio profilo.
 
In attesa di Suo cortese cenno di riscontro, porgo i più cordiali saluti
 
carlotta nao

Appello "verità sui rifiuti"

http://www.appellorifiuti.blogspot.com/
Appello "verità sui rifiuti"

La gravissima situazione determinatasi in Campania è la chiara dimostrazione che il problema rifiuti non può essere risolto né con misure di emergenza né con misure settoriali, ma solo attraverso una strategia integrata che metta al primo posto, così come impone l'Unione europea, la riduzione dei rifiuti alla fonte ed al secondo posto il riciclaggio come materia.

Ed è appena il caso di evidenziare che ridurre i rifiuti alla fonte significa intervenire sulle scelte produttive e di consumo, nonché sugli stili di vita della popolazione. E che per riciclare i rifiuti come materia occorre incentivare al massimo la raccolta differenziata, in primo luogo coinvolgendo ed informando i cittadini.
Ciò è esattamente quello che non ha fatto il nostro paese che, al di là delle diverse maggioranze governative, ha invece preferito concentrarsi sulle discariche e sugli inceneritori con recupero di energia, emanando, nel contempo, leggi a ripetizione per sottrarre residui industriali alla disciplina comunitaria sui rifiuti, facendoci guadagnare il non invidiabile primato del paese più condannato in sede europea per violazione della citata disciplina.

E' per questo che non possiamo accettare il tentativo, proprio da parte delle forze e dei poteri che, rifiutando di fatto l' approccio integrato comunitario, hanno determinato questa situazione, di scaricare oggi le proprie colpe sul mondo ambientalista e sull'attuale Ministro dell'ambiente, al fine di ottenere due risultati: da un lato trovare un capro espiatorio e dall'altro eliminare ogni resistenza ad un modello, culturale ancor prima che politico, incentrato sui valori di mercato e sulle loro convenienze economiche.

Noi riteniamo, invece, che proprio il caso Campania debba essere l'occasione per affrontare finalmente il nodo del tipo di sviluppo imposto al paese e dei profondi guasti che esso sta producendo, in primo luogo sotto il profilo della salute pubblica.

Al di là delle scelte emergenziali immediate che oggi si dovranno attuare in Campania, non saranno i cd. termovalorizzatori né le discariche a risolvere realmente il problema ma solo la consapevolezza che, nell'attuale situazione di rapido esaurimento delle materie prime e di mutamenti climatici, una corretta gestione del ciclo dei rifiuti oggi potrà garantirci nuove risorse per il mondo di domani.
Per tutte queste ragioni esprimiamo la nostra solidarietà al ministro Pecoraro Scanio e chiediamo che si aprano gli occhi sulle vere ragioni che hanno portato alla situazione emergenza rifiuti in Campania.

Primi firmatari:
Gianfranco Amendola (Magistrato)
Alberto Asor Rosa (Docente universitario)
Edoardo Bennato (Cantautore)
Flegra Bentivegna (Acquario e stazione zoologica Anton Dohorn Napoli)
Donatella Bianchi (Giornalista)
Rita Borsellino (Presidentessa onoraria associazione Libera)
Giobbe Covatta (Attore)
Carmen di Penta (Attore)
Jacopo Fo (Attore)
Dario Fo (Premio Nobel)
Rosalba Giugni (Presidente associazione Marevivo)
Elio Lannutti (Presidente Adusbef)
Gianni Mattioli (Docente universitario)
Gaia Pallottino (Urbanista)
Mauro Paissan (Giornalista)
Guido Pollice (Presidente VAS)
Arnaldo Pomodoro (Scultore)
Fulco Pratesi (Presidente onorario WWF)
Franca Rame (Attrice ed autrice)
Bernardo Rossi Doria (Architetto)
Maurizio Santoloci (Magistrato)
Giuliano Tallone (Presidente LIPU)

Mario Tozzi (Giornalista)
Rosario Trefiletti (Presidente Federconsumatori)
Alessandro Zan (Presidente nazionale Linfa Lega italiana nuove famiglie)

 
 Per firmare l'appello mandare una mail a:    appellorifiuti@gmail.com

Argomento: 

Jacopo Fo si lega a cancelli dell'Enel di Perugia

PERUGIA (Reuters) - Jacopo Fo, figlio del premio Nobel Dario Fo, si è incatenato stamani davanti ai cancelli della sede centrale dell'Enel di Perugia insieme a una rappresentanza dei Verdi, per protestare contro i ritardi della società nell'allacciare alla rete di distribuzione chi ha installato impianti fotovoltaici.
"In Italia esiste una legge molto buona che permette alle famiglie e alle piccole imprese di installare impianti a pannelli solari con un finanziamento del 100%", ha spiegato Jacopo Fo -- figlio del Nobel Fo e della senatrice Franca Rame -- in compagnia di Oliviero Dottorini, consigliere regionale umbro dei Verdi e altri appartenenti partito.
Come viene spiegato sul sito Internet di Enel, "la parte di energia prodotta dall'impianto fotovoltaico che non viene consumata dalle utenze viene ceduta alla rete elettrica di distribuzione". Se però l'allacciamento ritarda -- denuncia Fo -- l'energia non consumata dalle utenze rimane inutilizzata.
"L'Enel ha tempi biblici per predisporre l'allaccio alla rete di distribuzione", spiega Fo. "In un momento di crisi energetica, io e centinaia di piccole imprese e famiglie stiamo sprecando energia che invece potrebbe essere messa a disposizione di tutti", ha detto, aggiungendo che questa è solo la prima tappa di un'iniziativa di protesta a carattere nazionale.
Secca la replica della società: "L'Enel non ha nessun interesse ad ostacolare il fotovoltaico e a collegarlo alla rete di distribuzione", ha spiegato il responsabile del dipartimento territoriale Toscana-Umbria Antonio Giacomarco.
"Nel 2007 soltanto in Umbria ne abbiamo predisposti circa 100 e anche nei tempi previsti. Non credo ci siano elementi di criticità".

Perchè Dario Fo sia un genio compreso (Grazia Gargantua, Lara e Francy!)

Dario Fo: una personalità che coniuga leggerezza e profondità con umanità e talento, rara intelligenza e sensibilità con una creatività geniale, arricchita da una formidabile forza artistica e comunicativa.
Duole costatare la scarsa attenzione che le Istituzioni del nostro Paese hanno sempre rivolto a una tale personalità di indiscussa e assoluta eccellenza.
Attenzioni e riconoscimenti alle straordinarie qualità umane, creative e artistiche di Dario Fo sono invece giunti abbondantemente dall’estero:
Premio Nobel per la letteratura 1997;
Settimo posto nella classifica pubblicata dal Daily Telegraph fra i cento geni viventi (unico Italiano), secondo i parametri di popolarità, cultura, potere intellettuale, realizzazione professionale e capacità di impatto e innovazione in un determinato settore;
Premio Sonning conferitogli dall'Università di Copenaghen;
Premio Obie- Oscar del teatro Off di Broadway;
Laurea ad honorem in lettere conferitagli dall`Università di Westminster (Regno Unito);
Diploma conferitogli da L`école Askeby di Rinkeby, Stoccolma (Svezia) per la sua creatività e la gioia di vivere che con il suo teatro trasmette;
Premio Molière- Oscar del teatro francese, per la sua opera di drammaturgo e attore di teatro;
Riconoscimento dalla città di Montpelleir;
Laurea Honoris Causa dall'Università di Bruxelles;
Titolo di Membro Onorario dell'Accademia di Arti e Scienze del Massachusetts;
Laurea Honoris Causa dalla Sorbonne Nouvelle Paris III.
Riconoscimenti al valore del suo lavoro sono arrivati parimenti dal pubblico di tutti i Paesi dove sono rappresentate le sue opere (solo per citarne alcuni: Argentina, Armenia, Australia, Brasile, Bielorussia, Colombia, Cile, Danimarca, Georgia, Sri Lanka, USA, Uruguay, Yemen): Dario Fo, insieme a Franca Rame, è l'autore vivente più rappresentato al mondo.
Questo sta ad indicare chiaramente l’universalità di un linguaggio comunicativo che sa raggiungere l’umanità più varia, toccando temi che coinvolgono l’essere ad ogni latitudine.
Non facciamo che questo Paese mostri di non accorgersi dell’inestimabile valore che una personalità come Dario Fo rappresenta per l’arte, per il teatro, per la cultura. E, non ultimo, per l’impegno umano e sociale dimostrato da tutta la vita: fondazione del Comitato Nobel per i disabili, "Miracolo a Milano", "Palazzina Liberty", "Soccorso Rosso", impegno sul problema della manipolazione genetica, promozione del referendum "Aria Pulita", difesa dei più deboli e dei diritti fondamentali dell'uomo.
Essere connazionali di uomini come Dario è una fortuna e dovrebbe essere fonte di orgoglio per tutti.
Per questo proponiamo che si faccia richiesta al Presidente Napolitano affinché non trascuri l'occasione per rendere merito a questo nostro genio, ed allo stesso tempo al Paese. Mostreremmo a noi stessi e al mondo che sappiamo riconoscere i nostri aspetti migliori.

università foggia convegno su comunicazione politica in internet

 
 
Negli anni 90 ero affascinata dal computer… guardavo con grande invidia i miei collaboratori che facevano, a mio avviso, cose miracolose. Quando dicevo loro:
“mi piacerebbe imparare a usare il computer” mi sentivo immancabilmente rispondere:“lascia perdere,non è roba per te.” Ma perché non è roba per me, pensavo, avvilita. So scrivere a macchina. E’ così difficile il computer? Forse sono troppo vecchia…e tiravo un gran sospiro. A natale del 94 mi trovavo da Jacopo, mi sono sfogata con lui sul “non è roba per te”. S’è fatto una gran risata: “non ti conoscono, mamma!”
-è un mio entusiasta estimatore-
Ecco, si fa così…” a poco a poco ho scoperto un sacco di cose. Da sola. Stavo sempre al computer, mi alzavo alle 6 e via che lavoravo.
Preparavo le nostre commedie per Einaudi. Battevo gli articoli di Dario, rispondevo alle e mail.
Ridevo felice dalla mattina alla sera. Ero come pazza! Avevo un Mac a cui ero molto grata. Tanto che quando l’accendevo, avevo registrato la mia voce che gli sussurrava “amore”… Dario mi prendeva in giro, ma sotto sotto, era molto orgoglioso di me, tanto da dedicarmi un monologo “amore al computer!” tutto da ridere che ho recitato più volte. Ricordo che durante l’estate venne ospite da noi Stefano Benni. Mi osservava con l’espressione di uno che non capisce perché stessi al computer per ore… “ma tu Stefano, non usi il computer?” “Sei pazza! Non lo userò mai. Sto bene con la mia lettera 21…” “Sei tu, pazzo. Non sai che ti perdi! Ad esempio, quando correggi o riscrivi un pezzo, con la tua lettera 21, l’originale se è perso. Col computer no: tagli, incolli, correggi senza perdere il primo scritto. Siedi che facciamo una prova.” Da quel giorno ha scoperto e usato sempre il computer. Così, Luca Goldoni, un amico giornalista del Corriere della sera.
1995.
Dopo questo primo approccio mi sono avvicinata a internet.  
“Entusiasta” è dire poco.
Chiedo a un amico professionista: “Cosa mi viene a costare mettere su internet mistero buffo, le varie stesura, foto, articoli, corrispondenza ecc. Fammi un preventivo”
“Ora i costi sono troppo alti, aspetta qualche anno, vedrai che scendono.” mi risponde.
1997
nel 97, all’alba dei 68 anni, decido di iniziare quella che si sarebbe dimostrata un’esperienza davvero interessantissima: tutto il mio archivio cartaceo deve andare su internet!
Ho assunto dodici collaboratori qualificati, ai quali ho illustrato il mio progetto. Mi ascoltavano interessati, ma quando ho mostrato loro le varie stanze con enormi armadi che contenevano la documentazione di tutta la nostra vita, circa 500 faldoni… mi guardavano allibiti e preoccupati “è pazza!”   certamente pensavano.
invece io, mi sentivo tranquilla, determinata. Ce la devo fare.  Ce la farò. ok. sapevo che non sarebbe stato uno scherzo. sin da giovanissima ho sempre conservato tutto… da sposata altrettanto. Archiviavo quello che   riguardava il nostro lavoro: manoscritti di Dario, le varie stesure delle opere teatrali, manifesti,volantini, fotografie, recensioni, corrispondenza. lotte operaie sostenute con l’incasso dei nostri spettacoli, oltre 1.000 Insomma, tutto ciò che via via si   produceva nella nostra vita, un mare di documenti… una pazzia! Ma con tutto scrupolosamente catalogato nel mio archivio cartaceo, il lavoro più importante era fatto. Ora bisognava prepararlo per il volo nel cielo del mondo. Digitalizzarlo. Coraggio!
Come ci si muoveva?
Sceglievo in ordine di data, tutto ciò che sarebbe finito sul sito. Con un database appositamente creato, abbiamo digitalizzati la miriade di documenti con gli scanner, e alla fine del 2001 abbiamo trasferire sulla rete i primi file.
Man mano che si inserivano i vari documenti, avevamo l’impressione di star costruendo una cattedrale con le navate, le spinte e le contro spinte delle arcate! Jacopo e sua moglie, la bellissima e creativa Eleonora mi hanno dato una mano.
Il progetto ha ricevuto molta attenzione al nostro gruppo di lavoro si sono aggiunti stagisti e tesisti italiani e stranieri, interessati alla costruzione del sito e alla sua evoluzione.
Ci sono voluti 5 anni per mettere tutto on line. Negli anni a seguire il sito e’ continuato a crescere, grazie ad una preziosissima amica collaboratrice   di quei primi tempi, Silvia Varale, che ogni giorno, fotografa, digitalizza, premi, nuovi testi, ecc. Le sono molto grata di aver creduto fosse possibile quella follia.
Se ne e’ occupata anche la stampa italiana e straniera, definendolo uno dei più grandi archivi gratuiti, disponibili in rete.
Dopo il sito, diventata senatrice ho aperto il blog. Un’esperienza fantastica!
La comunicazione dei media tradizionali è unidirezionale, mentre il blog dà la possibilità di interagìre: nei due anni trascorsi, attorno al blog francarame.it si è creato un nucleo di persone “attive”.
Non solo leggono i contenuti, ma commentano, postano le loro osservazioni, danno consigli, fanno denunce. La sera si collegano con skype, discutono sugli avvenimenti della giornata… e nasce l’amicizia.
In occasione di manifestazioni politiche importanti come quella di Vicenza, o più recentemente il 20 ottobre a Roma in appoggio ai precari, questo gruppo ha deciso, autonomamente, di parteciparvi, lasciando la “veste virtuale”. Quando me li sono trovati davanti la prima volta, mi sono emozionata, ho sentito l’amicizia… anzi la fratellanza.     
il fatto va evidenziato per mostrare la potenzialità di un “luogo virtuale” che diventa fonte di aggregazione come sarebbe stata un tempo un’associazione o una sede di un partito. il paragone non è privo di fondamento, credetemi. Pensate un po’ alle manifestazioni che riesce ad organizzare Beppe Grillo col suo blog.
In concomitanza di momenti politici tesi, ad esempio il rifinanziamento delle missioni all’estero, il blog è diventato un vero “termometro politico” per me.
Fin da ragazzi, Dario ed io, siamo sempre stati contro tutte le guerre. (vietnam) Quando mi sono trovata, da senatrice, a dover votare per il mantenimento delle missioni “DI PACE” ALL’ESTERO, ho vissuto momenti di grande sconforto e angoscia.
Mi venivano davanti agli occhi le migliaia di ragazzi, che salvo eccezioni, non si arruolavano per sete di avventura ma in quanto, “il militare” rappresentava un lavoro che permetteva loro di metter su casa e famiglia… e subito il mio pensiero veniva squassato dalle migliai di soldati americani morti in Iraq e Afghanistan, alle stragi di cittadini innocenti.
Giorno e notte la domanda era la stessa: voto si o voto no? Mi astengo? Accordo o meno la fiducia a un governo così distante dalle mie scelte politiche? Con quali conseguenze? Mi dimetto? Ho quindi deciso di porre queste stesse domande sul blog, con un vero e proprio sondaggio.
Dopo un mese di consultazioni, oltre 3000 blogger mi chiedevano di restare: “Che sogno stai facendo? Ti abbiamo mandato noi in senato. Cosa vuoi, far cadere il governo?”.
Solo un centinaio mi incitavano ad andarmene. Si è trattato di un momento di vera partecipazione… fantastico!
Durante la finanziaria, l’indulto, nel 2006 ho notato l’aumento del numero di presenze e commenti, anche di chiaro dissenso con insulti anche pesanti, minacce palesemente proveniente da destra, tanto da dover fare più di una denuncia alla magistratura.
il mio blog, credo come quello di molti altri, è diventato ricettore delle molte perplessità e dubbi dei cittadini, nei confronti di questo governo.
Anche recentemente, nei dieci giorni di discussione della finanziaria, le visite e i commenti sono aumentati: chi in sostegno delle mie scelte, chi criticandole. Ho risposto, nel limite del possibile a tutti perché ho ritenuto fondamentale, sia per rendere conto del mio operato in una fase così delicata, sia per fornire un’immagine di quanto accade dentro l’aula, anche pubblicando porzioni di resoconti stenografici, cioè insistendo su quanto sfugge ai media tradizionali.
Mi affascina la comunicazione diretta: il blog è un nuovo straordinario spazio di contatto. Quante volte tornando a casa la sera, non sempre felice, mi siedo al computer e parlo con i miei amici. mi si alza il morale. Mi sento intorno una grande famiglia.
E’ anche accaduto che le segnalazioni fatte da cittadini diventassero atti di sindacato ispettivo, come nel caso di Taranto e le grandi quantità di diossina immesse dall’ilva, tanto da causare in molti bambini la sindrome del fumatore incallito. O ancora il caso di giuseppe, un bimbo di Firenze ingiustamente allontanato dalla famiglia.
La gente legge, commenta, copia e incolla e fa circolare idee, i dubbi, le storie belle e le situazioni tragiche.
In una societa’ tendente alla disinformazione e al vuoto di conoscenza, il computer e’ davvero una macchina insostituibile di pronto soccorso.
il mio blog non contiene solo l’attività politica, ma raccoglie anche mie riflessioni più personali, stati d’animo, il diario del mio primo anno in senato… (tra poco arriverà anche il secondo).
La campagna in difesa delle vittime dell’uranio impoverito. Abbiamo anche aperto una sottoscrizionee aiutato molte famiglie in difficoltà, completamente abbandonate dallo stato. Articoli di giornale che segnalo o riporto integralmente, articoli e brani teatrali di Dario e miei, lettere ricevute, appelli… sprattutto c’è spazio per i temi politici degli altri!
Qual è la necessità che mi spinge quotidianamente a relazionarmi con i bloggers?
Il desiderio di trasparenza, nei confronti degli elettori che mi hanno chiamata a rappresentarli. In questo senso, il blog è una finestra aperta per l’esercizio del controllo democratico, che i media convenzionali non ti consentono.
Non avendo io un partito di riferimento, né un ufficio di collegio in Piemonte, tenere le orecchie tese non è sufficiente per cogliere le molte osservazioni, proposte, ecc. quindi mi servo del blog.
   il blog che sto gestendo è senz’altro “artigianale” nella forma: non è stato affidato ad esperti di comunicazione per renderlo più appetibile.
   Al contrario, direi che è un po’ ostico nella ricerca dei contenuti! Questo produce una sorta di selezione: gli utenti che resistono al disordine e che sono disposti a più di due click per raggiungere un contenuto, rimangono affezionati e fedeli più a lungo!
il computer è la più grande invenzione degli ultimi secoli che ha capovolto completamente il concetto di comunicazione e il modo di inquadrare la memoria.
Anzi è una memoria aggiunta al nostro cervello, oggi indispensabile, come una specie di protesi.
Il computer, come tutte le grandi invenzioni va usato con cosciente controllo, altrimenti succede come a quei ragazzini che si perdono in una strana estasi paradossale dentro la macchina… che di fatto diventa la loro padrona… meglio, la padrona del loro cervello e della loro volontà.

 
amore al computer
di Dario fo
 
sto delle ore davanti al computer, mi distendo, mi diverto da morire, ci parlo, ci litigo. sono arrivato a prenderlo a male parole... perfino a calci. anche perché ogni tanto mi fa degli scherzi, mi ritrovo registrate frasi, parole che non ho affatto scritto...
e' autonomo, prepotente e bugiardo... non ammette mai di aver barato, manomesso.
ed é pure permaloso... se non mi rivolgo a lui con sufficiente cortesia, se brutalmente gli ordino di correggermi certe parole o di indicarmi l'espressione corretta... spesso mi riferisce varianti appositamente sbagliate... inesistenti!
Dario mi sfotte: "sei una fanatica! con quell'aggeggio vai via di testa. ho il sospetto che col computer tu ci faccia anche l'amore.
in verità il fanatico fissato, credo sia lui... lo odia. sì, odia il mio computer, é geloso. già ha sempre avuto una specie di idiosincrasia per tutto quello che é meccanico, figurati per l'elettronica.
temo che me lo voglia rompere. ad ogni buon conto ho nascosto tutti i martelli, il pestacotolette e anche la mezzaluna.
spaccarmi il mio computer... assassino
accende il computer.
ma cosa ti ha fatto di male. creatura indifesa. e' così simpatico, (schiaccia alcuni tasti) generoso, disponibile. d'accordo, ha qualche difetto, ma nessuno é perfetto!
ecco per esempio, adesso non mi vuol passere gli appunti di ieri. eh, non fare scherzi, il codice é giusto, la data é esatta... cosa mi dici "inesistente" dai i numeri? ripeto: appunti su sequenza dialogo immaginativo con mia madre...
madre - inesistente - "no mater!" - non c'é la madre? non ho avuto madre io? ma tu non l'hai mai avuta? figlio di una calcolatrice automatica e d'un frigo! dai, non farmi scherzi, tirala fuori, dove hai nascosto mia madre?
e' uscita? 
spiritoso... dai sbrigati
voglio le coccole?
cos'é questo? che capitolo é... non l'ho mai scritto. non é roba mia.
e' tua? ma come ti permetti di inserire i tuoi discorsi... di programmare... come? ripeti? sei tu che vuoi le coccole? da chi? da me?
a questa é bella! e va bene eccoti una carezza... vuoi anche un gemito? batte ripetutamente su un tasto "aaahhh!" ti fa solletico? (squittisce) basta! d'accordo. adesso torniamo seri. dammi mia madre. "amore?" comincia così il pezzo? no? sei tu che dici "amore"?
ehi dico, vacci piano... non ti pare di esagerare. "vuoi fare l'amore? e con chi? con me? (batte di continuo sulla tastiera)
no ti prego adesso basta. non é che sto andando fuori di testa?
avanti ritorna a fare la macchina giudiziosa e corretta (ribatte perentoria).
eh no eh? ora stai andando sul pesante. ma come ti permetti, guarda che chiamo mio marito. (ad alta voce) aiuto! per favore non c'é nessuno! il computer mi fa delle avances... ah, adesso chiedi scusa..!!
giura che non lo fai più! promesso? cosa? lo rifai? ma sei d'uno sfacciato. chi ti ha programmato a te. un ingegnere sozzone? sì, ti sei fatto da solo! buona questa.
ad ogni modo a 'sto punto piantala se no ti spengo... stacco la spina. (squittii e gemiti). ma no scherzavo... guarda che schermo pallido ti é venuto.
d'accordo... ti lascio acceso... facciamo la pace. (suoni strani).
a questa poi, ma sono una signora. sì, d'accordo mi sei simpatico... diciamo che ho anche dell'affetto per te... ma arrivare al punto... ma cosa vuol dire ti amo? amo un computer? ma cerca di ragionare... no! ho detto!! su certi discorsi non ci sto. ma che razza di dischetto hai dentro...
penetrare? vuoi... penetrare chi? me?! eh no! adesso ti spengo davvero... (schiaccia il tasto) non si spegne? che succede? guarda strappo la spina... (ha una reazione tra il tragico e il grottesco. un tremore). dio! che c'é? la scossa? mi vuoi fulminare. ehi, chiamalo fremito passionale. ma tu sei fuori di testa. no, eh, (batte i tasti lentamente con scatti improvvisi) ti prego... ma che figura mi fai fare? se entra qualcuno... e ci sente e ci vede dialogare in questo modo... a me mi portano al neurodeliri... a te ti sfasciano... anzi con i tempi che corrono... ci mettono tutti e due su una catasta di legno e la pivetti ci da fuoco.
ehi, cosa mi succede alle dita? accidenti son come incollata ai tasti...
lasciami andare le dita o ti prendo a calci! sì, il fluido! "tel chi il fluido!" oddio! no! ma che fai... é proprio un fluido... basta... smettila o grido. aiuto!! 'sto bastardo... mi sta facendo... si sta approfittando... no! ho detto non mi va... ti prego... fino adesso si stava scherzando... ma...
ehi! dico?! cos'é 'sto senso di umido al collo? mi baci?! sul collo?!
sì; sì, non dico é piacevole. ma come é possibile. oddio sto impazzendo! sii ragionevole... ma sono una signora sposata... per bene... non ho l'età per certe cose... se pure con un computer...
oh, santa madonna cosa mi succede?! no é! non permetterti... giù i relée!! i clips!! i micro-system!
sì, sì... è bellissimo.. no, no non andartene.. mamma! (che c'entra la mamma?) e' troppo! santo cielo... se arriva qualcuno finisco davvere davanti al tribunale di comunione e liberazione...
e' impossibile... ma che programma ci han messo dentro?! che soft... splendido!
oh, sì... e' troppo... troppo poco! ancora! ah!! dio che sballo ma che hardware é?
aihuaioa... lasciami! lasciami andare!
ohah... (prende un gran respiro, libera le dita dalla tastiera, si porta le mani al viso) ma cosa é successo? canaglia! adesso chissà cosa penserai di me!
 

Mordi e fuggi - la tarantola a cura di Mimmo Grasso

Mimmo Grasso propone di tenere una rubrica periodica dedicata alle attività ed eventi culturali, aperta al contributo di tutti i lettori. I testi potrebbero essere inviati via e-mail a mimmograsso@libero.it.  Per le recensioni di libri, occorre che l’autore o l’editore inviino una copia del volume a Mimmo Grasso, via Scialoia 23, 80070 Monte di Procida – Napoli.
 
Iniziamo con la recensione di un bella antologia di racconti di autori giovani ,noti e non, curata da una casa editrice del sud,  Piero Manni. Il tema , il morso della  tarantola e le   antiche tecniche di “guarigione”,   ci riguarda da vicino se pensiamo che, in fondo, il nostro “corpus” sociale e politico è da anni fortemente agitato e non riesce a rimodularsi in nuovi orizzonti di vissuto,  a trovare un antidoto o un rimedio per il malessere proprio e per quello della gente.
 
 
L’ancestre “tarantola” è ricostruibile riannodando le percezioni fondamentali dell’universo simbolico umano e dunque comportamentale. 10.000 anni di storia documentata sono una cosa molto modesta ( appena 100 persone di 100 anni) e  posso dunque  sostenere  che le mie modalità connettive non sono diverse da quelle del mio antenato del neolitico. Per ricostruire dunque i percorsi significanti di “tarantola” basta mettersi di fronte a questo  segno e seguire il flusso che la visione genera facendo salire a galla nel liquido oculare immagini e in quello salivare parole che “tarantola”  evoca dal labirinto cognitivo ed esperienziale. Si tratta di  immagini  e parole che trovano  riscontro nel nostro modo di pensare e parlare (quante volte, ad esempio, paragoniamo le persone ad animali?)  oltre che  nel corredo simbolico ad esse sottostanti,  analizzato con vari approcci. Se faccio allora  la carta mentale di “ragno”, osservo che (e la priorità delle definizioni è un ottimo indicatore di gerarchie di senso):
 
 
somiglia all’organo genitale femminile
dunque il ragno è elemento femminile.
 
irretisce la propria preda e la divora tenendola il più a lungo possibile in vita perché il sangue sia sempre fresco fino allo svuotamento e alla  carcassa.
dunque il sesso femminile irretisce il maschio, lo divora e ne succhia il sangue.
 
ha dimora nel sottosuolo
dunque la femmina è il sottosuolo, il suo organo  genitale è la “tana
 
costruisce tele ottagonali perfette e l’insetto che vi rimane imprigionato non riesce a uscirne
dunque la tarantola è accampata al centro del labirinto (labor-intus)
 
costruisce la tela come prodotto del proprio corpo
dunque la trappola  è qualcosa che viene dall’interno
 
inietta veleno
dunque il contatto con la femmina è velenoso
 
Si può continuare con altri sillogismi. Inserire  un “come” nelle deduzioni, che sono un fatto puramente formale e non danno mai nuove informazioni,  è un’operazione già molto evoluta rispetto alla  semplice deduzione. Ma la mia carta mentale mi dice che il sesso femminile nasconde  un terrore arcaico. Terrore da “terra”. Questo terrore riguarda la dinamica vita-morte. Il sesso femminile è individuato come matrice di vita e di morte, come causa del “perdersi”. L’apposizione di un simbolo labirintico sul sesso delle statuette di Cnosso documenta le mie “spontanee” analogie
 
La breve catena di significati lineari (miei ma condivisibili, riconoscibili) si ripete  nell’universo percettivo femminile. Infatti, chi è posseduto da tarantismo non viene punto solo da un ragno ma anche da una formica o da un serpente (lo “scorzone”),  simbolo maschile.
 
Siamo, dunque, in presenza di un’elaborazione culturale identica sia al maschile che al femminile e che riguarda la trasformazione, il passaggio da uno stato all’altro mediante rituali agitatori, sibillini.
 
L’essere (animale)  che morde ha sempre punte (chele, pungiglione, denti, zanne, ecc.) ed è appena il caso di ricordare, qui, che la forza erotica è rappresentata da un essere che dardeggia con frecce appuntite.
 
Il “ragno” ( da ARK-Ys, rete, a sua volta derivato da ARK, ” o da Hurna-Nabas, sanscrito, “lana nell’ombelico”, “che ha il filo nello stomaco”) ,  costruisce una tela “labirintica” o si muove appeso al filo della propria saliva. Da ARK trae origine anche  “archetipo”. Non sarà dunque inutile vedere come in questo libro si tessono i fili di questo importante “tipo”.
 
Quello che sto esponendo è una procedura, logica quanto alle modalità di connessione dei dati, e analogica quanto ai dati che vengono connessi. Vale a dire che occorre distinguere tra la congerie di cose  che vengono collegate ( perfettamente sostituibili con altre, omologhe o semanticamente ed esperienzialmente affini – e questo è terreno d’analogia) e le modalità del loro collegamento
(che è spazio della logica)  riconducibili a un'unica tecnica d’assemblaggio, la stessa che presiede  le forme d’arte e il  metodo scientifico. In tal senso ogni processo, soddisfatto il postulato di contiguità semantica tra i dati da assemblare, è sempre  coerente perché i dati sono in un rapporto di equivalenza e di simultaneità temporale e vengono ispezionati  e “processati” tutti insieme, senza gerarchia, sì che potremmo fare il percorso inverso (dall’analogia alla logica) senza che risulti alterato il “significato dei significati”, il metasignificato.
 
Il fatto, tuttavia, che il sistema simbolico si dimostri, alla mia indagine, come coerente, non significa che esso sia anche vero e reale. Anzi, non v’è alcuna relazione concreta tra i dati a meno che non cominci a ragionare per classi e “tipi logici”, il che non mi lascia esente da altri problemi.
 
Quando vogliamo comprendere qualcosa, procediamo a paragonare questo qualcosa con altre cose. E’ un procedimento alquanto bizzarro e che consiste nello spiegare una cosa con una cosa che le somiglia. Solo matematica e logica formale fanno se stesse oggetto di analisi e conoscenza attraverso se stesse, il che ha consentito a qualcuno di avere intuizioni importanti in ordine anche all’essere di dio - contraddicendosi, comunque, formalmente col  mettere sullo steso piano “essere” e “dio”, e cioè parametrando anche in questo caso una cosa con un’altra, analogicamente. Per tutte le  attività di conoscenza siamo abituati a paragonare i processi naturali con quelli della mente, il che pone l’altro famoso problema di physis (natura) e nomos (legge, legamenti) : la mia mente, cioè, rispecchia i processi della natura o ne è indipendente?
 
La sequela di deduzioni in ordine a “ragno” è abbastanza pedissequo e fa riferimento a “loci” della natura. L ’ho fatto forse  apposta trattandosi qui di  parlare di un libro scritto coi piedi: quelli della danza, il piede metrico. Questa sequela, altresì, obbedisce a una forza armonica d’attrazione, vale a dire il collegare cose molto lontane tra loro. Forma armonica d’attrazione e distanza delle cose da connettere sono direttamente proporzionali, vale a dire: maggiore è la distanza tra le cose da connettere, più intensa è la forza armonica d’attrazione, che possiamo individuare con il saper sentire ovvero, nel nostro caso, con la grande energia che trabocca dalla trance dei tarantati sulla base delle connessioni tra simboli, derivanti a loro volta da condizioni di vita e rapporti di socializzazione abissali. Il “saper sentire” , a sua volta, introdurrebbe la questione dei “memi”, il comportamento memetico. Il “meme” funziona come il gene e si riferisce alla trasmissione di informazioni genetiche insieme con  comportamenti culturali identificabili con un “modo di pensare”. La “taranta”, in quanto comportamento, rito trasmesso alla comunità e mito, ha tutte le caratteristiche che contraddistinguono un “meme” e lo è soprattutto per la sua appartenenza all’universo simbolico prodotto in noi dalla natura. Anche la memetica trae origine dall’osservazione di fatti naturali, come se gli atomi di Democrito piovessero su ogni generazione di umani con lo stesso angolo d’urto,  come se il prodotto dei clinamina fosse identico per tutte le società.
I sottoinsiemi di “tarantola” : la danza, la musica, i colori, la socializzazione, la possessione (che prevede l’ingresso di un ente in un altro ed  è anche il “possedere” dell’atto erotico)  traggono spunto da altri collegamenti coerenti con il mondo fisico: la danza, pertanto, ripeterà il moto circolare della ragnatela e il labirinto dei pianeti. La musica, che ha molte valenze astrali (“astrazione”) sarà di tipo compulsivo e affidata a strumenti-simbolo: le corde d’argento del violino  rinviano al filo della ragnatela; il tamburo imita il battere del piede che a sua volta ripete il ritmo vitale del cuore; la fisarmonica ripete il respiro, lo pneuma. Dunque i tre strumenti rappresentano la voce (il grido del violino), il movimento (il piede pirrico), il respiro (fisarmonica, i polmoni), vale a dire gli organi che immediatamente entrano in gioco neuromotorio, e che manifestano maggiormente col loro agitarsi la presenza del “dio”. Non è per caso, allora, che in un racconto di Cilento, di cui parleremo più avanti, gli organi di senso e di moto che entrano subito in gioco per un gioco del nervo vago, siano proprio , e proprio in questo ordine, il piede, il respiro, la voce, elementi, altresì, tenuti in alta considerazione dalla biodanza contemporanea.
Ma entriamo nel merito di Mordi e fuggi.
E’ un  libro di una muta , i narratori, che eseguono   una danza circolare. La scrittura qui sostituisce gli strumenti della pizzica.; ha , cioè, la stessa funzione “incantatoria-liberatoria- esorcistica” . Ma il tarantismo appartiene all’ oralità mentre la scrittura è la tecnologia analitica del pensare. Gli scrittori hanno dunque portato a sintesi due apparati cognitivi (oralità-scrittura)  il che è già un’operazione tarantica. I racconti seguono, ognuno con il proprio stile, storie e storie di storie. L’oralità si nasconde nei  simboli sottostanti i personaggi ed è evidente nei loro allegati percettivi. Ripetono (né potrebbe essere altrimenti)  la sequela analogica prima descritta a proposito di “ragno”. Le motivazioni degli scrittori che si sono riuniti per i loro riti in questa antologia, sono certamente identiche a quelle delle tarantate. La scrittura (intesa ora come “azione”) è la risposta a un insieme di stimoli (e lo stimulus è un attrezzo appuntito, morde) generati dalla dissonanza che produce la scrittura come momento di ricognizione per riportare in coerenza il proprio sistema.
Senonchè in questi autori   il veleno viene “rimediato”  col più potente dei veleni (il silenzio della pagina, che morde e fugge generando uno strano rapporto salvatore-vittima.carnefice dell’autore col proprio prodotto salivare, la scrittura).  Queste sono storie di interstizi che vengono esplorati con la speranza di vedere veramente la tarantola, vale a dire di recuperare unità di visione-azione-comportamento, anche se in delirio. E’ facile vedere i personaggi di tutti i racconti formare un’unica  paranza danzante, scambiarsi i ruoli e il numero di pagina, trasmigrare, spiarsi. Si comportano, cioè, come la catena polimerica del simbolo., praticano una metamorfosi. Dopo il “morso”, fuggono nelle storie degli altri. La metamorfosi  è così  riuscita. Infatti, leggendo, con l’antidoto sulla scrivania, i sedici racconti ( non ho ancora capito perché 16 e non 12 o 24: ma faccio notare che 16 è la somma degli occhi e delle zampe del ragno e che la tela è un ottagono, a parte il “sedici” che è, qabbalisticamente, il doppio di otto) sono omogenei perché narrano appunto fatti interstiziali, non plateali, chiedono al lettore di andare a trovare la sua straordinaria taranta  in fatti ordinari, quotidiani perché, come si sa, “la normalità è uno stato di emergenza”.
Ogni racconto ha il suo totem: uno scorzone, uno scorpione, una farfalla,uno scarafaggio... Questi totem non si sono dati la voce, vale a dire che gli autori non si sono riuniti preventivamente in redazione per elaborare un progetto comune con indicatori simili.  La similarità dei racconti li rende ancora più interessanti dimostrando un analogo (e storico) “saper sentire”, un identico approccio sulle cui cause non indaghiamo, per ora, qui dove invece su tre racconti esemplari (ma sono tutti bellissimi) ai fini della verifica degli assunti precedentemente dichiarati.
 
 
Portavo una testa di morto
(Carlo  Lucarelli)
 
La storia è questa: siamo sul finire della seconda guerra mondiale, nel Salento. Il narratore è un soldato che ricorda un orribile episodio, in “preda al rimorso” .Un gruppo di miliziani delle SS , tra cui un mongolo, si ferma a un casolare e, dopo aver saccheggiato , imbottiti di vino, costringono la famiglia che l’abitava a suonare Si intona una pizzica che il  soldato, componente della squadraccia,   riconosce. Esige che una ragazza, giovanissima, danzi. Alla fine della danza il mongolo sgozza la fanciulla. La casa viene bruciata. Il narratore portava sul cappello di SS l’emblema di un teschio.
 
Questo racconto è il più breve della raccolta ma anche il più lungo. E’ breve in ordine alla sinteticità e asetticità dei fatti narrati; è lungo in ordine alle cose implicite.
Lo spazio dove si svolge il racconto   è una terra i cui abitanti hanno radici culturali greche. Il tempo degli avvenimenti è quello della  seconda guerra mondiale. Le SS bevono molto vino dopo essersi sedute sotto un albero di ulivo. Si prepara in questo modo la scena del delitto. Dal punto di vista simbolico, l’inserimento della catena grecità-guerra (intesa come orgia di distruzione)-vino-ulivo  prepara,invece , la scena del sacrificio. Quasi di soppiatto appaiono anche altri elementi rituali: il pane, il coltello che il mongolo usava per scannare gli agnelli. Va annotato che il mongolo è l’unico del gruppo a non avere sul berretto il fregio di un teschio ed è l’ uomo che materialmente compie il delitto-sacrificio. Va altresì evidenziato che il soldato che ricorda  è una persona molto colta: già era stato nel Salento anni prima per approfondire studi di storia dell’arte. Dunque, quello che accadrà appartiene a una dimensione al di là della cultura, ancestrale, da periodo paleolitico, quando gli uomini avevano i tratti somatici mongoli, quando a Delfi si sacrificavano persone poi sostituite, come nel dionisismo, da una persona con malformazioni (il fàrmakon) e, dopo ancora,  da un animale. Non è, ovviamente, che si sia proceduto a sostituire la persona normale con quella deforme e poi con l’animale per motivi pietistici o etici. Il processo è avvenuto perché ci si è resi conto, sulla base di nuove analogie, che il modo più coerente di sacrificio a deità terribili era quello dell’animale a sua volta rappresentativo dell’ antenato teriomorfo.
Le relazioni coltello-per-gli-agnelli e  sgozzare-la-fanciulla-come-un agnello, il vino, la musica, sono precisamente gli ingredienti del rito arcaico.
Mi sono chiesto a lungo perché Lucarelli avesse inserito un mongolo nel suo racconto e perché questo mongolo uccide materialmente la fanciulla. Ho pensato, ovviamente, al mongolo come a qualcosa di lontano, abissale sia geograficamente che inconsciamente. Ma questo non spiega il perché sia proprio lui il boia. Ho supposto che l’uccisione, lo sporcarsi le mani sia stato delegato a un essere ritenuto inferiore dal nazismo. Ma neanche regge se penso a quello che hanno fatto i nazisti. L’unico a non portare sul berretto il teschio –mi sono detto- è lui  perché è sufficiente, per rappresentare la morte, la sua testa (l’iconografia ci presenta i mongoli calvi,ossuti) ma anche questa ipotesi mi sembrava debole.  La soluzione me l’ha fatta vedere Antonio Vitolo parlando dell’etimo di “tarantola”, che deriva da Taras, fondatore di Taranto e che “taras” significa  “sconosciuto”.  Da qui a Taras Bul ba di Gogol’ il passo è molto breve. Sarei comunque molto interessato a sapere dalla testimonianza diretta di Lucarelli la funzione di questo mongolo nel suo racconto.
La fanciulla è terrorizzata dal fregio sulla bustina del militare. Anche gli altri tre tedeschi lo portano ma è di quello del narratore che la fanciulla ha terrore   perché è stato il primo che ha visto quando i soldati hanno fatto irruzione nella casa dove dormiva ( portando fiaccole come nei riti arcaici). Si tratta, anche qui, di un’apparizione infernale e demoniaca, come se la ragazza avesse visto materializzarsi l’incubo delle proprie origini, dei racconti intorno al fuoco, come se la tarantola avesse assunto sembianze umane, confermando clamorosamente le dicerie sottovoce delle anziane del paese.
 
 
 
E’ chiaro che la fanciulla che danza è Proserpina e il soldato è Ade.
Lucarelli propone, dunque, una storia narrata come un resoconto di cronaca e lo stile molto distaccato del narratore finisce per essere inquietante.
La vittima sembra consapevole di partecipare a un rito forse anche atteso. Dimentica, nel ricordo del narratore, la situazione, la musica, la sua uccisione e, per questo, sopravvive. O, davanti alla visione della morte, sa che per cacciarla via occorre danzare, eseguire l’esorcismo musicale e coreutico, ed è forse sicura che ciò che vede non esiste, che è in uno stato di sonno, che si risveglierà come si risveglia la terra.
Lucarelli non ci dice se dopo la morte della fanciulla la terra abbia continuato a produrre frutti.
Da dove traiamo questi elementi di lettura? Non è che ci stiamo inventando tutto? Il soldato “porta” una testa di morte. Che si tratti di un’icona cucita sul berretto lo apprendiamo durante la narrazione. Astutamente, Lucarelli , scegliendo questo titolo, ci dà a intendere, all’inizio, che c’è qualcuno che cammina con una testa di morto sotto il braccio, una specie di Amleto. Durante la narrazione l’ambiguità del titolo viene svelata e, paradossalmente, ci accorgiamo che veramente il soldato porta una testa di morto. Solo che ce l’ha sul  collo ed è la sua, quella di migliaia di anni fa, perché
nell’evento salentino rimosso per decenni e ora riemerso si catapultano tutte insieme le dinamiche di attrazione-repulsione per il sangue che provava la muta di cacciatori poi diventati soldati.
 “Testa di morto” è anche il nome di una farfalla ( è lui l’insetto del racconto) e si sa che la farfalla rinvia alla metempsicosi sia pitagorica che eleusina (Eleusi era sacra a Demetra, madre di Persefone).Questa farfalla si chiama così perché sul dorso ha disegni che ricordano alla nostra percezione un teschio. I suoi predatori vedono probabilmente un ragno e su questo doppio simbolismo (farfalla-ragno) c’è da interrogarsi trasferendolo ai personaggi che in tal modo interpretano un ruolo ineluttabile o, addirittura, indecidibile. Questo insetto appartiene alla famiglia delle Sphingidae e il  suo nome scientifico è Acherontia Atropos. Dunque non c’è solo la lontananza simbolica della Mongolia ma anche quella dell’Egitto e la vicinissima Grecia dionisiaca, c’è l’Acheronte e il flusso musicale è precisamente l’acqua che il soldato-Caronte fa attraversare alla fanciulla-Euridice. Non è allora un “insetto” (in-secare: gli strati del racconto sono di Lucarelli sono “intersecati”) che viene da lontano: ci è laterale, ci è vicinissimo, a meno di un palmo ma non possiamo toccarlo: è la nostra psiche.
Va infine annotato che “Testa di morto” in lingua tedesca è totenkopf ,  nome della più bestiale divisione delle waffen SS., il cui segno, lo svastica o croce uncinata, ha radici altrettanto arcaiche quanto la sfinge.
La fanciulla danza davanti alla morte una  danza macabra, una di quelle danze, cioè, in cui nel medioevo si raffiguravano tutti i ceti sociali danzanti con scheletri, specialmente dopo la peste del 1348. Sarebbe molto stimolante immaginare la storia dal punto di vista della vittima più che del carnefice. Scopriremmo forse che la falena che danza è la fanciulla, attratta dalla luce della morte.
 
Morsi da  Lucarelli, fuggiamo dai suoi enigma e  ripariamo tra le righe di un racconto il cui titolo sembra promettere serenità:
 
Incantatori
(Giovanna Bandini)
 
Una fotografa salentina si trova a Valencia per un reportage sulla festa di Las Fallas, il giorno di San Giuseppe. La festa consiste in una interminabile e suntuosissima processione. La città è ornata con Fallas, scene di cartapesta, che finiranno ritualmente bruciate. La fotografa nota una bambina, vestita in modo diverso dalle altre figuranti e vede il proprio sé infantile nella processione. I colori e il clima della festa valenciana la riportano ai colori e al clima delle feste del suo paese salentino, così come il flamenco degli zingari è associato analogicamente (ma anche storicamente) alla pizzica del suo paese. Alla plaza de toros assiste alla corrida. Le sembra che il torero mormori
 
 
 
 
 
qualcosa e scatta una foto. Impulsivamente torna nel Salento dove viene accolta dalla madre e, soprattutto, dalla nonna che aveva sostituito suo padre morto da giovane. La ragazza mostra alla matriarca le foto scattate a Valencia. La nonna individua subito la bambina della processione e ne sottolinea  la somiglianza fisica e comportamentale con la nipote prima dell’adolescenza. L’ava conferma altresì alla nipote che il torero stava parlando e per lei è ovvio che stesse  parlando col toro, chiamandolo per nome. Stanca per il viaggio la protagonista  va a dormire ma non vi riesce. Si alza, esce fuori. Ascolta qualcuno parlare sottovoce: è la nonna che si rivolge a un serpente invitandolo ad andar via. Lo chiama “Paolo”. Nel chiedere spiegazioni, la nonna  minimizza l’accaduto, anzi lo nega e fa notare alla ragazza che lei ha sognato tutto. La ragazza si convince. Infatti stava dormendo. Riprende le foto, per ingannare il tempo. Scopre che la bambina valenciana è scomparsa dalla foto.
 
Alla magia nera, alla nigredo di Lucarelli fa riscontro la magia bianca di Bandini. Anche con lei siamo in un ambiente di fatturazioni: la processione valenciana inizia in Primavera, Las Fallas sono incantesimi di carta, apparenze di apparizioni. La maga che opera i prodigi è la nonna, descritta con l’ elemento maschile della folta peluria sul mento. Ricordiamo che la donna con la barba è icona rinvenuta presso varie tombe pre e protostoriche e che unisce gli elementi maschili e femminili. E’ una delle prime icone del Mediterraneo. Ulteriori elementi della magia e dell’illusione  sono gli zingari (notoriamente incantatori), il flamenco “fiammeggiante” che  anticipa la danza del fuoco, i grandi falò  in cui finiranno le costruzioni-apparizioni di cartapesta col loro corredo di luminarie. Il racconto si incentra su una terna di donne-streghe che vivono isolate, sena presenza maschile. L’unico maschio, il padre della protagonista, è premorto e se ne avverte talvolta il respiro nelle stanze della memoria.  E’ intuitivo che, ricordo ancestrale di quando la donna era raccoglitrice sviluppando culture diverse dal maschio, compaia lo strumento principale degli incantesimi, le erbe,  e in particolare il rosmarino, simbolo dell’amore, del ricordo, della morte e chiamata anche “pianta dell’incenso”. E’ infatti una pianta di rosmarino che protegge la ragazza dalla visione dell’incontro tra la nonna e il serpente, episodio che, su altri versanti di lettura, ci porta a inferire una “protezione” di carattere sessuale (la nonna è molto legata al ricordo della preadolescenza della nipote) da parte di una centenaria che sa molte cose su sesso-vita-morte e che
conosce le forze del mondo, e forse le condivide e domina. Tra l’altro, chiama il serpente ”Paolo”, che può essere sia il S. Paolo esorcista sotto la scorza del serpente  che il semplice nome di un fidanzato (chè, si sa, le streghe se la fanno con Belzebù sotto varie forme). La magia del racconto riguarda il rito del ritorno, gira nell’ombra di un sufi. Incantesimi è il racconto  più leggero e barocco della collezione antologica. La protagonista è fotografa, dunque è una che ripropone tecnicamente la realtà con l’obiettivo, la “documenta”, obiettivamente. Nel racconto è diverso: la fotografa scopre qualcosa che vive negli interstizi della realtà. Il suo “scattare” foto diventa l’impulso a ritornare e l’impulso è, appunto, uno “scatto”, un essere rimorsi e fuggire verso dove si ebbe il primo morso, al ceppone della prima esperienza sessuale vissuta anch’essa come rituale, tradizione. Il fatto che la bambina della foto scompaia è particolarmente interessante, quasi un prezzo, anch’esso sacrificale: l’infanzia è una Falla, dominata da esseri strani, e chi vorrà leggere il libro può meditare su molti rinvii intratestuali. Un esempio: la prima scena è a Valencia. La bambina della foto scompare. Valencia nasconde “vale””, “addio”. Anche Falla è parola molto intrigante.  Ho detto che qui  il tarantismo è una faccenda di interstizi, è  psiche che guarda eros mentre dorme (ma è più probabile che,come la protagonista del racconto,  psiche dorma e  sogni di guardare eros). Bandini gioca con apparenza e apparizione, l’una anestetizza l’altra e, considerato che è archeologa, non le è forse estranea una frequentazione con Apuleio, il berbero (non l’apulo) autore del De Magia perché questo racconto è bello come una favola milesia. 
 
 
 
L’incantesimo racchiude vaghezza, il vagare,  come l’ultimo racconto scelto:
 
Vago
(Antonella Cilento)
 
Sono scorci di vita di una ragazza con problemi di panico. Non c’è una trama quanto un rincorrersi di situazioni, lo sfogliare a caso le pagine di un manoscritto segreto, quasi un  diario, delle ragazze. Si narrano situazioni , immagini e intrecci di relazioni tra persone e tra queste e le cose che hanno lasciato il segno nella mente della protagonista, osservate ora come allora. L’ esame di realtà genera connessioni mentali inedite, anche neuronali. La protagonista frequenta, tra l’altro, corsi di biodanza, vaga col dolore che le dà il suo nervo vago in cerca di un rimedio, di un antidoto a una malattia che si sta trasformando in anoressia. Solo nella musica degli zingari, incontrati durante una passeggiata a Punta Campanella, guardata e guidata dagli occhi di una vecchia che mastica erbe amare, trova quiete e il nervo vago , se non può vagare, almeno si attorciglia su se stesso in un recinto sacro e musicato.
 
Il titolo del racconto indica anche un’azione: “Io vago”. Antonella Cilento si tiene sul vago, letteralmente,  in un ambiente naturalistico, archeologico e antropologico molto denso. Ieranto possiede una baia splendidissima, testimonianze archeologiche di prim’ordine e non notissime, archeologia industriale, case col tetto di lapillo, muretti a secco: un pezzo di Salento sulla penisola sorrentina. Questa stratificazione umana  viene  metabolizzati dall’autrice che si insegue  in uno scenario dove la nostra immaginazione collocò le sirene gli esseri mitici  metàquesto-metàquello. Qui l’anima, metàspirito-metàcorpo,  trema,  pronta a staccarsi dalla terra. Il nervo fa male alla protagonista, Lallina, per queste tensioni e trazioni. Il suo tarantismo (a parte la bellezza da delirio dei luoghi) è questo: un sussultare, l’attesa di qualcuno che spinga la sua anima in un precipizio. In “Vago”  la taranta che punge è l’anima più che lo scarafaggio visto  su un muro d’ospedale. E Lallina vuole cadere in un precipizio  per vedere se sa veramente volare, per  dare scacco al panico lasciandolo da solo col filo del nervo vago in mano, senza aquilone. La danza girovaga della Cilento   parte dal sobbalzo  dei piedi, giunge al cuore, produce dissonanze, crea agitazione (ma fredda), fa aumentare il ritmo del respiro, ritorna ai piedi sotto forma di danza. Ieranto è, ovviamente, un paesaggio lunare, “femmineo”. Il cammino della protagonista è neuronale essendo la strada da percorrere quasi la mappa del sistema nervoso, quasi una   radiografia del proprio pensare e malessere. A Ieranto l’anima scopre il fossile più antico dell’ animus,  simile a una medusa: un cervello con un grande lungo tentacolo, il nervo vago. Ci viene proposta anche l’ombra di questo fossile attraverso  vaghi d’ambra che somigliano alle vertebre. Nella trasparenza dell’ambra , in queste lastre radiografiche del tempo, nella loro forma sbriciolata  nei frammenti della percezione, Lallina riconosce una legge e un codice, si sente particola dell’evoluzione : la struttura molecolare dell’ ambra, davanti alla quale Lallina rimane rapita come se riconoscesse qualcosa, forse la resina con la quale fu impastata, ripete l’archeologia dell’esserci nel mondo. L’ambra e l’ombra come sostanze  organiche, materiale di risulta di un processo di trasudorazione vegetale.
Dal cuore il sussulto arriva al cervello e da lì giunge allo stomaco provocando altri sussulti, conati di vomito, nausea. Un fulmine freddo produce attriti di selce.
La protagonista di “Vago” registra gli stessi sintomi ansiosi e impulsivi della protagonista di “Incantatori”. E’ interessante che due scrittrici abbiano diagnosticato  il proprio io tarantato tramite gli stessi sintomi. C’ ’è, in Lallina, un accenno di schizofrenia, di allucinazioni. Il morso del suo ragno è antichissimo, risale al tempo in cui viveva sulle rive della baia di Ieranto (radice Ieròs, sacro) milioni di anni fa, prima ancora che la luna diventasse fredda come freddo e cristallizzato è ornai il veleno del morso.  
 
 
 
Il nervo vago sa essere molto preciso, se vuole” e questa precisione , lui che è un residuo arcaico del nostro cervello di serpente, la mostra soprattutto esegue un lavoro mestico di quando riconosce ciò che gli apparteneva, i momenti della sua evoluzione nascosti in cose minimali:  le cose: le colonne smontate delle sepolture (costruiscono) percorsi illeggibili., come sono illeggibili le costellazioni, perché, aggiungiamo, è chiaro che anche a Dio fa male il suo essere Vago. Come in natura, anche nella mente ci sono impronte fossili, ricordi che toccano il nervo e fratturano l’osso. Quella della Cilento è una scrittura vertebrale. Per questo Lallina è sempre curva, obbediente alle inclinazioni delle immagini. Lallina è una che crede di sbagliare sempre. “Dov’è l’errore?”, si chiede. L’errore è nell’errare del vago, è lì il morso, l’inganno del serpente biblico nel paradiso di Ieranto, che si ripensa nei  fermagli d’ambra delle teche. I  fermagli delle  trecce di Lallina lo evocano come fanno i monili d’oro che vogliono ricordare al sole che anche chi li porta è un essere di luce. Come Eliade, morsa dal sole sotto forma di serpente e poi divenuto bracciale, Lallina è innocente, non sa nulla di tarante. Segue corsi di biodanza  e quando va in discoteca precipita trance attaccata dal panico. Trasuda un umore atrabiliare che o induce all’ingurgito o al rigurgito.
Anche in questo racconto c’è una punta ed è quella estrema  di   un viaggio metà fisico metà iniziatico, Punta Campanella, dove si presentano gli zingari sciamani.. E zingaro significa violino. E violino significa tarantismo. Tra questi zingari c’è una vecchia, forse la stessa del racconto di bandini, accovacciata sulla propria storia, mentre mastica erbe. Forse è il residuo di sposa del vago Dioniso. Forse è Aracne. O forse ancora è la  vecchia che nel nostro presepe salta addosso a pulcinella.  Questa vecchia, qui, non ha la barba ma fa anche lei  un’azione tipicamente maschile: fuma la pipa. E la fuma  con la bocca pelosa di ragno-totem che sovrintende alla cerimonia in suo onore. Io ho visto saliva densa come una sartìa scenderle dagli angoli della bocca. E’ in questo cerchio di danzatori che Lallina fa finalmente movimenti che, come dichiara,  non si possono  calcolare, e dunque incalcolabili, pretemporali e prespaziali,  accompaganata dal suo doppio mitico, Eliade, che, come in sogno, riemerge dalle acque che  il padre Tirreno sbatte sulla Terra con onde alte come colline ai piedi della danza , sui licheni della montagna . I licheni fanno da pendanti al nervo vago. Sono infatti  tra i più diffusi organismi della terra, sono la simbiosi tra un fungo e un'alga (le due personae del racconto:Eliade, acquatica; Lallina, terrestre) e sono la forma di vita più resistente ed elementare: dai ghiacci del polo alle rocce delle più alte montagne, in condizioni di vita difficilissime, dai freddi più intensi all'insolazione delle rocce. Sono dunque il simbolo degli ultimi terreni selvaggi, dell'esplorazione e dell'avventura, della perseveranza verso un obiettivo. Ma sono anche il simbolo della complessità , da intendere come il raggiungimento di un'armonia con la natura.
 
 
 
                                                                                  mimmo grasso

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