Il teatro di Franca Rame e Dario Fo

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racconto della consegna del Premio Nobel - di Dario Fo

Per l’assegnazione del Nobel arrivai a Stoccolma, come da programma, qualche giorno prima. Ad accogliermi all’aeroporto c’erano anche alcuni accademici della giuria, premurosi e gentili: "Abbiamo provato molto piacere nello sceglierla… - mi dissero- Lo sa che quando abbiamo fatto il suo nome davanti ai giornalisti e alla gente è esploso un grande applauso?! Lei è molto amato, in Scandinavia.".

Arrivammo al Grand Hotel, nel centro di Stoccolma, e fui alloggiato nella suite all’ultimo piano, al settimo mi pare. Era la suite dei Nobel per la Letteratura, c’era persino una targa che lo indicava. Ci si montava con un ascensore speciale, riservato, del quale mi consegnarono la chiave. Lì un cameriere stava aspettandoci con una bottiglia di champagne e al nostro ingresso la stappò. "Cento di questi giorni!" dissi io, già ubriaco di commozione. Uno degli accademici commentò "Cento sarebbero un po’ troppi… facciamo due o tre! È già abbastanza!". Quindi mi fu annunciato l’arrivo del maestro di cerimonia. Mi immaginavo il solito incaricato in livrea, invece mi apparve un signore affabile e alla mano, col compito di accompagnarmi nel labirinto degli impegni. Quando mi illustrò il programma: scoprii che avrei potuto godere di ben poco tempo per il riposo.

Il giorno dopo, dunque, ci fu il primo incontro all’università, con circa tremila studenti. Al mio ingresso la banda universitaria intonò la marcia di una mia commedia per anni rappresentata in Svezia, Ma che aspettate a batterci le mani, cambiandola poco dopo nell’Inno di Mameli. E quando dei ragazzi, evidentemente italiani, issarono una selva di bandiere tricolore, mi venne pure il magone, tanto che per bloccare i lucciconi, mi sferrai una gran pedata sulla caviglia. Zoppicai per quasi tutta la giornata.

Tornati al Grand Hotel, mi addormentai, quasi svenuto per la stanchezza. Ma ecco che di lì a poco l’appartamento si illuminò di piccole luci contrappuntate da un canto di ragazze. Scattai seduto sul letto: "Che è?".

Nella stanza, una dietro l’altra, stavano entrando delle belle figliole completamente vestite di bianco, e in capo calzavano candeline accese. Si sistemarono intorno al mio letto, cantando con voce dolce e intonata. Riconobbi la melodia "a Santa Lucia, pur’anco i pesci fanno all’amore..."… E mi venne in mente che quello era il rito della notte più lunga dell’anno. Poi con la stessa grazia, le fanciulle lentamente uscirono, quasi sparendo nel buio.

Anche per il giorno seguente la tabella di marcia era forsennata. Fui accompagnato al leggendario Dramaten, il teatro di Stoccolma. Gli artisti svedesi mi avevano chiesto di offrir loro una lezione. Mentre il pubblico applaudiva entusiasta, quasi nascosto dietro una colonna in un palco, vidi Ingmar Bergman che rideva. Sollevai un braccio in segno di saluto: sapevo quanto fosse schivo e ritroso tant’è che mi meravigliò il suo rispondermi applaudendo. Fu una grande emozione scoprire che uno dei più importanti registi al mondo fosse venuto a onorarmi. Quel giorno terminò con il saluto agli accademici nella loro sede.

L’appuntamento più importante, prologo alla consegna del premio, era l’esibizione con discorso davanti agli accademici, agli altri Nobel, nonché a un numero straripante di giornalisti. Io scelsi di recitare un’autobiografia illustrata, in italiano, con grammelot in varie lingue e gestualità conseguenti. Inoltre ad ogni invitato, erano più di 500, sarebbe stata offerta una copia illustrata del lungo monologo, tradotto in simultanea da Anna Barsotti, la bravissima e bella moglie del mio traduttore in Scandinavia. Quei disegni erano un mio dono alla regina di Svezia ma momentaneamente mi servivano per la mia esibizione.

La platea, abituata normalmente ad assistere al rito silenziosa e compassata, dopo un primo sconcerto, stette al gioco divertendosi e, siccome gli spettatori ridevano e applaudivano fuori tempo, li pregai di ridere e applaudire solo a mio comando: il lazzo, paradossale, li divertì oltremodo.

Ma il giorno clou, quello della consegna dei premi, era fissato per l’indomani. La mattina tutti noi vincitori del Nobel fummo riuniti in un salone dove era stato segnato il perimetro del palcoscenico della premiazione. A dirigere le prove c’era una specie di mossiere che ci indicava le entrate e gli inchini alla volta del pubblico, degli accademici e della famiglia reale di Svezia; l’ultimo inchino veniva rivolto al re che consegnava il premio: la laurea con un cofanetto contenente una grande medaglia d’oro.

Ma molti dei laureandi incespicavano e così il mossiere, visto che ero mimo e attore, mi invitò ad aiutarlo. Io radunai i miei colleghi e - unò dué, unò dué - mostrai la sequenza delle posture e come eseguirle con souplesse. Finì che solo il Nobel cinese continuava a inciampare. Subito appresso venne il momento della posa per la fotografia di gruppo.

La consegna dei premi era fissata al Concert Hall, alle 16, un grande auditorium con l’orchestra, che per ogni premiato eseguiva un brano diverso. Io vi arrivai nella limousine nera messa a disposizione dall’Accademia, col mio bel frac, dono di Ferrè, uno dei più geniali stilisti italiani, purtroppo mancato da qualche mese. Per fortuna qualche ora prima della cerimonia era arrivata Franca, che mi aveva aiutato a indossare quell’abito per me paradossale. Anni prima avevo recitato in una farsa dal titolo L’uomo nudo e l’uomo in frac, una satira degli aristocratici e l’uomo in frac ero io. "Non fare come in scena - fu l’avvertimento di Franca - Non è una farsa. Evita di sembrare un pinguino o un cameriere.". Non so se ci sia riuscito, ma risate non ne ho sentite.

Quando il mio nome fu annunciato, badai a posizionarmi rispettando i segni sul tappeto azzurro. Ricordo il sorriso del re Gustavo, il peso della medaglia e che nonostante tutte le prove, riuscii comunque a rompere il protocollo ,passando da una mano all’altra la medaglia per stringere la mano al re, come in un gioco di prestigio. E poi l’applauso, lo sguardo di Franca che aveva accanto Jacopo con mia nipote Mattea, e le espressioni orgogliose degli amici venuti a festeggiarmi.

Alla premiazione seguì la rituale cena al Municipio, alle 19 in punto. I Nobel erano seduti nella grande tavolata centrale con 99 coperti. A me avevano assegnato un posto accanto alla principessa Cristina, sorella del re, appassionata di archeologia, con la quale mi fu facile trovare un feeling. Alla mia sinistra, la principessa Vittoria, che i media dicevano colpita da anoressia; in verità mi sembrava tutt’altro che inappetente… si era gettata con voracità sulle portate, tanto che le offrii la metà del mio risotto e lei lo accettò.

Finita la cena i Nobel erano invitati a brindare con il re e la regina, uno alla volta, mentre gli altri commensali si davano alle danze in un apposito grande salone. Franca ed io pensavamo che fosse un saluto e via. Con nostra sorpresa invece, tanto il re che la regina ci trattennero, vollero sapere del nostro lavoro e dell’Italia, accennando perfino alla situazione politica di quel tempo. Il dialogo durò più del previsto. Lasciandoci, ci ripromettemmo di vederci ancora.
Quindi ci ritirammo in disparte attendendo, come vuole il rituale, che tutti i Nobel e le loro consorti ultimassero l’incontro, giacché allontanarsi non si poteva e oltretutto le uscite erano bloccate dal servizio di sicurezza.

Il maestro di cerimonia, che aveva intuito la nostra stanchezza, si avvicinò: "Seguitemi – disse - Il Nobel è uno splendido rito e di certo la maggiore delle onoreficienze al mondo, ma se lo si vive con eccessiva partecipazione ti può annientare.". Ci fece dunque passare per il corridoio che portava alle cucine. Transitammo fra stufe e tavoli ricolmi di piatti e stoviglie. I cuochi e i camerieri, alcuni evidentemente italiani, salutavano Franca e me con simpatia, ci acclamavano, alcuni battendo mestoli sulle pentole. A nostra volta frastornati, accennavamo a un saluto. Attraversammo un guardaroba con centinaia di cappotti, mantelli e pellicce. Afferrai un cappello da generale e me lo misi in capo. Franca me lo tolse di dosso: "Adesso non esagerare. Come arriviamo a casa, ti ammollo un sonnifero che ti farà dormire per almeno un paio di giorni. Cammina, che la festa è finalmente terminata.".

 
 
Dario Fo

Emilio Tadini, da poeta a pittore - Prefazione di Dario Fo

Ho scoperto che Emilio, quasi di nascosto, disegnava durante un convegno sulla città di Milano. Mi ricordo che eravamo stati invitati entrambi a tenere un commentario a proposito della struttura urbanistica e di come si fossero sviluppati l’assetto e il clima ambientale nonché culturale della nostra città nei secoli, dal Medioevo al Rinascimento per risalire ai giorni nostri.
Quell’incontro si svolgeva alla fine degli anni Cinquanta, in un salone del Circolo della Stampa.
Ho pensato a prima vista che Emilio stesse scarabocchiando figurine per distrarsi dalla pallosità di certi interventi assolutamente privi di interesse.
In quell’occasione a me toccò di parlare prima di lui. L’argomento che avevo scelto faceva parte di un’inchiesta condotta al tempo in cui frequentavo ancora Architettura al Politecnico di Milano; trattava del sistema delle fognature impiantato dai romani al tempo della Repubblica e poi sviluppatosi con i Comuni. Allora i canali dell’acqua dolza e netta erano ben distinti e rigorosamente tenuti separati nella loro corsa dalle cloache fognarie. Raccontai di alcuni interventi molto severi effettuati dai Maestri-Giudici delle Acque contro un gruppo di grossolani imprenditori della lana, che, all’inizio del Duecento, coi loro scarichi di tintoria avevano intorbato fiumi e canali; giocai satireggiando sul processo e sulle condanne davvero spietate inflitte a quei cialtroni e paragonai il tutto all’indifferenza e all’ignavia degli attuali amministratori.
Emilio smise un attimo di scarabocchiare sul suo foglio, scoppiò in una risata contrappuntata da un applauso quindi tornò a concentrarsi sui suoi ghirigori.
Il conduttore della serata, appresso lo invitò a tenere il suo discorso.
Nel levarsi in piedi per recarsi al microfono, a Emilio caddero alcuni fogli sui quali stava pasticciando sghiribizzi. Li raccolsi e mi resi conto che non si trattava affatto di scarabocchi ma di veri e propri disegni espressi con forza e mestiere. Soprattutto non c’era nulla di approssimativo o dilettantesco. Sembravano appunti ispirati a Bosch e Mirò messi insieme. Con quegli schizzi Emilio aveva improntato la struttura di un palazzo visto a volo d’uccello con personaggi che si muovevano senza peso dentro e fuori la costruzione.
Ad alta voce mi scappò detto: “Ma che è, il pittore misterioso? Perché non me ne ha mai parlato?”.
Emilio e io ci conoscevamo fin da ragazzi: appena finita la guerra avevamo viaggiato insieme per tutta l’Italia; insieme ci eravamo trovati a Parigi dove passavamo da un museo all’altro, scarpinavamo per tutta la città di giorno e di notte, commentavamo le emozioni provate discutendo di ogni cosa, di pittura, di poesia, di lettere.
Avevo illustrato per Emilio alcune sue liriche dal ritmo assolutamente insolito che Einaudi era in procinto di pubblicare.
Eravamo alla scoperta di tutto e vivevamo ogni variante come una rivelazione. Si erano sorpassati appena i vent’anni; Emilio possedeva oltre che un gran talento di scrittore, una dote che invidiavo: l’ironia mista alla conoscenza.
Spesso, vedendolo navigare dentro i testi appena stampati che ci facevano scoprire gli scrittori dell’Europa e degli Stati Uniti seppelliti dalla guerra, lo assillavo con dubbi e quesiti allo scopo di trarne da lui lezione.
Dovrò ringraziarlo senza sosta per tutte le dritte che mi ha elargito in quegli anni. Per merito suo ho scoperto la poesia di Baudelaire e gli scritti di Rousseau, nonché pensieri e iperbole di filosofi e polemisti a me sconosciuti della letteratura contemporanea d’Europa.
Non avevo indovinato però, né sospettato del perché preferisse accompagnarsi a noi pittori e scultori piuttosto che ai letterati.
Lo capii soltanto l’anno appresso, quando mi accompagnò al vernissage di una mostra dove per la prima volta esponeva un buon numero di suoi dipinti. Fino ad allora aveva immancabilmente scantonato, perfino evitando che gli si andasse a far visita soprattutto nello studio che da poco aveva aperto presso casa. In quel salone mi trovai all’istante davanti a dipinti di buona dimensione, intorno al metro per settanta, qualcuno superava i due e anche tre metri di base. Con me c’erano Alik Cavaliere e Luigi Parzini, un pittore di Novara. Quest’ultimo esplose in una bestemmia: “Porco…! Ma quando e dove li ha dipinti? E perché fa l’imboscato? Guarda tu, come stende la pittura… un dilettante lo scopri subito per la maniera in cui impasta i colori sporcandoli e sbiacicandoli senza rigore. Questo figlio di buona donna fa le basi a pennellata corta poi stende velature, colora di punta e schiaccia le terre d’ombra come si fa in affresco!”.
A mia volta commentai: “E’ uno che ha imparato ad avere molto rispetto per questo mestiere: prima imparare, poi fare!”.
Ancora, apparivano sul fondale della tela pupazzi che si agitavano senza muoversi, altri fuggivano senza spavento, altri ancora stavano seduti, come in “En attendant Godot”, ad aspettare qualcuno che non sarebbe mai arrivato. A primo acchito potevano sembrare dipinti esclusivamente decorativi ma dopo pochi attimi t’accorgevi che su quelle tele galleggiava un’angoscia incontenibile: quei burattini senza peso respiravano e tenevano occhi smarriti… tutto ritmato da una danza senza alcuna festosità.
Certo che scoprire un pittore di quel valore, così, all’istante e senza preavviso, aveva tutta l’aria di una messa in scena assurda o di un prodigio. Quando poi pensavo che Emilio era riuscito a impossessarsi di tecnica, trucchi e magia seduto nelle aule dell’Accademia o girandoci intorno mentre si pitturava su tele o muri affrescando, mi dicevo: “Questo poteva succedere solo a Brera.”.
In quegli anni, a Brera, l’Accademia era veramente una scuola aperta, anzi spalancata, a chicchessia purché dimostrasse di muoversi con serietà ed entusiasmo. I maestri dell’immediato Dopoguerra erano davvero eccezionali sia di qualità che di fama: Carrà, Funi, Carpi, Manzù. Inoltre circolavano dentro e fuori i cortili dell’Accademia Marini, Martini, Sironi, Casorati… insomma tutti i più grandi artisti del tempo. Erano uomini di straordinaria generosità; spesso e volentieri parlavano e discutevano con noi ragazzi con indicibile amabilità.
Le lezioni d’arte e di vita non si dispensavano solo nelle aule, ma ancor più nei bar, nelle osterie e sulle panchine dei parchi intorno. Noi di solito si ascoltava in rispettoso silenzio, ma poi si interveniva proiettando paradossi e iperbole che divertivano i nostri maestri, quelli dell’Accademia e gli occasionali. Ogni tanto quella confidenza ci prendeva la mano e si azzardavano discorsi che creavano rigetto e sdegno, ma non è mai successo di veder qualcuno di quei docenti andarsene seccato, anzi spesso rispondevano a rilancio caricando il paradosso scostumato con altrettanta moneta, così che a nostra volta ci trovavamo con le idee ribaltate e sconnesse.
Le aule erano vissute da un numero strabordante d’allievi che si muovevano liberamente da uno studio all’altro partecipando a lezioni fuori programma. Personalmente, mi era stato permesso di frequentare corsi di scultura o scenografia ai quali non ero iscritto. Di questo privilegio aveva goduto anche Emilio, che all’Accademia era una specie di infiltrato abusivo, ma la simpatia e la stima che suscitava in ognuno, a partire proprio dai professori, gli valeva più di qualsiasi lasciapassare. Emilio possedeva un’ineguagliabile memoria per ogni cosa, e come dicevamo poc’anzi, di certo a Brera ha imparato solo osservando il dipingere e lo scolpire di maestri e allievi ma poi si teneva nascosto e fuori campo mentre si preparava a diventare un pittore di professione.
Come in tutte le comunità di studio, anche in quell’Accademia si formavano gruppi di ragazzi e ragazze con interessi analoghi ma non si proponevano mai come circoli chiusi, tant’è che come accade in certi fenomeni chimici, spesso movimenti diversi si mescolavano uno all’altro aprendosi anche a ragazzi che provenivano da altre situazioni come gli attori del Piccolo, studenti d’architettura, di lettere e giovani sceneggiatori e registi del cinema provenienti da Roma e da altre città.
Brera, negli anni Cinquanta e Sessanta, era diventata il più importante crogiolo culturale non solo d’Italia ma addirittura d’Europa tant’è che moltissimi artisti stranieri di diverse età scendevano a Milano per vivere e studiare questo straordinario fenomeno.
A Brera ci sono ritornato in più occasioni, specie negli anni della contestazione giovanile. Molti miei compagni d’Accademia erano diventati maestri di pittura, incisione, scultura e scenografia. Ho tenuto anche qualche lezione ma soprattutto mi sono esibito come attore e maestro della messa in scena nelle aule e nel quadriportico centrale.
Spesso Emilio, che nel frattempo era stato nominato Presidente dell’Accademia, mi sollecitava a tenere lezione nell’aula grande.
Negli intervalli o al termine dell’incontro mi capitava di parlare lungamente con lui e con gli altri vecchi compagni. Il tema era immancabilmente il confronto e la differenza fra gli anni del Dopoguerra e quelli che stavamo vivendo. Nell’analisi generale e attraverso le testimonianze di ognuno, scoprivamo che la felice condizione di un tempo si era completamente deteriorata. I gruppi di ragazzi, per non parlare degli artisti già formati, apparivano ora sempre più chiusi ed isolati, soprattutto ognuno coltivava egoisticamente il proprio orto delle opportunità e della carriera, si diventava maestri, o meglio professori, non per vocazione all’insegnamento ma in particolare per lo stipendio che poteva sistemarti definitivamente.
Non è per rimembrare il “ti ricordi nel tempo addietro…” come dice una vecchia canzone popolare, ma davvero è sparito il senso del legame d’intenti e della collettività.
Nel Dopoguerra ci si univa e ci si cercava anche fra opposti per crescere, oggi ci si restringe come in un brodo consommé. Si finge di stare insieme solo intasando i caffé in un’ammucchiata di vociare negli aperitivi e poi t’accorgi di non ricordare nemmeno con chi hai parlato o discusso, e nemmeno ti ricordi quello che hai detto o ascoltato. Ecco perché non si dipingono più figure, uomini e donne, che s’abbracciano e vivono insieme.
L’amore non è più qualcosa da spandere intorno come in una festa, è un sentimento del tutto privato, personale di cui si può parlare ma in terza persona… Capita ad altri.
In un mondo pieno di fari e luci ma sempre più spento.
Dario Fo

Ridiamo un po'? - seconda parte

Ecco l'uomo!

 Il mio primo incontro con l'altro sesso.

 

 Avevo 9 anni... e ho visto un sesso maschile... anzi ne ho visti sette, tutti in fila... disegnati su di un muro. Immaginaatevi  fanno i ragazzini che girano col gessetto in tasca... e appena possono... zac!, (disegna nell'aria un gran sesso) poi, zac, zac! (Disegna nell'aria sotto al sesso due cerchi)  Che è il loro emblema, la loro casata... Io guardavo 'sta specie di scafandro… le due ruote e mi chiedevo: "Ma che bicicletta è?! Dov'è il manubrio?...". Meno male che non ho detto alla mia mamma: "Mamma per Natale voglio anch'io una bicicletta come quella lì!" Povera donna, sarebbe morta! Poi, quando ho contato, sette, ho avuto come una folgorazione: "Ah ecco, i sette nani che vanno in bicicletta travestiti da palombaro!".

 La seconda volta, incontro dal vivo... è stato quando mi sono imbattuta nello sporcaccione di turno... ché  noi donne una volta nella vita, tutte!, abbiamo incontrato lo sporcaccione... (interrompendosi) Se non lo avete ancora incontrato abbiate fede, lo incontrerete!

 Dove si sistema lo sporcaccione di turno? Di fianco al vespasiano.

 Come è vestito lo sporcaccione di turno? L'impermeabile... anche d'agosto.

 Tornavamo da scuola... con le mie amiche e lui: "Ragazzine?! Guardate qui!". E zac!, si spalanca l'impermeabile. Che le mie amiche mi facevano: "Non guardare! Non guardare!". Si vede che loro sapevano già... Invece io guardavo... ve l'ho detto che ero ubbidiente! Lui si è richiuso subito… più che vedere ho intuito quel coso… ma quella visione m'ha fatto un'impressione tremenda!

 Sotto all’impermeabile era tutto vestito di nero... e… risaltava tanto!

 M'è venuto davanti agli occhi, la testa e il collo spennacchiato di un tacchino! Che io chiedevo alle mie amiche: "Ma quello lì è scemo? Perché va in giro con un tacchino nelle mutande?!... Non è neanche Natale!". Che orrore! M'ha fatto un'impressione... negativa!

 Uomini, non fatelo vedere all'improvviso alle ragazzine... che ci si traumatizza tanto! Mi sono talmente orripilata... che da quel giorno non ho più mangiato pollo!

 Ho chiuso col volatile!

  a terza volta... incontro ravvicinato! A diciotto anni decido di fare un corso di infermiera alla clinica Principessa Jolanda, a Milano. Inizio il corso... son lì da tre giorni... Nei grandi ospedali i medici non distinguono le allieve principianti da quelle del primo anno. Eravamo tante. Esco da una stanza con la padella in mano... ché all'inizio solo padelle... poi anche…  ma all'inizio solo padelle... camminavo testa alta, petto in fuori... tenevo la padella come fosse la bandiera tricolore, incrocio un medico, il professor Semenza, che  mi fa: "Signorina mi porti subito, alla camera 37, l'occorrente per un cateterismo.".  Ha scelto me come un'altra ma io mi sono sentita così orgogliosa che ho fatto persino l'inchino con la padella: "Subito, professore!".

 Vado... dico "cateterismo"...  mi consegnano su di un vassoio un pappagallo, un tubicino di gomma… un sondino... Vado alla camera 37... Il degente era un ragazzo di vent'anni, svizzero, operato non mi ricordo di che. Busso... "Avanti!" Entro... e vedo il professore che sta trafficando col sesso dello svizzero. Mi blocco un momento imbarazzata... e il professore perentorio: "Venga qua! Posi il vassoio... e tenga!". Volevo morire! Non ho osato dire: "Guardi, professore, io non me ne intendo tanto...". Ho ubbidito... ché l'ubbidienza, ve l'ho detto, è stata la rovina della mia vita! Ho preso 'sto coso con due dita... Ero tutta bloccata... guardavo l'infinito!

 Sentivo tra le dita come una specie di salsiccetta... Tremavo come una foglia… Il povero ragazzo svizzero... vedermi lì... diciotto anni... tanta... che gli tenevo il suo coso con due dita tremanti... ha avuto una reazione nervosa... un'erezione! Per me... non ha più avuto un'erezione così, in vita sua! Voi ridete, ma pensate a me, povera ragazza, che ero rimasta ai 7 nani e al collo del tacchino! Quando ho sentito la salsiccetta... come dire… prendere vita... non l'ho lasciata per ubbidienza… ma  ho lanciato un urlo terribile: "Aiutoo! È vivo!". Il professore ha capito tutto… Mi fa: "Posi pure... Vada, signorina vada!". Che non mi è parso vero. Sono uscita che mi inciampavo da sola... avevo il cuore che... tutta sudata! Son lì che sto varcando la soglia: "Signorina!" - "Madonna, ci ha ripensato!" - "Signorina, si faccia trasferire al reparto pediatria... così s'abitua per gradi!".

Poi sono cresciuta... mi sono innamorata... pazza!... Fuori di testa! E... ho fatto l'amore... (Pausa) Oh, ma che silenzio!... Lo sapete che sono alla quattrocentesima replica e tutte le sere a questa frase, scende in platea un silenzio tremendo? Ohh!  Non sono l'unica a far l'amore! Ho fatto l'amore... e sono rimasta incinta... (Pausa) Anche qui non sono l'unica! Sono rimasta incinta. Tutta colpa della mia mamma. Se mi avesse spiegato... invece di tenere le mani qui (indica l'ombelico) le avrei tenute qui (indica il pube). Sono rimasta incinta. Ma "come", sono rimasta incinta? Io e lui... lui è Dario... Tante volte non vorrei dire il nome ma poi penso: venga qua anche lui con me a fare la sua brutta figura che è il maggior responsabile! Che poi lui era laureando in architettura... Non voglio dire che l'architetto debba per forza sapere come si ingravida la femmina... però avrebbe dovuto saperne un po' più di me!, che ero quella del sedere di dietro-sedere davanti!

Bene, noi due  eravamo convinti che per restare incinta occorresse raggiungere "quel momento"... e tutti avete capito quale... nello “stesso preciso secondo”! Solo così l'ovulo si feconda. Se io no, e lui anche dieci volte... potevo stare tranquilla! Voi direte: "Poveretta! Cent'anni fa non si sapeva niente! - Si fa per dire cent'anni fa - Ma oggi, alle soglie del duemila...". Cosa credete? Che le ragazze siano tutte informate? Non è vero! Se così fosse, non ci sarebbero tante ragazze che restano gravide e corrono ad abortire!

 Degli studenti di un Liceo milanese hanno eseguito per un giornale femminile, un'inchiesta tra le studentesse. La domanda era: "Come si resta incinta? Quale metodo usate per evitare una gravidanza non desiderata?". Alcune hanno dato risposte esatte, altre risposte incredibili.

 "Si può restare incinta attraverso un bacio. Io non bacio nessuno!" Pensate voi! Alle soglie del 2000. Altre: "Per non restare incinta, dopo il rapporto sessuale, basta una bella lavanda vaginale. Con la Coca-cola e il limone è meglio!".

 Ho raccontato questo fatto, perché... ci fosse mai in platea qualche ragazza convinta che basti la lavanda vaginale... Coca-cola o no, per non restare incinta... Noo! Voi fate l'amore, fate la vostra lavanda vaginale, intanto, perfidi… sono già arrivati a destinazione, accasati tranquilli! Non solo: arriva la lavanda calda... fan la doccia e cantano (canta e balla in perfetto stile flamenco) "Trrtrrrttrrrttrtrrrr!".

 Altre ancora: "Attraverso un rapporto orale!", che i mascalzoni hanno risposto: "Non preoccupatevi... poi vi fate un bel gargarismo e via!".

 L'aborto

 Dicevo, sono rimasta incinta... Vi chiederete come mai vi parli di un fatto così intimo. Dico subito che mi è molto difficile farlo...  tutte le sere affronto questo argomento col cuore che mi batte, ma i tempi, come tutti ben sapete, sono brutti. In Italia, stanno per rimettere in discussione la legge che ha legalizzato l'aborto e credo che un esempio di vita vissuta sia più importante di mille discorsi ideologici.

 Quando ho scoperto di essere un'ignorantona incinta, sono andata via di testa. Non me l'aspettavo proprio. Ero spaventata.

 Non voglio dilungarmi qui, a raccontare le difficoltà in cui ci siamo trovati io e Dario... ma più io... perché ero io ad essere incinta. Immaturi, impreparati in tutti i sensi. Insomma, non certamente in grado di mettere al mondo un figlio.

 Se avessi avuto un bel rapporto di confidenza con mia madre  - e qui dico: mamme, attenzione! - cosa avrei fatto? Sarei andata da lei: "Mamma, ho questo problema.". E sicuramente mia madre lo avrebbe risolto nel modo migliore.

 Invece ho avuto paura!

 e' tremendo, lo so… ho avuto paura di parlare con mia madre! Perché in tante abbiamo, non più bambine, paura della mamma, del papà? E sì che lei mi amava... Ho avuto  paura.  Paura della reazione... del dolore troppo grande che le avrei dato... La vergogna, il disonore... lo scandalo... Incredibile, no? E non era, cento anni fa. Il tragico è che ancora oggi è così, per fortuna non per tutte, ma per molte.

Inutile spendere parole. Ho abortito.

 Trauma e paura di quel giorno mi sono rimasti addosso per mesi.

 A quei tempi per l'aborto si finiva in carcere. E la fatica per mettere insieme le trentamila lire... Una cifra! Ricordo tutto come fosse oggi.

 È sera: ambulatorio squallido, al quinto piano di un caseggiato in periferia... senza ascensore... Un'infermiera e il medico. Le 30 mila lire le hanno volute prima.

 "Si spogli... si stenda... metta una gamba qui e l'altra qui... non gridi e non pianga se no la mando via!"

 "Non gridi." Perché "non gridi" pensavo col cuore che mi usciva. Poi ho capito: eravamo d'accordo che me lo avrebbe fatto con l'anestesia totale, era compresa nel prezzo... invece niente. Non ho osato aprire bocca. Troppo spesso noi donne non osiamo.

 Mentre mi operava, pensavo a mia madre. Mi sentivo così colpevole d'essere certa che non avrei più osato guardarla negli occhi. Quanto è durato? Un'eternità. Il dolore che provavo sentivo di meritarmelo tutto. Anche questo "accettare" senza fiatare faceva parte della mia ignoranza... il peccato mortale da espiare. "Ho finito. Può andare. Buonanotte." Scendendo i cinque piani ero certa che sarei caduta a terra e che sarei morta lì, sulle scale.

 Non sapevo cosa mi avesse fatto più male, se l'intervento o  l'umiliazione per come ero stata trattata... come fossi una prostituta.

 Questo è il ricordo più brutto della mia vita.

 È chiaro che in una situazione simile è difficile vivere la sessualità con gioia.

 Gli uomini, e lo dico senza arroganza, devono smetterla di discutere, dissertare, sentenziare sugli aborti.

 L'aborto è un'esperienza tragica, dolorosa per chiunque.

  Uomini, amate le vostre donne. Non ingravidatele per distrazione, inesperienza, ubriachezza ecc... E soprattutto non pensate, come tante volte si sente dire, che per noi donne abortire sia come farsi una "messimpiega..." Nossignori! È un momento terribile. Se invece di litigare sul vietarlo o meno, ci si preoccupasse di una vera, profonda educazione sessuale, prevenzione, contraccettivi, forse l'aborto cesserebbe di esistere... e non ci sarebbero più i neonati abbandonati o sbattuti nei cassonetti dell’immondizia a morire.

 Noi donne tutte, siamo contro l'aborto. Vogliamo avere i nostri bambini quando è il giusto momento. L'aborto è un'esperienza tragica, dolorosa... per tutte.

 Il Papa non lo sa, ma noi donne sì.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio figlio e le sue insicurezze

 Come abbiamo potuto constatare, anche i maschi soffrono.

 Io me ne sono resa conto con mio figlio... vedendolo crescere ho potuto osservare tutte le fasi del disastro.

Jacopo da ragazzino si innamorava perdutamente ogni quarto d'ora... quasi mai corrisposto.

Era convinto che per conquistare una ragazza occorresse esibire disperazione, solitudine: "Sono disperato! Sono solo al mondo! Nessuno mi ama!". E non poteva dire "Mia mamma è morta!" perché sono conosciuta, altrimenti l'avrebbe fatto. E le ragazze davanti a tanta malinconia scappavano morte di noia.

 Poi un giorno viene a casa e mi fa: "Mamma, mi sposerei!" "Parliamone..." dico calma. Aveva quindici anni… e si era innamorato perdutamente di una vedova di trentaquattro... che non lo voleva!

Il povero ragazzino... un esaurimento nervoso!

 Ha iniziato a perdere i capelli, "alopecia" si chiama, è un disturbo psicosomatico... causato da frustrazioni, insicurezza e angoscia. Se vedete in giro ragazzi con i buchi in testa, vi prego siate gentili…  anche se non li conoscete "Ciao! Come sei carino! Vuoi un caffè!" perché stanno attraversando un periodo molto brutto. Succede anche alle ragazze ma con i capelli lunghi, i buchi non si notano.

 Jacopo: i buchi in testa, l'acne giovanile moltiplicata per centoquarantasette... lungo come la fame. Magrooo! Una tragedia! Non lo voleva nessuno. Guardate, vi dico la verità... era mio figlio... lo amavo, ma era proprio bruttino… Non mi vergogno a dirlo: purché avesse una ragazza ero anche disposta a pagare!

 Ad un certo punto mi fa: "Mamma, vorrei prepararmi al grande incontro, secondo te, posso leggere "La rivoluzione sessuale" di William Reich?" - "Sì!" Se dici "no" è peggio, l'avrebbe letto di nascosto.

 Ho sempre cercato di parlare con i miei figli... Ho cercato di non commettere gli errori di mia madre... anche se gli argomenti erano difficili, scabrosi mi sforzavo di farlo... (con voce acuta e strozzata nello stesso tempo) "Leggilo! - mi è uscita proprio una voce naturale! - Leggilo... è un libro molto serio... comunque se non capisci qualche cosa… lo chiedi alla mamma... (sta quasi per soffocare) che la mamma ti spiega!"

 Che non si sa perché noi mamme, quando siamo a disagio, tiriamo fuori dei toni da fuori di testa!

 Un giorno, stavo preparando il minestrone... che io ho un bellissimo rapporto con le verdure... Ho il robottino elettrico ma quando mi girano, vado di coltello: tac-tac!... (mima di tagliare velocemente sedano, carote e patate) Preparo minestroni anche per tre mesi… metto tutto in friser! Arriva l'innocente col libro in mano e candido mi fa: "Mamma, come fanno le donne a masturbarsi?". Mi son tagliata un dito!

 Che noi, Dario e io, come fanno tutti, abbiamo spiegato ai nostri figli, con delicatezza l'atto sessuale... come nascono i bambini... incominciando dalle farfalle... ma di parlare di masturbazione non ci era mai passato per la testa.

"Darioooo! Vieni qua... tuo figlio ti deve parlare!" Arriva Dario... l'uomo politicamente impegnato, progressista... e sapete cosa ha risposto al figlio? "Non sono domande che si fanno ai genitori!"

 L'avrei sgozzato! Poi ha peggiorato la situazione: "Chiedilo alla tua fidanzata!" che tutto il quartiere sapeva che lui di fidanzate non ne trovava!,

 nonostante tutti gli sforzi che facevo per farlo diventare un tipo alla Schwarzenegger. Che noi mamme, quando siamo giovani, passiamo dei pomeriggi da incubo: li portiamo a nuoto, li portiamo a tennis, li portiamo a ballo, parlo delle bambine… a piano... che 'sti pelandroni non han voglia di fare niente! Chissà quante mamme mi capiscono!

 Un giorno gli ho parlato seriamente preoccupata: "Jacopo tu sei troppo timido, devi prepararti alla vita. Il mondo è cattivo... va bene la dialettica ma..." aveva sei anni... Insomma l'ho iscritto a judò! 'Sto povero bambino  proprio non ne aveva voglia... "Forza Jacopo che se ti viene vicino uno con cattive intenzioni... tac!, lo fai volare..."

 Dopo dieci giorni ho dovuto tenerlo a casa. Andavo a prenderlo: "Dov'è mio figlio?". Era là che volava!

 Me l'hanno picchiato tutti... anche le bambine!

 Nuoto: non si applicava.

 Sci: s'è rotto due gambe il primo giorno... Che nessuno si rompe due gambe insieme! Meno male che non ne aveva tre!

 "Cresci rachitico, senza muscoli... non mi interessa! Peggio per te!" gli ho gridato ad un certo punto piena di rabbia!

 Comunque tutto il male non viene per nuocere, come si dice. Alla chiamata di leva... quando è arrivata la cartolina rosa... che non so perché la facciano rosa... nera dovrebbe essere, listata a lutto!,... mancava un mese alla visita e gli ho chiesto "Quanto pesi?... Bene, per un mese tu non mangi!" - "Ma mamma, sono già sottopeso per mio conto... non sto in piedi!" - "Non mi interessa! Se non stai in piedi, siediti! Qui non si mangia!"

 L'ho accompagnato io, al distretto militare di Como, sorreggendolo per le spalle... se lo lasciavo andare cadeva per terra... L'ho passato nelle mani dei medici... e me ne sono uscita dalla caserma che piangevo come una fontana.

 Dio mio, avesse fatto il militare sarebbe sicuramente morto.

 La diagnosi è stata fantastica: 1,87... 49 chili. Denutrizione organica.

 Riformato. Evviva! Abbiamo fatto una festa... un gran pranzo... che lui mangiava e vomitava tutto. Non era più abituato, poverino.

 Avrete capito che Jacopo, durante l'adolescenza era sessualmente infelice. Poi un giorno viene da me - al padre non ha chiesto più niente! - e mi fa: "Mamma soffro di eiaculazione precoce!" Senza guardarlo in faccia, imbarazzata: "Non è il mio campo!" Che, lo sapete, quasi tutti i ragazzi hanno questo problema. Anche alcuni adulti, io lo so per certo!

 Non sapevo come consigliarlo... poi... amor di mamma, nelle mie notti insonni, ho elaborato un sistema che mi sembrava potesse funzionare: la matematica.

 "La matematica, mamma?"

 "Sì, la matematica. È la tua salvezza! Tutto il segreto sta nel controllare le emozioni… rilassarsi, distrarsi... Tu inizi a far l'amore e subito ti allontani col cervello... fai dei conti complicati: 7 per 9 diviso 5 moltiplicato 22... Vedrai che ce la farai!” “Va bene mamma, provo."

 Il giorno del grande incontro tutta la famiglia: "Coraggio Jacopo! Forza! Torna vincitore!". Va. Torna. "Com'è andata?" - "7 per 9...  Ho finito, mamma!". (Solitamente a questo punto viene un applauso)  Questo applauso è di tutti gli eiaculatori precoci!

 Poi, da sè solo... lui è un creativo… ha elaborato e sperimentato un altro sistema: "Mamma ho trovato un sistema straordinario: quando sento che mi sto eccitando troppo, contraggo con tutte le mie forze i muscoli del basso ventre... e resisto! Mamma, resisto!".

 Gli è venuta una cistite!!

 Che poi ho scoperto che questo fatto della eiaculazione precoce in realtà non è una malattia: è naturale! Gli scimpanzé e i babbuini, che sono gli animali più vicini a noi, copulano in sette secondi. Giuro! Non lo dico per difendere mio figlio. Sono rapidissimi. È una legge di natura. Certamente! Perché ai tempi della giungla, c'erano le belve feroci, quelli che stavano troppo in quella posizione lì, a carponi... come i  montoni con le pecore... arrivavano le tigri e se li mangiavano!

 Gli eiaculatori precoci, venivano mangiati lo stesso ma almeno avevano già goduto e messo incinta l'amata. Quindi è naturale essere rapidissimi anche per noi che siamo in fondo delle scimmie. Di generazione in generazione i tempi si sono accorciati sempre di più. Proprio così. C'è chi lo fa  in 2 secondi emezzo. Ma dovrebbero dirlo a scuola che è una cosa normale... poi magari con gli anni e con la pratica si migliorano i tempi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E dovrebbero anche dire ai ragazzi: "Attenti, che quando avete risolto i problemi fondamentali rispetto ai tempi del coito... a volte vi può succedere l'impotenza".  La qualcosa è un dramma pazzesco, perché poi la volta dopo cominciate a pensare: "Ce la farò, non ce la farò... su eccitati! Fatti turgido! Ergiti!" Ergiti, ergo sum! No, lì, non è questione di volontà o di ordini perentori. Lui, è un anarchico indipendente, fa le bizze e i capricci come un Maradona: "Adesso mi rizzo... domani chissà!".

 Oltretutto era il periodo del femminismo... le ragazze esageravano e se uno si azzardava ad avere l'eiaculazione precoce s'incavolavano moltissimo e gli urlavano nelle orecchie: "Sei uno sporco maschio sciovinista!"... e glielo schiaffeggiavano. Che mio figlio aveva il prepuzio sempre rosso! I ragazzi in manifestazione (coprendosi con le mani il basso ventre, mima una marcia cantando:) "Avanti oh popolo..."

 

Poi finalmente ha trovato una ragazza della sua età, più matura di lui, gentile... che sapeva quasi tutto sul sesso e con delicatezza gli ha fatto capire che il rapporto sessuale non è come "Giochi senza frontiere"... che se arrivi primo... non hai un premio, anzi ti dicono "Scemo!"... e me lo ha salvato.

 A Jacopo, una volta superato questo problema, guadagnati i tempi giusti, i capelli sono cresciuti, l'acne è sparita... era proprio un bel ragazzino. Solo che in casa si dava delle arie tremende! Non si poteva parlare di sesso... Sapeva tutto lui... insomma, ce l'aveva soltanto lui!

 Un giorno, aveva un sedici anni... noi, io e Dario, dovevamo partire in tournée... con questo mestiere bizzarro... i figli ci hanno spesso seguiti, ma crescendo era sempre più difficile per via della scuola. Dovevamo partire e lui sarebbe rimasto con la nonna del sedere-davanti-sedere-didietro e le cuginette. In quel periodo, lui stava con una ragazzina dichiaratamente vergine... avevo capito che qualche traffichino lo facevano, ero un po' preoccupata: "Jacopo!! Vieni in bagno che ti devo parlare!"... che io i problemi importanti della famiglia li risolvo sempre lì! Io seduta sul water, Jacopo sul bidé. "Sta attento Jacopo, non fare sciocchezze... questa ragazzina sicuramente è vergine!" E lui: "Ma mamma... so benissimo quello che devo fare!" - "Come sarebbe a dire? Che cosa fai?!” “Faccio soltanto... - un po' d'imbarazzo, perché c'è confidenza, ma rispetto, ché io sono la mamma - faccio soltanto... il chiavino." Che io ho proprio fatto... (mima di mettersi a posto i capelli nervosamente)  "Cos'è?" - "L'ho imparato dai miei amici adulti... all'università... Ne metto dentro solo un pezzettino...” “Sei scemo! Come un pezzettino? Lo misuri prima? Ci metti un cordino col campanello?” “Ma lo sai o no che l'imene è all'inizio del sesso femminile?" -"Ma no mamma! L'imene è un po' più su.” “Ma cosa dici?! L'imene è all'inizio del sesso!"  -"Ma no, mamma... è almeno due centimetri più su!” “Basta! Vuoi saperne più di me?"

 

 

Sapete cosa mi ha risposto? "Non ti ricordi più..." che mi sono anche arrabbiata. Prende un libro di anatomia, mi fa vedere il disegno di un sesso femminile in sezione... Io non riconoscevo nulla che mi appartenesse... "Io, quelle cose qua non le ho... - Riconoscevo solo... che so...  un orecchio - Guarda che io orecchie lì non ne ho!"

 Preoccupata telefono al dottore, mi risponde la moglie, lui non c'era... una signora prude... un po' come la mia mamma... mai una parolaccia... Di botto, agitata com'ero, le chiedo: "Dov'è l'imene?". Un silenzio! Poi, dopo una pausa...  con una voce di testa tremolante, molto imbarazzata, mi fa: "Inteso come fiume?"

 "Scusa, scusa... telefono più tardi.". Sono corsa alla mia sezione del PCI... “Il mio partito mi dirà bene dov’è l’imene!” Sì, ridete pure… avevo una gran fiducia nel mio partito! A parte che se il PCI, a suo tempo, avesse parlato un po' più di imene e un po' meno di svolte... non saremmo arrivati dove siamo arrivati adesso! Entro, c'era la compagna Giovanna che stava facendo i conti… sempre in “rosso”: "Giovanna dov'è l'imene!". Senza pensarci un attimo mi risponde: "È andato di là.". Aveva capito Imerio... un compagno dissidente.

 Va bene. Telefono al medico... voglio partire tranquilla!" Telefono, lui non c'è... mi risponde la moglie... una signora come mia madre... Senza riflettere, agitata com'ero: "Ciao Iole... dov'è l'imene?". Un silenzio dall'altra parte... "L'ho uccisa!" mi sono detta. Poi, con una voce tremolante mi fa: "Inteso come fiume?" - "Scusa, scusa... telefonerò più tardi.". Poi, la sera, quando ho parlato col mio medico: "Alla tua età vuoi ancora sapere dov'è l'imene?... Comunque ha ragione tuo figlio, l'imene è un po' più su.".

 Lo dico... perché ci fosse presente qualche ragazzo che volesse mettere in atto questo... chiavino... State attenti! Fermarvi in tempo! Ricordatevi che il vostro sesso... non ha le spalle... Metteteci un bullone!

 Capii che la vita sessuale di Jacopo migliorava sempre più... un pomeriggio... stavo preparando il mio bel minestrone per tre mesi, che mi giravano... arriva Jacopo festante: "Mamma, mamma, ho trovato la clitoride!".

 Sapete che io non ho capito? Non ho capito! È un termine che non fa parte del linguaggio quotidiano... della mia cultura.  Quanta gente nasce e muore senza aver mai pronunciato il termine "clitoride"? Non è che sei lì, al pranzo di Natale: "Signora, come va la clitoride della bambina?".

 Non ho capito, tant’è che gli ho detto: "Ah sì? Quando l'avevi persa?". Lui si è tanto inquietato. "Ma come mamma, mi dici di aver fiducia in te, di confidarmi e adesso mi sfotti?!" - "Ma no! Scusami caro... non ho capito!" Quando però ho realizzato che per lui era un avvenimento importante... perché siate sincere, donne... per gli uomini è proprio difficile trovarla 'sta clitoride!, quando ho capito... gli ho battuto le mani: "Bravo-bravo-bravo!" Ho fatto una festicciola in famiglia...  La nonna che chiedeva: "Cosa festeggiamo?"

 A conferma di quanto vi dico, arrivo a Roma e mi trovo davanti all'ingresso degli attori un ragazzo, figlio di amici - noi tornando sempre nelle stesse città... vedi due che si sposano, ti portano i confetti, poi ti portano a conoscere  il primo figlio che nasce... ritornano tutti gli anni... si diventa amici.

 Questo ragazzo, 18 anni, mi fa: "Questo è il cellulare del mio papà. Ti faccio il numero di telefono della mia ragazza: adesso tu la chiami... le dici chi sei, quando ha capito che sei proprio tu, le dici: Sai cosa sei tu? Una bella stronzettina! e attacchi!" - "Sei fuori di testa... non posso... non la conosco neanche... Ma cosa ti fa?" - "Come cosa mi fa? Non collabora! Io non riesco a trovare... sì, insomma... quella parte del vostro sesso... siamo lì a letto, nudi che facciamo l'amore... io che mi do un gran daffare... e lei come un serpente, con la bocca tutta tirata mi sibila: "Non la trovi, eh?!" Io non mi scoraggio, vado avanti e lei fredda, fa andare gli occhi di qua e di là e fa: "(Pausa) No!... (Pausa) No!... (Pausa) Acqua, acqua..."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ragazze, non dovete! Bisogna che voi aiutiate i vostri innamorati!

 Gli ho consigliato di leggere dei libri che spiegano tutta la sessualità e dov'è la clitoride. "Ne ho proprio uno con me!" mi dice e me l'ha mostrato. Ho ricopiato una descrizione su come rintracciare questo clitoride... molto dotta e anche un po' impressionante, ve la leggo:  "Ponetevi idealmente in mezzo ai seni - la prende un po' da lontano - quindi tracciare una linea retta verso l'ombelico - che te li vedi lì col righello: "Non ridere che mi fai andare storto!" - di qui continuare in direzione del pube - ci stiamo avvicinando - oltrepassare la selva oscura - che fa paura! - quindi giunti al culmine del monte di Venere iniziare la discesa sul versante opposto... - che mi viene in mente Tomba che fa lo slalom (esegue) - all'interno dell'avvallamento, seguire il lieve rilievo collinare al centro del Canyon: ecco, il clitoride è lì".

 Oh, non ce n'è uno che la trovi! 

 Mi avete sentito dire: il clitoride, la clitoride. Sbaglio quando dico "la" clitoride ma ci sono state alcune femministe un po' di anni fa, che han detto,  basta, di chiamare "il clitoride", al maschile, come è grammaticalmente corretto. "È roba nostra...". Qualche estremista fanatica ha proposto di cambiare genere anche ad altre parti del corpo tipo: la nasa, la occhia, la puba, la cula... ma poi è arrivato il riflusso e s'è lasciato perdere.

 

 

 

 

 

"una giornata qualunque" di Dario Fo e Franca Rame

 

l'atto unico: "una giornata qualunque" è andato in scena nel 1986 (vedi sito) e ripreso nel 2001.

 In questa seconda versione ci sono cambiamenti importanti. nella prima versione, giulia, dopo l' abbandono del marito, decide di suicidarsi. nella ripresa del 2001 è lei che abbandona il marito perché s'innamora di una donna, con conseguente scandalo. delusa anche da questo rapporto, decide di chiudere con la vita. perché questo cambiamento? perché "uscire dalle regole"?

Mi sono adeguata ai tempi pensando di fare cosa giusta in appoggio al movimento omosessuale. SORPRESA! Il pubblico non era pronto ad ascoltare una storia di questo tipo. L'ho tenuto in scena per oltre un mese... poi, vista la freddezza con cui veniva accolto, ho fatto, con dispiacere, un passo indietro: sono tornata alla prima stesura.

Atto unico Copione di scena Milano 8 ottobre 2001 Aggiornamento: 9 gennaio 2002 Copyright Franca Rame Dario Fo.

Tutti i diritti riservati Milano 1 settembre 2001

 

Personaggi (in ordine di entrata in scena)

Giulia - Prima Rapinatrice - Secondo Rapinatore

Voci Registrate: Prima Donna - Seconda Donna - Terza Donna

Personaggi Filmati: Un Poliziotto La casa di Giulia, un grande monolocale: salotto-studio-cucina.

Arredamento: la disposizione dei vari elementi, s’intende vista dalla platea. A sinistra, angolo salotto con due divani sistemati su di un grande tappeto, carrello-bar con liquori, tavolini, bicchieri, portasigarette da tavola, portacenere, pesante accendino in metallo. Su di un tavolo basso di fronte ai divani troviamo numerose riviste, un computer portatile e borsetta.

Su un altro tavolino un grande stereo. Accanto alla parete di sinistra che divide l’appartamento di Giulia da quello dei vicini, è situata una cassa acustica. A destra, angolo cottura composto da un mobile da cucina con sopra pentole e varie stoviglie, ripiegata una tovaglia raffinata.

 Inseriti nel mobile: lavello, fornello gas. Accanto al lavello alcuni piatti da asciugare. Frigorifero. Nel frigorifero, tra l’altro, un pollo e verdure. Situato sopra al frigorifero, grande lampeggiatore a luce gialla e azzurra, tipo auto della polizia e un’agenda. Davanti al mobile un grande tavolo. A destra del tavolo, un attaccapanni con appesi abiti di vario genere. In centro proscenio è sistemata l’apparecchiatura elettronica: telefono cord-less, segreteria telefonica, televisore-monitor, videoregistratore e videoproiettore che riprodurrà l’immagine ingrandita di Giulia, su un grande schermo situato sul fondo scena. Ai lati del proscenio due piantane con riflettori e uno spot con ombrello bianco o argento da fotografo, un cavalletto su ruote, sul quale troneggia una telecamera davanti alla quale si sistemerà Giulia.

 Per il pubblico la ripresa proiettata viene eseguita dalla telecamera disposta sul cavalletto, in realtà è effettuata da un tecnico che sta seduto (in prima fila) in platea Nella scena, fiocamente illuminata, si intravede la silhouette di una donna lentamente si porta in proscenio.

Batte le mani: un solo battito. Allo schiocco, si accendono tutte le luci: ecco Giulia. Indossa un abito molto semplice; al collo, una collana con vari giri di perle o altro.

GIULIA Troppa luce... (Altro battito di mani: tutto si spegne, meno i due riflettori in proscenio) Queste vanno bene. (Avvicinandosi alla telecamera) Fammi inserire il seguipersona automatico... (Preme un tasto e si dirige verso centro palcoscenico, incitando il cavalletto a seguirla) Qua... qua... (Il cavalletto, manovrato dalla quinta la segue) qua... che ubbidiente! Bravo! Ormai mi segue solo il treppiedi!… Fammi vedere che faccia ho…(Si sistema davanti alla telecamera: con il telecomando accende il videoregistratore e controlla la sua immagine nel monitor (che sta a terra centro-palcoscenico) l’ immagine che viene proiettata anche sul grande schermo alle sue spalle) No... troppo lontano... (Al cavalletto) Più vicino... più vicino... (Il cavalletto si dirige verso di lei) Stop!... Mamma mia, che occhiaie! Più luce... (Batte le mani e si accende lo spot abbinato all’ombrello) No, sporca... via... (Ribatte le mani e il faro-ombrello si spegne. Contemporaneamente, squilla il telefono. Giulia alza la voce, rivolta al telefono) Non rispondo, c’è la segreteria telefonica inserita... arrangiati con quella... (Si avvicina all’attaccapanni dove stanno appesi gli abiti, se li prova addosso, controllando l’effetto nel monitor) Vediamo un po’ cosa mi posso mettere... No, questo no... è bello, ma l’ultima volta che l’ho messo, dovevo essere ancora vergine… (Altro abito con strass e paillettes) Questo... anni ’50... bello!... No, no... brilla troppo... non è adatto alla situazione… un momento così tragico della mia vita. (Prende una gonna molto vistosa) Questa bella sottanina... semplice!... per andare a fare la spesa al mercato e passare inosservata... (altro abito) Questo è stupendo… mi stava anche bene… però arabo… di ‘sti tempi è meglio di no. (Indicando l’abito che ha addosso) Tengo questo camicione... mi nasconde tutta. (Sospira nervosa) Sono nervosissima... Sono abituata a stare dietro, alla telecamera, non davanti... Come sono nervosa! Vediamo… come posso iniziare… (Col telecomando dà il via al videoregistratore) Partito! (Corre a piazzarsi davanti alla telecamera. È molto tesa. Un attimo di perplessità e di impaccio, poi si blocca) Porca puttana! Con tutto quello che ho da dire... non mi esce neanche ciao! (Blocca il videoregistratore. Breve pausa, poi riprende) Azione! (Aziona il videoregistratore) Ciao… sono io… Giulia… tua moglie… Sicuramente sarai sorpreso di vedermi… voglio inviarti questo video… perché voglio comunicarti che… che… ho preso una decisione… sono molto determinata… sono staccata completamente dalla vita e ho deciso di ammazzarmi e tu… sarai vedovo… (blocca il videoregistratore). Ma va a morì ammazzata! Ma sono fuori di testa?! Ma come si fa ad aggredire una persona così: mi ammazzo, sarai vedovo… Su Giulia… un po’ di sensibilità! Sono nervosa! Sono nervosa! Fammi mettere un pò di sottofondo musicale… (Mette in funzione il registratore che trasmette un lento appassionato) Dio, come sono nervosa… sono nervosa come una suora incinta! (Fa ripartire il videoregistratore, va a mettersi in posa. Silenzio per qualche attimo, poi cercando le parole e rinfrancandosi via via) Ciao, sorpreso? Sì, sono io, Giulia... tua moglie… Mettiti seduto comodo e ascoltami, ti devo parlare… Volevo scriverti una lettera ma preferisco inviarti questa videocassetta perché voglio che tu mi veda bene in faccia mentre ti parlo… anzi, ti dirò che l’idea che dopo... cioè per te adesso… mi starai a guardare mi riempie di forza, di coraggio e devo dire che ne ho veramente bisogno… (Il refrain lento chiude: scatta un brano rock) M’è scattato un rock! (Corre a bloccare il registratore e torna davanti alla telecamera) Grazie a questa registrazione... (Squilla il telefono) Oddio... il telefono. Ho la segreteria inserita... ecco... registra... (Con tono normale) Scommetto che non ti ricordi che giorno è oggi… figuriamoci… come potresti ricordartelo... oggi è l’anniversario del nostro matrimonio. Da quanto tempo non ci non sentiamo… non ci vediamo? Anni. In questi ultimi mesi ho cercato di fare i conti con la mia vita… mi sono spaccata la testa per cercare di capire cosa ci è successo… cosa mi è successo. Com’eravamo felici noi due appena messi insieme… appena sposati… e anche dopo... Quanta allegria si spampanava intorno a noi… baci da toglierci il fiato… per strada, in metropolitana, sul tram, giù dal tram.... e baci… come ci si volesse mangiare. L’amore l’abbiamo fatto dappertutto… divani, tappeti… per terra, in macchina, treno, aereo… qualche volta anche a letto. Un giorno per poco non ci arrestano: ti ricordi… al parco, sulla panchina… Non ci eravamo manco accorti del vecchietto che sul bordo era quasi svenuto e gridava: “Carabinieri-carabinieri!” Per poco non ci arrestano! Come… eravamo… felici!… (S’interrompe) Scusa, se non sento chi mi ha telefonato non riesco a concentrarmi... non andare via... torno subito. (Va all’apparecchio della segreteria telefonica: preme un tasto e ascolta).

VOCE FEMMINILE Pronto, scusi se la disturbo a quest’ora dottoressa... sono Gianna Alfini, si ricorda di me?

GIULIA Mai sentita.

VOCE FEMMINILE Sono quella con l’ustione sulla natica per via del mattone. Ho bisogno di parlarle... no, non per la natica. Oh, dottoressa... sono così giù... spero di ritrovarla fra qualche ora... Sono disperata!... Le ritelefono.

GIULIA Speriamo di no. Questa ha sbagliato numero, mi ha scambiata per la sua analista... Ha la natica ustionata!! Che storia! (Torna davanti alla telecamera) Scusami, era una signora che ha sbagliato numero... m’ha confusa con la sua psichiatra... chiedeva aiuto a me... a una matta! Sì... non è un modo di dire... io sono impazzita: lucida... ma da ricovero. Non ci credi? Te lo dimostrerò. Dove eravamo rimasti? Ah sì… che eravamo felici… poi… non so come, non so perché… un po’ meno felici… poi menissimo felici. Poi, più niente… stop felicità: infelicissimi. L’infelicità, la disperazione, l’insicurezza che avevo addosso mi faceva stare male… e per consolarmi ha cominciato… (un filo d’imbarazzo) a tradirti… sì, ora te lo posso dire: ti ho tradito… ti ho tradito tantissimo… con tutti i tuoi amici tuoi… i più cari… e perfino con qualche giovane parente tuo… molto prossimo.. così resta tutto in famiglia. Come ti ho tradito!! Anche tu mi hai tradito… non c’è da piangerci sopra… è la regola… è la vita. Eravamo partiti come una coppia extra: “Per sempre, per l’eternità… non ci tradiremo mai!… invece ci siamo ridotti… siamo diventati una coppia banale… standard… come tante. (Squilla il telefono) Maledizione, il telefono... Scusami… sono così nervosa che non ho reinserito la segreteria, se non rispondo vanno avanti fino a domani. (Va al telefono, preme il tasto di viva-voce) Pronto? VOCE FEMMINILE Buonasera dottoressa, finalmente la trovo... GIULIA (fra sé) Oddio ci risiamo... (Al telefono) Aspetti che blocco la telecamera... (Esegue. Con un battito di mani riassesta la luce).

VOCE FEMMINILE Diceva, scusi? GIULIA Dicevo che lei ha sbagliata di numero.

VOCE FEMMINILE Perché, che numero ho fatto? Aspetti... questo non è il 58 00 74?

GIULIA Sì, il numero è giusto, ma io non sono la persona che lei cerca... Scusi, dove ha trovato questo numero?

VOCE FEMMINILE Nella rivista... lì… come si chiama, aspetti, ce l’ho qui “Salute” si chiama, a pagina 38 c’è tutto un articolo su di lei.

GIULIA Lei chi?

 VOCE FEMMINILE Lei, lei... dice: “Famosa analista s’è lungamente specializzata in Giappone”. GIULIA Mai stata in Giappone.

VOCE FEMMINILE Ah no? Be’, si sa, i giornali esagerano sempre. Ma l’importante è che il metodo sia quello giusto e che funzioni, le pare?

GIULIA Che metodo?

VOCE FEMMINILE Il suo, quello che c’è descritto qui: tecnica psico-respiratoria con emissione di vocalizzi appropriati... GIULIA E cosa succede?... (Si dirige verso alcune riviste poste su di un tavolino).

VOCE FEMMINILE ... si giunge al diapason. Diapason impiegato dai santoni dell’Indonesia che così riescono a lievitare. GIULIA Signora... perché lei vuole lievitare e non levitare... cos’è, una torta?

VOCE FEMMINILE No, io non voglio lievitare affatto. A me basta scaricarmi dalla nevrosi che ci ho addosso, come dice nell’articolo...

GIULIA (cercando tra le riviste) Si chiama “Salute” ’sta rivista? Ci sono abbonata. Eccola qui... pagina 38 ha detto? (Allibita) E già, è proprio il mio numero! Ma è uno scherzo... è un errore...

VOCE FEMMINILE Certo, un numero privato, sono stati scorretti, non lo si va a spifferare... Ma per me è stata una fortuna, che così posso chiederle un consiglio: cosa ne pensa lei, dottoressa, dal momento che forse sono incinta... aspetto il responso della rana, in quanto di quello della coniglia non mi fido... GIULIA Senta, io non so niente, né di rane né di coniglie!

VOCE FEMMINILE Eh, ci credo, mica è ostetrica lei, è analista!

GIULIA Senta, signora, la prego... a parte che lei mi viene a beccare in un momento a dir poco delicato, mi ascolti: la rana può dirle quello che le pare, e anche la coniglia... ma io non le posso dare nessun coniglio (si corregge) consiglio, perché non sono neanche medico!

VOCE FEMMINILE Ah, è un’abusiva? Non importa, guardi, io mi sono fatta rifare tutti i denti da un meccanico dentista abusivo bravissimo, e ho speso la metà!

GIULIA Ma non sono manco dentista... io mi occupo di pubblicità.

VOCE FEMMINILE Pubblicità medica? GIULIA No, pubblicità di viaggi, moda, vacanze... filmati. V

OCE FEMMINILE E che ci fa in casa di una dottoressa analista? È una parente?

GIULIA Macché parente, questa è casa mia!

VOCE FEMMINILE Ah, è lei che ospita l’analista... ho capito! Allora me la passi.

GIULIA (esasperata) Gliela passerei, ma non posso. VOCE FEMMINILE Oh bella, e perché?

GIULIA La signora non c’è! È uscita. È andata per rane!

VOCE FEMMINILE Per rane? GIULIA Sì, per rane giapponesi… che riconosce dalla macchina fotografica che portano a tracolla... come ne trova una, la mette a “lievitare” al forno come un santone indiano... poi una volta gonfie le dà da mangiare alle signore ipertese come lei, che si rilassano... restando incinte!

VOCE FEMMINILE Incinte?

GIULIA Sì, di un meccanico dentista abusivo... giapponese! Chiaro?

VOCE FEMMINILE (terrorizzata) No! Ma ho il dubbio d’aver proprio sbagliato numero, mi scusi. (Interrompe la comunicazione).

GIULIA (fa altrettanto) Ma è implacabile! Sono qua in punto di morte a parlare di rane e di coniglie! Hanno messo il mio numero di telefono qua... su una rivista! Chissà le donne che mi telefoneranno... Meno male che muoio! (Legge) “Stendersi supine sopra un tavolo tenendo un mattone caldo sotto i glutei...” Ah, ecco perché quella si è ustionata! Se l’è messo rovente! “Dilatare le ginocchia tenendo i talloni uniti... lasciar penzolare la testa oltre il bordo del tavolo, respirare profondamente ed emettere suoni a vocalizzo, a-u-o-i-e-u-o, sulle note di sol-re fino a raggiungere la scala di fa ridiscendendo al do”. Ci vuole Abbado! E questa qui, è là... col suo mattone rovente sotto al sedere: “a-i-u-o-a-e!” Come siamo coglione noi donne! Beviamo tutto, beviamo... (Getta la rivista a terra. Accende il videoregistratore, torna davanti alla telecamera, batte le mani: le luci tornano nella posizione che già conosciamo) Eccomi… Sì, ci siamo traditi. Ti do atto: tu hai fatto l’impossibile per salvare questo nostro matrimonio… tu mi amavi veramente. Io non più. Ma veniamo al punto… e al perché ti sto inviando questa video-cassetta. Pantelleria. Stavo sull’isola da un mese per un documentario di moda… Eravamo in molti… gente simpatica… ma la responsabile, la manager: odiosa a tutti, anche a me… neanche bella… ma poi conoscendola… ho scoperto una persona splendida… intelligentissima… colta, spiritosa, piena d’ironia… si stava fino a tardi la notte a parlare delle nostre storie, dei nostri problemi. Poi tu sei arrivato all’improvviso… un tempo terribile… una bufera. Volavi su un aereo che pareva un giocattolo… il pilota ha tentato un paio di atterraggi andati a vuoto. Quando ho saputo che fra i passeggeri c’eri anche tu… il cuore mi si è gonfiato di speranza: “Speriamo, speriamo, speriamo che quel trabiccolo… si schianti!” Ti volevo morto, ero completamente travolta da paranoia omicida! Da infame davo la colpa a te di tutto quello che mi sentivo addosso… Ero convinta che tutto il malessere, l’isteria, l’infelicità che stavo vivendo fosse provocata dal fatto che tu esistessi. Pazzia? Ma quando il Flip-caster é riuscito a prende terra, seppur ribaltandosi, ho mandato un urlo di spavento e travolta da un’improvvisa ondata d’amore, gridando il tuo nome sono corsa ad abbracciarti mentre ti tiravano fuori per i piedi… ti ho baciato inondandoti di lacrime… ti amo, ti amo… gridavo… ti stringevo… ti stringevo forte… mi sembrava d’amarti immensamente. Però, la notte… a letto… non sapevo come bloccare i tuoi slanci d’amore… Mi stavi avvolgendo come un anaconda in crisi di astinenza. Ad un certo punto non ce l’ho fatta più… Non sopportavo le tue mani che mi accarezzavano… la tua bocca che mi baciava… e con una violenza… di cui ti chiedo scusa… con una violenza… senza riflettere… ti ho gridato: “Basta! Non mi più… Non voglio avere più niente a che fare con gli uomini… io, io, io… e ti ho buttato in faccia senza un minimo di sensibilità… decisa… certa di quello che ti stavo dicendo… “… io sono… omosessuale… ” Sei scoppiato a ridere pallido come uno straccio, con un singhiozzo che non ti faceva respirare: “Se è uno scherzo, ti assicuro che è davvero di pessimo gusto! Per 39 anni… da quando sei nata, sei stata una donna normale… e ora all’improvviso scopri di essere…” “Sì… è la verità.” …ma sempre cattiva… sempre… Odiosa mi sentivo: “Sì è così, ho scoperto di… mi sono innamorata di una donna.” Mi aspettavo insulti: vai a letto con una donna! Sei una deviata, amorale, indegna, fricchettona, corrotta e anche zozza. E invece no, non hai detto una sola parola. Ti sei vestito, te ne sei andato e non ti ho visto più. Aspettavo la visita del tuo avvocato per il divorzio. Non si è visto manco lui… E’ stato molto duro confidarti questo mio… e dura la scelta… una scelta difficile, meditata, pesante ma definitiva. Mi sentivo finalmente in armonia col mondo… è prima, che stavo nel posto sbagliato. Ero decisa a non mentire, a non nascondermi… certa della comprensione di chi avevo intorno: famiglia, amici… compagne, compagni… tutti così aperti… progressisti… così alternativi. Invece, salvo rare eccezioni, cosa ho trovato? Certo, “molta” comprensione. “Sì, sì, ti capisco…” poi a uno a uno tutti spariti. Telefonavo… Non potevo crederci! Di colpo ero diventata un extracomunitario, clandestino, negro, spacciatore, magnaccia e con l’AIDS. Non potevo crederci! Mi era parso che fossero cambiate un po’ le cose… Invece no. Forse per gli uomini… ma per noi donne è… Lentamente, giorno dopo giorno, emarginata ovunque. Questa è una società che accetta i così detti “diversi” solo se potenti o geni. Lesbica è bella solo se scrive liriche stupende e si chiama Saffo. E’ stato molto pesante… ho dovuto cambiarmi il metabolismo… L’amore che stavo vivendo con la mia nuova compagna mi ha aiutato molto… così diverso da quello che conoscevo… di una dolcezza mai provata, delicato, mai violento, mai! Pieno di comprensione, di una confidenza così profonda… che non avevo mai vissuto… rare amicizie… chiuse come eravamo nel nostro amore… “particolare”. Per la prima volta, dopo 39 anni mi sentivo finalmente felice. Poi la felicità è finita anche lì. Ad un certo punto mi sono scoperta a ricoprire un’altra volta il ruolo della moglie. Ero diventata ancora una moglie!… e lei il marito… Non mi ci sono più trovata. E la storia è finita. Scoprirmi a un tratto così… sola… senza amici, figlia, sorella, moglie, amante… di nessuno è stato come precipitare nel vuoto. Bevevo. Stavo malissimo… psicologicamente e fisicamente…. E bevevo. Mi dava noia tutto... i rumori... le voci… Somatizzavo. Somatizzavo moltissimo... una nevrosi terribile… insomma, vomitavo molto. E bevevo. Medico, dieta ferrea: tutto macrobiotico-biologico... Molta crusca: è un regolatore dell’intestino formidabile. Dopo l’ultimo patatrac non salto un giorno! Poi aglio… è un antibiotico naturale… e cipolle… un diuretico: ero inavvicinabile… ma stavo benissimo… nel senso che vomitavo lo stesso... ma non me ne importava niente. Non ho più interesse alcuno… nemmeno per il mio lavoro… E allora... non faccio niente... Ti ho detto che sono mesi che mi sto rompendo la testa a pensare alla mia vita… ma non solo alla mia vita, alla tua vita… a quello che abbiamo vissuto… le battaglie, il passato… sono partita da lontano… l’infanzia, gli studi, la Resistenza… tanti compagni, tanta gente che è morta per niente… il 68… i ragazzi in carcere… i ragazzi manganellati, ammazzati dalla polizia e le lotte in fabbrica, l’aborto, il divorzio, sì… Alla fine: una frana… tutti stiamo vivendo una tragica frana. Avevo un partito che era il mia madre, mio padre… le mie speranze… e dov’è adesso? Se penso a tutti i nomi che ha cambiato… Perché… Un folle bisogno di memitizzarsi… di non dar nell’occhio. Marxismo? Comunismo? Cosè ‘sta schifezza? Se un compagno partigiano, magari medaglia d’oro della Resistenza… torturato… morto fucilato, impiccato… per un miracolo resuscitasse… e si trova con i fascisti al governo: gli prende un colpo e si riimpicca subito. Ma cosa ci è successo! Sono mesi che mi ritrovo in una crisi terribile… non ho legami con nessuno… Non sono più in sintonia né con me stessa né con il mondo che mi circonda. Non ho più voglia di niente… Sto male da sola, sto male con gli altri. M’è saltata tutta la centralina... sono andata in tilt... Sono un catorcio da buttare... sono già morta. Devo solo compiere l’ultimo gesto: staccare la chiavetta… Faccio fatica a dirtelo (con molto pudore, quasi imbarazzata) e voglio che tu mi capisca bene…sì… ecco… ho deciso di farla finita… Ho pronta una fiala di Pentotal misto a Sioran… quello che serve per accoppare i cani… è indolore, in tre secondi: stop! Chiuso. Ma perché, ti starai chiedendo vengo a confidare a te questa mia scelta definitiva proprio adesso… al finale di partita? Perché… ti volevo salutare… non volevo andarmene senza averti detto che… che tu sei l’unica persona che io abbia stimato al mondo. Sì perché quando t’ho sbattuto in faccia con tanta violenza la mia… chiamiamola metamorfosi… tu non mi hai insultato, non hai detto una parola… te ne sei andato in silenzio… e l’hai pagata anche tu… sei stato deriso e sfottuto… Tradirti con un uomo, dieci uomini OK è nella logica… “poveraccio è cornuto…” la moglie puttana va anche bene… ma pure lesbica! L’hai pagata anche tu mostrando una grandissima dignità… Ecco… (un attimo di commozione trattenuta) ti volevo ringraziare… ti volevo lasciare… con un sorriso… (parla a fatica con le lacrime in gola) e ti volevo dire che… ti ho voluto… e… ti voglio veramente… molto… ma molto… bene. (Pausa. Un battito di mani e riassesta la luce) Che fatica… sto tremando come una foglia. Vediamo un po’ come è venuto… (Azzera il videoregistratore e riguarda la registrazione. Sullo schermo appare la sequenza appena eseguita) Ho tempo tutto il giorno… e anche la notte… Mica sono obbligata ad ammazzarmi in orario! Non sono un treno! Faccio, rifaccio... (Pausa) Che ore sono?... Sto riflettendo che… (Pausa) ho fame. Forse è l’emozione… la fatica che ho fatto per cercare di dire… Non so com’è…. È bizzarro, sono qui in punto di morte e mi è venuta una fame assassina! Quasi quasi mi faccio da mangiare. Non posso essere seppellita e rotolarmi per l’eternità nella bara gridando pane! pane! Mangio. L’ultima cena! (Blocca il registratore. Batte le mani: luce piena. Va all’angolo cucina e automaticamente si mette ad asciugare alcuni piatti che stanno sul lavello) Non avrei mai detto di riuscire a fare tutto con tanto distacco... Qualche giorno fa, quando mi dicevo «mi ammazzo» paventavo questo momento... Qui, sola nella casa... a morire... Non sento niente! Sono distaccata... (Si rende conto di quello che sta facendo) Asciugo i piatti! Che non li ho mai asciugati in vita mia... Voglio morire con la casa in ordine! L’ho letto un sacco di volte di gente che s’è impiccata, sparata, svenata e prima nessuno avrebbe mai sospettato che stesse preparandosi a compiere un gesto definitivo come l’accopparsi. Tutto calmo, tutto normale... come fosse un giorno qualunque. (Pausa) Questa è appunto l’autentica determinazione. (Pausa) Una giornata qualunque! E voglio rispettare anche la dieta! Vuoi vedere che ‘sta notte vado giù di quei due grammi? (Prende da sopra il frigorifero l’agenda) Tre anni che la faccio... (Canterella) Canto! Il De profundis devo cantare! Cosa mi aspetta oggi? (Legge) «Un pollo lesso, anche intero... una carota». Un’orgia! (Estrae dal frigorifero un pollo e una carota) Altro che ammazzarsi con una dieta così! (Mette dell’acqua in una pentola, il pollo e la carota: il tutto finisce sul gas)) Che ore sono? Dieci minuti... e il mio pollaccione precotto è cotto. Mangio e poi m’ammazzo. Cosa farò mai in questi dieci minuti… non passeranno mai! Internet! L’ammazza solitudine! Vado a farmi una bella navigatina in inyernet… avevo trovato stamattina un sito adatto al mio momento… (Accende il computer, battito di mani, la luce si abbassa: sul grande schermo appare il sito Internet www impresefunebri,it : scorrono immagini che illustrano varie proposte per un funerale: costi, bare, fiori, addobbi, statue. Dunque… “Servizio cofani… Bare di seconda mano!!” Che orrore… speriamo che tolgano il morto… “Sconto per comitive… Addobbo floreale… trasporto… Lapide: Adesso sì che dormi!” Nossignore… sulla mia tomba… l’ho già lasciata in testamento, voglio che ci sia scritto: “Ve l’avevo detto che non mi sentivo tanto bene”… “In omaggio grazioso portachiavi a forma di bara…” (Ironica) Che regalino spiritoso! “Paghi oggi e muori domani!” Io muoio oggi e li pago con un assegno a vuoto. Stop. Ho visto abbastanza… (Spegne il computer. Preme un tasto del registratore audio: riparte il lento che già conosciamo. La donna segue la musica ballando) Questo è un bel modo per passare il tempo… almeno trent’anni che non ballo… ballando e… bevendo! (Solleva una bottiglia e un bicchiere dal carrello dei liquori: immediatamente si abbassano ulteriormente le luci, parte un ululato di sirena accompagnato dal lampeggiatore che si trova sul tetto del frigorifero. Giulia ha un sussulto. Sul grande schermo viene proiettato un cartone animato contro l’alcool. Una voce maschile, stentorea, avverte:)

VOCE STENTOREA L’alcool scioglie gli amidi in zuccheri che poi si tramutano in grassi. È risaputo che un solo quarto di litro di alcool produce...

GIULIA (posa la bottiglia: voce e proiezione s’interrompono) Mi faccio i trabocchetti da sola poi me ne dimentico e mi spavento anche! Me ne sbatto! Io bevo. (Riprende bottiglia e bicchiere e si versa da bere abbondantemente. Riparte l’ululato sirena, e tutto come sopra).

VOCE STENTOREA Il 65 per cento degli incidenti automobilistici sono causati dall’alcool…

GIULIA Me ne sbatto! Voglio morire ubriaca fradicia!

VOCE STENTOREA La cirrosi epatica causata in gran parte dall’eccesso di alcolici miete 25.000 vittime all’anno! GIULIA Perché non parli delle donne che muoiono di malinconia da sole, in casa?

VOCE STENTOREA È risaputo che nelle casalinghe il vuoto sociale porta spesso all’alcolismo.

GIULIA (posa con rabbia il bicchiere e la bottiglia; si interrompe il sermone e il lampeggiare: la luce torna normale) Non voglio essere confusa con una casalinga dal vuoto sociale. Non bevo! Che dovevo fare? Avevo il fegato a pezzi... “Attenta alla cirrosi epatica...” il fegato si gonfia... si gonfia il pancione... gonfio, sempre più gonfio... poi: pam!, scoppia!, fa un gran rumore e i vicini s’incazzano. (Si dirige al fornello) Fammi vedere il mio pollaccione è cotto… Amore… pollaccione, siamo cotti?… (Lo sente con un forchettone) Macché… Questo è vecchio come me… (Guarda l’orologio) Ma io sono contenta… che fortunata… prima di morire faccio in tempo a vedermi il mio poliziesco preferito delle 17,45… lo seguo da 18 anni! (Battito di mani, cambio luce. Accende col telecomando il televisore: sul grande schermo appaiono le immagini di un film poliziesco: un poliziotto è alla sua scrivania. Squilla il telefono. Meccanicamente Giulia solleva la cornetta. Nello stesso istante anche sul teleschermo il poliziotto solleva la cornetta del proprio telefono. Giulia non si rende conto dell’equivoco) Pronto, chi è?

POLIZIOTTO (dal teleschermo) Mi dica signora, che desidera?

GIULIA Scusi, ma è lei che ha chiamato!

POLIZIOTTO (come sopra) Stia calma, non si agiti.

GIULIA Sono calmissima... allora mi dica. POLIZIOTTO (come sopra) Quando è successo? Vada per ordine.

GIULIA (si sta innervosendo) Ma cosa straparla? Siete tutti pazzi oggi?

POLIZIOTTO (come sopra) Insomma, se tu credi che noi della polizia si stia qui ad aspettare che una puttana qualsiasi ci telefoni per sfotterci... io vengo lì e ti riempio la faccia di schiaffi!

GIULIA (si rende conto dell’equivoco. Sbatte la cornetta sull’apparecchio telefonico) Oddio, sto impazzendo! Litigo anche con la televisione!

POLIZIOTTO (come sopra) Pronto? Pronto? Ha riattaccato, ’sta puttana! (Interrompe a sua volta la comunicazione). GIULIA A chi puttana? Ti faccio il blocco immagine e zitto stai! (Esegue) Disgraziato! M’ha fatto prendere uno spavento! (Meccanicamente solleva il coperchio di un cofanetto dal quale estrae una sigaretta. Solleva un pesante accendino da tavolo e se l’accende. Si sente un ululato di sirena. All’istante i quadri che stanno alle pareti si capovolgono e mostrano una serie di cartelli e posters contro il fumo. C’è quello coll’immagine del fumatore dal volto verdastro strangolato da un’enorme sigaretta. Lo scheletro che fuma con voluttà, e poi scritte tipo: «i tuoi bronchi sono spugne fetide impregnate di catrame», «fumo e cancro sono sinonimi», «il fumo debilita sessualmente, ritarda i riflessi, offusca il cervello». Sul grande schermo appare un cartone animato contro il fumo) D’accordo! (Nervosissima, spegne la sigaretta nel portacenere, riappoggia l’accendino sul tavolo: tutto torna nell’assetto iniziale) D’accordo, non fumo! Polmoni splendidi... fegato stupendo... Morta, ma sanissima! (Sblocca col telecomando il fermo immagine: sul grande schermo il poliziotto sta componendo un numero al telefono. Squillo di chiamata telefonica. Giulia fa il gesto meccanico di sollevare la cornetta ma s’interrompe. Al poliziotto) Eh no, stavolta non ci casco! (Il telefono continua a squillare). POLIZIOTTO (puntando il dito direttamente verso Giulia) Qualcuno si decide a rispondere lì? Ehi, dico a te, dormi? GIULIA (sbalordita, al poliziotto) Ah, è il mio? Oh, scusi! (Solleva il ricevitore del telefono e blocca l’immagine del poliziotto) Pronto?

VOCE DI DONNA Dottoressa buona sera, come sta? Mi scusi se...

GIULIA Ah, ci risiamo, un’altra con ’sta dottoressa...

VOCE DI DONNA Ha trovato il mio messaggio sulla segreteria?

 GIULIA Sì, l’ho trovato, ma...

VOCE DI DONNA (interrompendola) Lo so, ha ragione dottoressa, ma glielo giuro che ci ho provato e come risultato mi sono scottata le natiche, sdraiandomi su quel mattone rovente.

GIULIA Senta, lasci perdere il mattone rovente e mi ascolti.

VOCE DI DONNA Eh no che non lo lascio il mattone, perché in verità, signora dottoressa, il primo giorno un po’ di giovamento me l’ha dato, ma poi... il fatto è che io sono stonata... e i vocalizzi giusti non mi riescono, specie quelli a salire. Senta: aoouooaaaiouih... aoouooaaauiouiha.

GIULIA (cerca di interromperla) Aoooah! Basta! O mi ascolta o rompo il telefono!

VOCE DI DONNA Sì, sì, non si arrabbi, per carità, ascolto.

GIULIA Allora, c’è un equivoco. Io non sono l’analista con la quale lei crede di parlare...

VOCE DI DONNA Eppure il numero...

 GIULIA Il numero è giusto... ma è sbagliato nello stesso tempo, perché io sono un’altra!

VOCE DI DONNA Ah, è un’altra? (Ride ironica) Soffre anche lei del conflitto d’identità? (Seria) Non scherzi dottoressa... tanto l’ho riconosciuta, la voce è la sua, uguale identica.

GIULIA Io non ci posso fare niente se è uguale... anche l’altra, quella della rana incinta è caduta nell’equivoco.

VOCE DI DONNA Una rana incinta? In equivoco? Lei mi sta a sfottere dottoressa? Ho capito, io l’ho scocciata perché la tormento con il mio problema e allora lei, per scaricarmi, fa finta di essere un’altra, addirittura una matta che ha la rana incinta... Ma a me non la fa mica, sa... io sto male sul serio, e allora lei mi ascolta!

GIULIA Eh no! Adesso mi ha scocciata davvero! (Fa per attaccare la cornetta).

VOCE DI DONNA Attenta dottoressa, non ci provi a buttar giù la cornetta che io vengo lì e le sfascio tutta la casa! GIULIA (tra sè) Mi vede!!

 VOCE DI DONNA E poi le sparo anche, che ci ho qui la pistola di un mio amico. Capito?

GIULIA Cosa crede, d’intimorirmi con la sua pistola? Venga, venga a casa mia con la sua pistola... io tiro fuori la mia, di pistola e ci facciamo una sparata che non finisce più! E se mi becca le do anche i punti qualità!

VOCE DI DONNA Ho capito, è un tipo duro lei, e mi fa piacere... però, cara dottoressa, ammetterà che non è corretto scrivere certi articoli sulle riviste specializzate, dando un sacco di speranze a una povera donna disperata da neurodeliri... e poi scocciarsi per una telefonata in più.

GIULIA (tra sé) Eh, ma porco cane, non posso nemmeno crepare in pace! (Al telefono) E va bene, l’ascolto... dica, cosa posso fare per lei? (Armeggia col telecomando). Sul grande teleschermo il Poliziotto da bloccato che era, si rimette in movimento

POLIZIOTTO (dal teleschermo) E mollala quella rompiscatole isterica... non hai ancora capito che è una puttana schizofrenica? GIULIA (spegne precipitosamente il televisore) Oddio! Basta!

VOCE DONNA Chi sarebbe la puttana schizofrenica? Dica a suo marito che io...

GIULIA Si calmi! No, non era mio marito... era il poliziotto della televisione!

VOCE DONNA (meravigliata) In casa sua c’è un poliziotto della televisione?!

GIULIA Non vivo... nel televisore. Ho toccato inavvertitamente il telecomando...

 VOCE DONNA Ma a chi la va a raccontare? Come fa a sapere il poliziotto della televisione che io sono una che fa la vita?

GIULIA Fa la vita?!

VOCE DONNA Faccio marchette, batto, cara dottoressa! E non cada dalle nuvole che già glielo avevo raccontato l’altra volta al suo studio... e solo lei e suo marito potevate sapere che sono schizofrenica... che me l’ha detto proprio lei... E dica a quel bastardo di suo marito di non provarci un’altra volta, che sparo anche a lui!

GIULIA No, lei a mio marito non spara... Altrimenti per chi la faccio io la mia videocassetta?

VOCE DONNA Pronto?... Cosa ha detto signora... non capisco...

GIULIA Non importa. Allora si sbrighi, mi dica cosa posso fare per lei.

VOCE DONNA Non so, è che ho fatto gli esercizi come diceva lei... ma oltre alla scottatura alle natiche non è successo niente di nuovo... sto male come prima... anzi peggio, che ci ho avuto una crisi sul lavoro... una roba tremenda... che per poco non mi sbattono in galera per aggressione fisica.

 GIULIA Cos’ha combinato? VOCE DONNA Be’, ero lì che facevo un mio servizio, come le dicevo... lo preparavo. GIULIA Lo preparava? Cosa preparava?

VOCE DONNA (appena imbarazzata) Il cliente, gli praticavo... come si dice... quella roba un po’ orale... GIULIA (interrompendola) Ho capito... Sono adulta. Vada avanti...

VOCE DONNA Be’, è successo che tutt’a un tratto m’è preso un fottone di rabbia e gliel’ho addentato!

GIULIA Cosa?

VOCE DONNA Gnack... azzannato! Ha in mente un mastino? Non mollavo! Lui, urlando come un castrato, mi ha pestato un cazzotto in testa... che è stato peggio, perché è stato come battere una martellata su uno schiaccianoci. Gnak! Ha in mente l’effetto? Zak! È saltato via di netto! GIULIA Il suo sesso?!

VOCE DONNA Solo un testicolo. GIULIA Meno male!

VOCE DI DONNA Per fortuna l’ho raccolto subito che era rotolato sotto l’armadio.

GIULIA L’ha raccolto?!

VOCE DI DONNA Ho sistemato il testicolo dentro un sacchetto di plastica col ghiaccio e di volata l’ho portato al pronto soccorso con la mia macchina... che lì al Policlinico oggi fanno degli innesti! Tutto quello che ti si stacca, loro te lo ricuciono che è una meraviglia!

GIULIA Mani di fata!

VOCE DI DONNA Devo dire che lui è stato buono, non mi ha neanche denunciata. Al poliziotto di servizio ha raccontato che era stata una scimmia golosa allo zoo che gliel’aveva brancato con una zampata, mentre lui le dava le caramelle. GIULIA (ride divertita) Dava le caramelle alla scimmia... nudo!

 VOCE DI DONNA Capisce però che col mio mestiere mica posso andarci avanti col rischio di queste crisi... che dopo i prossimi quattro o cinque testicoli mozzati, come gira la voce, i clienti te li saluto.

 GIULIA Eh sì... gli uomini sono pettegoli... si parlano tra di loro... quella stacca i testicoli... Mi par di vederli.

VOCE DI DONNA Adesso, mi dica lei dottoressa, cosa posso fare?

GIULIA Be’, tanto per cominciare le consiglierei di infilarsi in bocca uno di quei salva-denti di gomma... quelli che usano i boxeur per attutire i cazzotti... Poi basta, la smetterei con gli esercizi.

 VOCE DI DONNA Anche i vocalizzi?

 GIULIA Per carità! Non apra più la bocca signorina, specie in vicinanza di genitali maschili; respiri col naso che fa benissimo uguale.

VOCE DI DONNA Tutto qui?

GIULIA (Riprende la telefonata) Domattina prenda il primo treno e torni dalla sua mamma. Ce l’ha ancora la mamma? VOCE DI DONNA Sì, povera vecchia...

GIULIA Ecco, torni dalla povera vecchia... si metta a dieta assoluta... mangi tutto macrobiotico, crusca e aglio a volontà. Poi corra... faccia footing... si stanchi... faccia qualche lavoretto nei campi... inteso proprio come lavoro pesante... con la zappa... con la bocca chiusa. Vedrà che guarirà.

VOCE DI DONNA È sicura che funzioni?

GIULIA Come no, l’ho sperimentata io stessa questa terapia e sono qui che sprizzo gioia di vivere da tutti i pori!

 VOCE DI DONNA Dio la benedica, dottoressa! Ci torno, ci torno dalla mia mamma! Lei è una santa! Mi sento già meglio, vaccabestia!

GIULIA Buona sera... (Abbassa il ricevitore) Vaccabestia! Son qui in punto di morte a fare il telefono amico… la salvagenitali! E la lasciano circolare come se niente fosse! Quello che mi ha impressionato di più è questo senso dell’ordine. (Mima di dare un morso) Ham! Sputa... non lo manda giù... poi lo raccoglie... sacchetto del ghiaccio nel freezer pronto... lo infila dentro... (Mima di prendere l’uomo per mano) «Vieni caro che andiamo al Policlinico che te lo riattaccano...» Ha sbagliato professione questa ragazza... doveva fare la crocerossina! Sono nervosa… (Sopra pensiero si riaccende una sigaretta. All’istante si capovolgono i quadri, suona la sirena e si mette in funzione il lampeggiatore. Sullo schermo riappare la proiezione cinematografica antifumo) Basta! Sono nervosa! (Ha in mano l’accendisigari, lo getta con forza contro il muro: i quadri tornano nella posizione iniziale. Si sente un lamento, viene dall’appartamento attiguo). VOCE FEMMINILE (lamentosa) Sei una carogna...

GIULIA Oddio, il muro che parla! VOCE FEMMINILE Te la prendi con me perché non mi posso difendere!

GIULIA Ah, sono i miei vicini...

VOCE MASCHILE (violento) Sì, ma sei bravissima ad aggredire... e da bastarda anche!

VOCE FEMMINILE (a sua volta violenta) Tu, sei il bastardo che te la fai con quella puttana!

 GIULIA Litigano tutte le sere, poi fanno degli amori, che trema tutto il palazzo!

VOCE FEMMINILE Ma io ti ammazzo! (Si percepisce il tonfo causato da un oggetto lanciato).

VOCE MASCHILE Matta! Per poco non mi becchi in testa... metti giù quell’affare... Cristo, è in bronzo!

VOCE FEMMINILE Te lo spacco in testa, maledetto! GIULIA (ad alta voce) Forza!

 VOCE MASCHILE Ma ti giuro che fra me e quella non c’è niente. (Minaccioso) Metti giù!

VOCE FEMMINILE No, Massimo! (Si sente lo schiocco di uno schiaffo) Ahi, mi hai fatto male... (I due smettono di litigare). GIULIA Tutte le sere la benedice con un ceffone, la domenica tre per santificare le feste! (Si rende conto che i due si sono zittiti. Un attimo d’attesa, poi) Voce! (Si avvicina al muro) Voce! (Pausa brevissima) Ohi giovani, non potete interrompervi sul più bello... (Tra sé) Meno male che ho qui (prende due timpani acustici che applica alla parete) i miei orecchioni amplificanti. Che invenzione l’elettronica! (Inserisce gli spinotti di collegamento nella cassa acustica. All’istante la voce dei due coinquilini in lite si sente chiarissima, i due innamorati si stanno riappacificando).

VOCE FEMMINILE Hai ragione, Massimo... ma ecco, quando ti vedo intorno a un’altra donna... io, al pensiero che tu potresti con lei fare quello che fai e dici a me...

VOCE MASCHILE Ma scusa, come ti può saltare in mente che io possa preferire quella bassotta a te... quel crollo di chiappe! GIULIA Chiappe alte o basse, s’è fatto tutto il quartiere.

VOCE MASCHILE Ma ti sei vista vicino a lei... al suo confronto sembra tu abbia il sedere sotto le ascelle!

GIULIA Un fenicottero! (Va ai fornelli).

VOCE FEMMINILE (risentita) Ah, allora è solo questione di sedere?!

VOCE MASCHILE No, anche di occhi...

VOCE FEMMINILE Ho gli occhi sotto le ascelle?

VOCE MASCHILE Ma che dici... A parte che sono sempre più convinto che chi ha il sedere alto ha anche sentimenti più elevati. GIULIA Guarda Einstein, aveva il sedere sotto le orecchie! (Estrae dalla pentola il pollo cotto e le carote, sistema il tutto su di un grande piatto, mentre continua il dialogo tra i due amanti).

VOCE MASCHILE E poi al tuo livello non c’è nessuna... io ti amo!

VOCE FEMMINILE Sì, non c’è nessuna... dillo, dillo, Massimo! VOCE MASCHILE ... nessuna che ti possa star vicino... nemmeno coi tacchi alti. (Schiocchi di baci e mugolii) Io sono pazzo di te!

VOCE FEMMINILE Ancora, ancora, ripetilo... O Massimo... sei il massimo! Sei grande... mi fai morire!

VOCE MASCHILE Ma tu mi devi giurare che non mi farai più di ’ste scenate...

VOCE FEMMINILE Giuro! Giuro! VOCE MASCHILE E non mi tiri più il fermacarte di bronzo sulla testa.

VOCE FEMMINILE No, sulla testa più. No, tesoro... non così... mi strappi la camicetta... Faccio io.

 VOCE MASCHILE No, lascia fare a me... mi piace... Dio, quanti bottoni!!

VOCE FEMMINILE Ne ho messo qualcuno in più proprio per te...

GIULIA Birichina... VOCE FEMMINILE Lascia che anch’io spogli te... GIULIA Nudo! Nudo!

VOCE MASCHILE Sei un tesoro... Ahh! Oh, sì... spogliami tu... (Lancia un terribile urlo di dolore) Ahia! Giulia lancia a sua volta un urlo di raccapriccio, e corre verso la parete da dove provengono le voci dei due amanti.

VOCE FEMMINILE Che c’è? Che t’ho fatto?

VOCE MASCHILE La cerniera dei miei pantaloni... si è impigliata proprio lì, nel coso... ahiaa... che pizzicata!

GIULIA Che impressione...

VOCE FEMMINILE Oh, povero piccinino... Aspetta che rimedio... Dio, proprio lì! Macché... non si muove.

VOCE MASCHILE Piano... Oddio... mi hai fatto peggio... uno sbrego! V

OCE FEMMINILE Bisogna che ti tagli i pantaloni!

VOCE MASCHILE No! Cazzo, sono nuovi! Forse è meglio che andiamo al pronto soccorso... (altro urlo) ahiauaiah! VOCE FEMMINILE Ecco fatto! Poverino, ti ho fatto uno strappettino...

VOCE MASCHILE Chiamalo strappettino... GIULIA L’ha rovinato per la vita ’sto povero Massimo.

 VOCE FEMMINILE Vieni che ti medico... un cerottino... A

LTRA VOCE MASCHILE Ecco, mettitelo anche tu il cerottino e bello grande! E in quel posto! Perdio! Volete piantarla con ’sti vostri smiagolamenti da gatti in calore? Abbiamo il diritto sacrosanto di dormire!

GIULIA Questo è l’ingegnere dell’interno tre, uno scassacazzi!

ALTRA VOCE FEMMINILE Taccia lei, vecchiaccio! E lasci tubare in pace questi giovani che si amano...

GIULIA Questa è la pianista sentimentale dell’interno quattro… (I due innamorati si sono zittiti) Me li hanno fatti ammutolire. Così non saprò mai se l’amore è più forte del cerotto! Certo che ’sto pover’uomo con un cerotto messo lì... Vorrei essere presente quando glielo strappa... il cerotto! (Rimira il pollo ben sistemato sul piatto di portata: canterella) Come te, non c’è nessuno… Fai schifo! Non sei migliorato cuocendo. Fai schifo! E io dovrei mangiare un cadavere simile, nell’ultima mia cena? Ricordatelo, come dice il poeta: “cadavere non mangia cadavere!” (Interdetta, si blocca) Oddio, dialogo col pollo lesso! Sono pazza. Non c’è più tempo da perdere… devo chiudere. (Durante questa battuta si guarda intorno, indecisa sul da farsi, gli occhi le cadono sulla rivista «Salute» che aveva buttato precedentemente a terra. La raccoglie e legge, sintetizzando l’articolo in questione) Stenderci supine sopra un tavolo... mattone ben caldo... il capo penzoloni... vocalizzi... Quasi quasi provo... magari la giapponese ha ragione... Non ho il mattone rovente... ma ho il coperchio del pollo, rovente... (Prende il coperchio e lo pone sul tavolo) Me lo metto sotto al sedere... Speriamo di non «lievitare» troppo... che mi ammazzo sbattendo contro il soffitto. Che poi li vedo, la portiera… i miei vicini che dopo due mesi mi vengono a cercare: “Dov’è la signora Giulia, dov’è?” E io sono là, morta secca! (Sdraiandosi sul tavolo, si lamenta) Ahaa! Ahooo! Ecco da dove vengono i vocalizzi... (Si lascia andare con la testa oltre il bordo del tavolo, inizia a fare vocalizzi a squarciagola) Ahuoooo ahioooo... ahiiooo, ahuoiuue.

VOCE DELL’INGEGNERE (irato) Ehi, ci risiamo con gli smicionamenti, lì?

GIULIA (urlando) No, sono io ingegnere... mi sto rilassando...

VOCE DELLA PIANISTA Coraggio, mugolate! Non date retta al decrepito! La pianista incoraggia, suonando il piano, i due innamorati dalla stanza accanto che riprendono ad ansimare.

VOCE FEMMINILE Sì, oh Massimo, mi fai morire...

VOCE MASCHILE Piano... ahiua... mi stacchi il cerotto. VOCE FEMMINILE Dio che bello... ahiooo... dopo te lo riattacco. Te ne riattacco un rotolo di cerotti... Dio! Dio! VOCE MASCHILE Dio, mi ammazzi!

 GIULIA Chissà perché quando si fa l’amore, sempre Dio si invoca: Dio, che bello! Dio, muoio! (Riprende i vocalizzi). VOCE FEMMINILE Ancora, ancora... Oh, santa madonna! GIULIA Qualche volta, anche la madre di Dio.

 VOCE DELLA PIANISTA Oh sì, ancora... oh sì, ancoraaaa!

VOCE DELL’INGEGNERE Bastaaa! Si sente il pianto di un bambino.

GIULIA È nato! È nato! Il figlio del cerotto! (Scende dal tavolo) Guarda che bordello ho messo in piedi con un vocalizzo. Che condominio! Son contenta di farla finita per non sentirli più! Ho una fame... una fame bestia! Mi mangerei sei orfani. Ho fame. (Rivolgendosi al pollo) A te non ti mangio, ti sbatto nella pattumiera... Non voglio più incontrarti nella mia vita terrena... (Esegue) Ho fame! Tre anni che mi reprimo... Tre anni che non mangio nulla! Ho fatto dei giorni con un pisello... metà a mezzogiorno, metà a cena... Poi a mezzanotte uscivo come un vampiro pazzo... in cerca di una pasticceria... e mandavo giù... uno dopo l’altro 149 «Baci Perugina»... poi piangevo e mi purgavo... Voglio morire felice! Voglio mangiare qualcosa che mi tiri su! Qualcosa... (Eccitata) Spaghetti! Sette etti di spaghetti! Un chilo di spaghetti. Un’overdose di spaghetti! Mi suicido con gli spaghetti! (Corre a riempire una pentola d’acqua e la mette sul gas dopo averlo acceso) Spaghetti... spaghetti... me li faccio alla carbonara... all’amatriciana... ci metto tutto quello che... (Trilla il telefono. Solleva la cornetta) Pronto?

VOCE FEMMINILE Dottoressa non mi mandi al diavolo per favore, ma ho proprio bisogno di scambiare due parole... Pronto? È lei vero, dottoressa? Non ho sbagliato numero...

GIULIA (con rassegnazione) No, sono proprio l’analista. (Tra sé) Ormai...

VOCE FEMMINILE Forse io vengo a disturbarla in un momento inopportuno.

GIULIA Ha indovinato, il momento è proprio inopportuno...

VOCE FEMMINILE E allora telefonerò più tardi... se la trovo ancora sveglia...

GIULIA (giù di tono) No, più tardi non sarò proprio sveglia.

VOCE FEMMINILE C’è qualcosa che non va, dottoressa? GIULIA Sono molto stanca. Non tutte le pazienti sono civili e comprensive come lei. C’è quella che ha il problema della rana incinta perché non si fida della coniglia... c’è quell’altra che ha staccato un testicolo a un cliente con un morso...

VOCE FEMMINILE Hanno staccato un testicolo a un suo cliente con un morso?!

GIULIA No, il cliente non era mio... ma è una storia troppo lunga. Scusi un attimo, mi metto la cuffia da telefonista. (Usa un telefono a cuffia di quelli impiegati dalle telefoniste di professione) Ho dovuto adottare questo sistema per mia sorella... che mi attacca dei bottoni di tre ore e per non star lì bloccata... Ma mi dica, cosa posso fare per lei? Io preparo da mangiare... lei parli pure che l’ascolto. (Mentre ascolta la telefonata va ai fornelli, mette del sale nella pentola che sta sul fuoco, prende una tovaglia e prepara la tavola di tutto punto).

VOCE FEMMINILE (aggressiva) Be’, ho sperimentato il suo metodo e, scusi se sono sincera, l’unico risultato è che al mio gorgheggio sono arrivati i pompieri e le macchine della polizia. GIULIA (ride divertita) Ah, ah, davvero?

VOCE FEMMINILE Mi sarei data degli schiaffi...

GIULIA Perché scusi? VOCE FEMMINILE Ma andiamo, una donna della mia età, con quel mattone sotto il sedere, la testa penzoloni... Ma le pare serio? Io non so come ho fatto a cascarci, in una simile pagliacciata... GIULIA (sforzandosi di fare l’offesa) Pagliacciata? Un metodo sperimentato in Giappone...

 VOCE FEMMINILE Appunto, è dovuta andare fino in Giappone a sperimentarlo, che se lo sperimentava qui la ammazzavano di botte!

GIULIA Ma lei mi viene a insultare, aggredirmi in diretta a casa mia, in un momento, lei non ha idea quanto delicato, solo per dirmi che merito botte e galera. Ma non si finisce proprio mai di franare nella merda, scusi!

VOCE FEMMINILE Non s’arrabbi... mi scusi, ha ragione, sono una screanzata aggressiva e rozza.

GIULIA Ma no, ma no...

VOCE FEMMINILE Triviale e arrogante...

GIULIA Ma no, ma no...

VOCE FEMMINILE E stronza! GIULIA Be’, se proprio insiste. VOCE FEMMINILE È che sto passando un brutto momento, sapesse dottoressa!

GIULIA A chi lo dice! VOCE FEMMINILE Non sopporto più niente e nessuno. Guardi che io mica sono sempre stata così torva e aggressiva...

GIULIA (molto professionale nel ruolo d’analista) Sì, però lei ora sta attraversando il classico momento di paranoia, di cui soffro anch’io... di starsene a rimirare il proprio ombelico come fosse il centro dell’universo... ombelico nel quale lascia cadere ogni tanto una lacrima tanto da allagarlo, e poi ci intinge il dito e grida: «ecco l’oceano!»

VOCE FEMMINILE (preoccupata) Lei c’intinge il dito e dice che è l’oceano?

 GIULIA Metaforicamente... È un paradosso letterario. (Tra sè) Dio mio, come mi piace fare l’analista! Quanto mai non l’ho scoperto prima!

VOCE FEMMINILE Ad ogni modo volevo avvertirla che sta sbagliando di soggetto, cara dottoressa. Personalmente credo d’essere un fenomeno a proposito d’ironia. Se lei venisse a trovarmi a casa mia le basterebbe leggere i cartelli che ho appeso sulle pareti.

GIULIA (introduce nella pentola almeno un chilo di spaghetti) Lei appende cartelli? A che proposito?

VOCE FEMMINILE Per esempio ora sto tentando di smettere di fumare e di dimagrire...

GIULIA Anche lei?! VOCE FEMMINILE Perché, pure lei è in dieta e ha il problema del fumo, dottoressa?

 GIULIA E chi non ce l’ha?... Anche le dottoresse ingrassano.

VOCE FEMMINILE Già, certo... Pensi che a me oggi è toccato un pollo intero. Mi ha fatto uno schifo!

GIULIA No! E l’ha buttato? VOCE FEMMINILE No, l’ho fatto su in un pacchetto ben sigillato e l’ho spedito alla padrona di casa che m’ha mandato lo sfratto... e spero tanto che, col normale ritardo delle poste, le arrivi putrefatto! GIULIA (ride divertita) Ah, ah, cattiva, ma spiritosa!

 VOCE FEMMINILE Già, spiritosa fino al vomito. Infatti ci ho la nevrosi che per niente continuo a rimettere... In compenso non vado di corpo, mangio la crusca, m’infilo supposte d’aglio nel sedere che poi ho il fiato d’un drago in cattività! GIULIA (profondamente turbata) Signora... mi ascolti... faccia finta per un secondo che io non sia la sua analista, ma una donna qualsiasi che lei ha chiamato al telefono per errore... Sentirla parlare mi ha fatto uno strano effetto... mi sembra di guardarmi dentro a un enorme specchio... Sì, signora, anch’io sono disperata come lei, e forse anche un po’ più di lei. Anch’io appendo cartelli alle pareti e faccio la spiritosa e credo di essere tanto emancipata e moderna solo perché ho la casa piena di apparecchi elettrici ed elettronici... fin nel cesso...

VOCE FEMMINILE (seccata e aggressiva) Si fermi così com’è, signora dottoressa... so già dove vuol andare a parare. Io non sono la donnicciuola imballonata che si può condir via con il gioco dello specchio e dell’anch’io, anch’io.

GIULIA Ma allora lei non mi crede sincera... mi crede una ciarlatana...

VOCE FEMMINILE No, al contrario, io penso che lei sia una persona di prim’ordine, anche perché per sua fortuna lei non è né psichiatra né tanto meno analista. GIULIA Come, io non sono anal...

VOCE FEMMINILE (interrompendola) L’ho capito dopo cinque secondi che parlavamo. Usa un linguaggio troppo umano e intelligente per essere una del mio mestiere...

GIULIA Del suo mestiere? Perché lei è...

VOCE FEMMINILE Sì, io sono medico.

GIULIA E perché non mi ha sbugiardata prima?

VOCE FEMMINILE Perché avevo proprio bisogno di una come lei... di farmi quattro chiacchiere con una che dice cose normali, naturali, prima di schiattare.

GIULIA Che sta dicendo?! Cos’ha combinato dottoressa?

VOCE FEMMINILE (parla a fatica) Dico che me ne sto andando... Sente? Faccio già fatica a spiccicare le parole...

GIULIA (agitata) Che ha fatto dottoressa, parli! Ha mandato giù qualcosa?

 VOCE FEMMINILE No, ho aperto solo il gas... ma poco poco... in modo che me ne possa andare quasi senza accorgermene.

GIULIA (molto agitata) La prego, mi ascolti, glielo giuro, non è un trucco. Anch’io ho deciso di ammazzarmi... ho già pronta una fiala di Pentothal misto a Sioran, quello che usano per accoppare i cani e pensavo di iniettarmela fra poco. VOCE FEMMINILE (ironica) Ah sì, ma guarda che combinazione!

 GIULIA Non mi crede? Glielo giuro! V

OCE FEMMINILE Sì, sì, le credo... e allora auguri...

GIULIA No, aspetti... io ero così determinata fino a un attimo fa... poi ’sto fatto di ritrovarmi a fare l’analista, ascoltare le disperazioni degli altri, sentire le stesse cose che io penso e dico, che faccio... dette con un’altra voce... mi hanno fatto un effetto stranissimo... Fino a qualche secondo fa io ero decisa... era tutto così logico... ora mi sembra solo pazzesco. VOCE FEMMINILE Be’, si sa, la logica e la follia sono così vicine...

GIULIA Senta, mi dica dove abita... mi dia l’indirizzo, io vengo subito da lei, parliamo...

VOCE FEMMINILE La ringrazio per il suo interessamento davvero umano... ma non serve... A parte che sarebbe pericoloso per lei: ho scoperto i fili del campanello in modo che il primo che preme il pulsante alla porta fa scattare la scintilla e: bum!, salta all’aria tutto! Non voglio che trovino nemmeno un pezzetto dei miei mobili, della mia roba da dividere, quei bastardi dei miei parenti!... E sarà un bello scherzo anche per la padrona di casa che m’ha sfrattato! Suonano al citofono. GIULIA Aspetti un attimo, non attacchi... mi chiamano al citofono... torno subito...

VOCE FEMMINILE Va bene... l’aspetto... ma per poco.

GIULIA (corre a rispondere al citofono) Pronto, dica...

VOCE DELLA CUSTODE Sono la portiera, signora. Ci sono qui due fattorini con dei fiori per lei, li mando su? GIULIA No, aspetti... pronto! Pronto! (Riattacca la cornetta del citofono) Maledizione! Questa fa le domande e riattacca senza aspettare le risposte! (Al telefono) Pronto dottoressa, è ancora lì? Mi sente?

VOCE FEMMINILE Sì... la sento... mi rimbomba la voce... comincia a fare effetto...

GIULIA (convincente, incalzante, agitata) Chiuda il gas, spalanchi le finestre... il suo nome, mi dica il suo nome.

VOCE FEMMINILE E a che le serve? Ad ogni modo se proprio ci tiene... mi chiamo Carla.

GIULIA Non lo faccia Carla... voglio parlare con lei... se ha deciso d’ammazzarsi, nessuno le corre appresso...

VOCE FEMMINILE Eh sì, che mi corre appresso... mi corre il coraggio... che adesso ce l’ho... e dopo... chissà.

GIULIA Non è coraggio, ma vigliaccheria... Anch’io pensavo fosse coraggio... no... no... (Suonano alla porta. Sempre parlando si dirige alla porta d’ingresso)... è la paura di affrontare... (A voce alta verso la porta) Vengo! (Al telefono) E invece no, bisogna... (Apre la porta. Appare un gran mazzo di fiori che le arriva letteralmente sul viso)... Oddio! Aiuto! (Perde la cuffia telefonica. Dietro il mazzo di fiori c’è una giovane donna seguita da una ragazzo, sono rapinatori armati di pistola).

RAGAZZA Ferma lì, se ti muovi o gridi, t’ammazzo!

RAGAZZO È una rapina... e non ce ne frega accopparti!

GIULIA Peccato, se foste arrivati un attimo prima mi avreste fatto un piacere...

RAGAZZA Cosa straparli... Senti, non aver paura, dacci i soldi e noi ce ne andiamo subito.

GIULIA Siete fortunati... io stavo per andarmene... diciamo così... in viaggio...

RAGAZZO Appunto, tira fuori i soldi del viaggio! GIULIA Era un viaggio gratis... solo andata.

RAGAZZA Senti, non fare la furba, sputa tutto quello che hai... sennò... GIULIA Calma, state calmi... Sono là. Nella mia borsetta... (Indica la borsetta sul tavolo basso) Ho soltanto trecento mila lire...

RAGAZZO (afferra la borsa e ci fruga dentro) Porca puttana... eh sì, solo tre biglietti.

 RAGAZZA Senti, non farci incazzare... tira fuori i soldi, t’ho detto! (Solleva il pesante accendisigari per tirarlo addosso a Giulia. Scatta la trappola: i quadri si rovesciano, scampanellata, ululato di sirena, si mette in funzione anche il lampeggiatore e il filmato antifumo viene proiettato sul grande schermo.

 RAGAZZO Cristo! L’allarme... (Si butta verso la porta d’uscita). RAGAZZA Fermo! Sono solo dei cartelli che si ribaltano! I due guardano interrogativamente. GIULIA (preoccupata, timidamente) Fumavo molto... Ma non è collegato con la polizia... RAGAZZO Bastarda! M’ha fatto prendere uno spavento! (Molla a Giulia un manrovescio potente). Lo schiocco spegne le luci. GIULIA Oh mamma, che sberla! Ahi...

RAGAZZO Che succede? GIULIA (parla con fatica, senza esagerazioni) È lei che ha spento la luce con lo schiocco... RAGAZZO Lo schiocco? GIULIA Sì, la mia casa è governata dai relé. Vede quella cassetta al muro? È un sensore che spegne e accende tutte le volte che si fa uno schiocco... Permette che riaccenda la luce?

RAGAZZO Sì... sì... (Giulia sferra al giovane rapinatore un gran ceffone: la luce ritorna). Ahha! Per la miseria!

GIULIA Ha funzionato! RAGAZZO Ma disgraziata... io ti faccio fuori! (Punta la pistola contro la donna).

RAGAZZA (lo blocca con un ceffone. La luce si spegne) Fermo lì, cretino d’un drogato! (Altro ceffone con effetto luce) Se l’ammazzi chi ci dice poi dov’è la roba? (Altro ceffone).

RAGAZZO Eh no, a me le sberle non le dài... va bene? E nemmeno del drogato che m’incazzo! (Restituisce alla sua complice un gran manrovescio. Effetto luce. Si schiaffeggiano a volontà con relativo saliscendi della luce).

GIULIA Ehi, basta! Con questi su e giù mi fate saltare i relé! Sbrigatevi con ’sta vostra rapina... che io ci ho da fare. (Raccatta la cuffia telefonica) Pronto, Carla...

RAGAZZA Che è quella roba? GIULIA È un ricevitore da telefonista... stavo parlando con una mia amica...

RAGAZZA Una tua amica? Quindi questa tua amica ha ascoltato tutto... (Si porta il ricevitore all’orecchio) Infatti ha riattaccato, la stronza! GIULIA Oh, che guaio!

RAGAZZO E di sicuro a quest’ora avrà già telefonato alla polizia. GIULIA Ma no, ha altro per la testa...

 RAGAZZO (si avvicina minaccioso a Giulia) Hai capito ’sta puttana...

GIULIA Ci conosciamo appena e lei ha già capito... RAGAZZO (interrompendola) Ecco perché faceva la manfrina... per perdere tempo. Ma io ti spacco la faccia!

 RAGAZZA (lo blocca con un ceffone) Fermo lì, scemo di un drogato! (Effetto luce.)

RAGAZZO Battiamocela... c’è la polizia... (Con uno strattone cerca di liberarsi ma riceve il solito ceffone con relativo effetto luce). GIULIA (tra sé) Non si possono vedere...

RAGAZZA Di qua non si esce a mani vuote, capito?

RAGAZZO Adesso basta! Mi hai proprio stufato! (Afferra una bottiglia del tavolino ben deciso a spaccarla sulla testa della complice) Ti rompo la testa! (Come il rapinatore afferra la bottiglia, scatta la trappola contro l’alcool che già conosciamo: voce registrata ecc. Il giovane spaventato lascia cadere la bottiglia).

VOCE PERENTORIA È inutile che scantoniate, tanto non avete scampo! (I ladri si dirigono spaventati alla porta d’uscita) L’alcool uccide lentamente ma inesorabilmente!

RAGAZZO (allibito si blocca) L’alcool?

GIULIA (raccoglie la bottiglia e la posa sul tavolo, bloccando tutti i marchingegni. Timidamente) Bevevo molto... RAGAZZA Senti un po’... io ti ho detto che tu non mi devi fare incazzare... Guarda che se io m’incazzo... (Sferra un potente ceffone alla donna).

GIULIA (si abbassa per schivare il ceffone e sarà il ragazzo a beccarsene un ennesimo. Effetto luce) Basta! Non accetto la violenza da una donna! (Sferra un potente manrovescio alla ragazza che vola a terra. Effetto luce).

RAGAZZA Disgraziata! (Minacciandola con la pistola).

RAGAZZO Sbrigati che arriva la polizia! RAGAZZA Vuoi tirare fuori ’sti soldi o no?

 GIULIA Ma non ne ho, ve lo giuro! Non vi aspettavo...

RAGAZZO E allora vogliamo tutti i gioielli... a cominciare da questa. (Strappa la collana che Giulia ha al collo: tutte le perle finiscono sparse a terra). GIULIA Ma cosa fa?!

RAGAZZA Sei proprio un coglione drogato... Ma l’hai visto fare al cinema? (Ceffone: la luce si spegne). Strappare le collane in quella maniera... E accendi la luce, drogato... (Il ragazzo si schiaffeggia da solo. Torna la luce. La ragazza si china a raccogliere le perle cadute al suolo).

GIULIA Lasci perdere... è bigiotteria... non valgono nulla... Non si stanchi... che lei è già tanto nervosa. RAGAZZA Lascia stare quella trappola e cerchiamo di rimediare qualcosa.

RAGAZZO (s’avvicina alla telecamera) Che trappola? Sai almeno cosa vale ’sto trabiccolo? Almeno trenta milioni... (A Giulia, minacciandola con la pistola) Non è vero? Quanto l’hai pagato? Avanti, parla stronza!

GIULIA Tanto… la lasci… i ricettatori vi dan tre lire... La prego... signor drogato... (Reazione del giovane) Scusi... credevo fosse i suo cognome… Io ci campo con ’sta roba...

RAGAZZA Ma che te ne frega... tanto stai per andare in viaggio, no? I due raccolgono tutto quello che sono in grado di trasportare: videoregistratore, telecamera, televisore, ecc.

GIULIA Lasciatemi almeno la cassetta registrata...

 RAGAZZO Te la cancelliamo noi... non ti preoccupare...

RAGAZZA Prendi anche il computer… la radio...

GIULIA Oh, nooo! La radio no... come faccio a sentire i due che fanno l’amore...

RAGAZZA (minacciando la donna con la pistola) Se gridi e chiami qualcuno, torno indietro e ti sparo! (Si dirige alla porta).

GIULIA (ai due che stanno uscendo) Chiudete la porta che ci sono in giro dei malviventi... (S’interrompe) Oddio... mi sento male... Devo chiamare la polizia per la mia amica... sarà già morta... (Va al telefono e compone il numero) 113, meno male che lo so a memoria... È libero... sbrigati... rispondi… eccolo... Pronto!

VOCE DEL POLIZIOTTO Sì, qui è la centrale di polizia, dica? GIULIA Scusi, faccio un po’ fatica ad articolare le parole... quello m’ha mollato un tal manrovescio che m’ha spaccato la faccia...

VOCE DEL POLIZIOTTO Quello chi, signora? GIULIA Un rapinatore, anzi due!

 VOCE DEL POLIZIOTTO Ha subito una rapina signora? Quando? GIULIA Due minuti fa... ma non è per la rapina che telefono... è che... VOCE DEL POLIZIOTTO Dove abita? GIULIA Corso di Porta Vigentina, 138.

VOCE DEL POLIZIOTTO Corso di Porta Vigentina 138, telefono 58 00 74?

GIULIA Sì, è il mio numero... Chi glielo ha dato?

VOCE DEL POLIZIOTTO Qualche minuto fa ci ha telefonato una signora che ci ha denunciato una rapina a questo indirizzo...

GIULIA È proprio da quella signora che dovete andare... Vi siete fatti dare l’indirizzo?

VOCE DEL POLIZIOTTO Appunto. Gliel’abbiamo chiesto ma si è rifiutata. Abbiamo pensato si trattasse di una mitomane. Oltretutto parlava con voce stentata, come ubriaca.

GIULIA Macché ubriaca... ha preso il gas.

VOCE DEL POLIZIOTTO Si droga con il gas?

GIULIA No, non si droga... ha aperto il gas. Oh, per carità, non suonate... non suonate il campanello... ha scoperto i fili... salta tutto all’aria!

VOCE DEL POLIZIOTTO Cosa, salta all’aria?

GIULIA L’appartamento, coi mobili e tutto... perché non vuole lasciare niente a quei porci dei suoi parenti che l’hanno sfruttata vita natural-durante... e anche la padrona di casa che l’ha sfrattata... le lascia un bel buco, così impara... capisce? Ma non state a perder tempo, andate là... che fra poco sarà morta!

VOCE DEL POLIZIOTTO Va bene, ci andiamo. Se vuol favorirci l’indirizzo...

GIULIA Non lo so. VOCE DEL POLIZIOTTO Come, non sa dove abita la sua amica del gas?

GIULIA È un’amica recente... hanno messo per errore il mio telefono su una rivista che si chiama «Salute» al posto dell’analista giapponese.

 VOCE DEL POLIZIOTTO L’analista giapponese?!

GIULIA Sì, ma l’amica del gas non è l’unica che mi abbia telefonato... si figuri che una mi ha chiesto se poteva mettersi il mattone rovente sotto le natiche, con tutto che la rana le diceva che era incinta...

VOCE DEL POLIZIOTTO Si calmi signora...

GIULIA Sono calma! Ma vorrei vedere lei! Ero qui, tranquilla, che facevo il mio video dell’addio... che poi mi suicido col Pentothal e l’ammazzacani, e queste che telefonano... signora dottoressa... fai subito l’analista che sono nervosa... che vengo lì e ti do una sparata che non finisce più... Sono nervosa!... Che ho mozzicato un genitale al cliente... e il testicolo è rotolato sotto l’armadio che l’ho raccolto e l’ho messo nel sacchetto del ghiaccio... al Policlinico... che lì... mani di fata! VOCE DEL POLIZIOTTO Scusi, signora... è lei che ha mozzicato un genitale a un cliente?

GIULIA Ma è impazzito? Sono vegetariana, caro signore! Ma non mi porti fuori strada col sesso! Bisogna che ritroviate dove abita questa mia amica...

VOCE DEL POLIZIOTTO Volentieri, se ci dice almeno come si chiama.

GIULIA Non lo so... Carla... si chiama Carla! VOCE DEL POLIZIOTTO Va bene, Carla, e poi, il cognome?

GIULIA Non me l’ha detto... però è medico: dottor Carla.

 VOCE DEL POLIZIOTTO È già qualcosa... Adesso cerchi di ricordare qualche altro particolare che è uscito dal vostro colloquio.

GIULIA Fa anche lei la dieta del fantino e cerca di non fumare...

VOCE DEL POLIZIOTTO Non ci aiuta molto, ma vada avanti.

 GIULIA Appende cartelli terroristici alle pareti.

VOCE DEL POLIZIOTTO Cartelli terroristici?!

GIULIA Sì... poi fa bollire il pollo ma non lo mangia...

VOCE DEL POLIZIOTTO Non lo mangia. E che ne fa?

GIULIA Lo butta! No, sono io che lo butto, il pollo... la mia amica no... lo spedisce per posta, alla padrona di casa, così le arriva putrefatto!

VOCE DEL POLIZIOTTO Ecco un particolare interessante! GIULIA Mi rendo conto... sto facendo dei discorsi strampalati ma le assicuro che è la pura verità.

VOCE DEL POLIZIOTTO Signora, si metta nei miei panni... cosa penserebbe lei di una che le telefona per dirle che s’ammazza, e poi non dice manco dove sta...

GIULIA Non è che mi ha detto buona sera m’ammazzo... è che voleva fare quattro chiacchiere con una voce umana, non da medico.

VOCE DEL POLIZIOTTO Poi, chiacchierando con lei, ha deciso di asfissiarsi col gas!

GIULIA No, lei era già determinata... e anch’io ero determinata che ero qui tranquilla che parlavo con mio marito... che però lui non c’è perché non viviamo più insieme... io non lo amo più, ma lo stimo… perché quando ha scoperto la mia metamorfosi… omo… se ne è andato disperato senza urlare le solita trivialità con tutto che era arrivato nell’isola con l’aereoplanino che si è ribaltato e dicevo crepa… schiantati… e invece poi l’ho baciato tirandolo per i piedi. Mi segue? VOCE DEL POLIZIOTTO Oh, perdio! GIULIA Lei mi sta sfottendo?

VOCE DEL POLIZIOTTO Me ne guarderei bene!

GIULIA Sì, lei mi sta sfottendo. Ma io lo sapevo. Fate tanta pubblicità al vostro cervellone elettronico dei dati per rintracciare i delinquenti, ma per salvare una povera donna che sta morendo col gas, non si fa una piega. VOCE DEL POLIZIOTTO Si calmi, signora. A proposito, lei come si chiama? GIULIA Io? Ma che c’entro io? Non sono mica io da salvare...

VOCE DEL POLIZIOTTO Questo è da vedere...

GIULIA No, io mi sono già salvata... quando questa mia cara amica Carla mi ha telefonato, è stato come uno specchio per me... enorme... deformante del grottesco... e ho capito! Lei parlava con le mie stesse parole... Una fotocopia assurda! Guardi, come una folgorazione! Mi sono vista così buffa... improbabile. Ecco le parole giuste: buffa e improbabile. Ho visto la mia pazzia, capisce? Come proiettata finalmente dentro una prospettiva. Mi sono detta: va bene Giulia, sei un po’ giù, ma ti vuoi veramente ammazzare? Devi reagire! Basta di guardarti l’ombelico e intingerci il dito con la lacrima evviva l’oceano. Devi uscire da questa casa che ti fa impazzire piena di oggetti elettrici, elettronici... (Il cavalletto le si avvicina. Giulia urla) Vai via! Ti sbatto fuori di casa sai! (Al poliziotto) Sono perseguitata da un treppiedi che mi fa impazzire! E poi devo mangiare... Basta con le diete. (Di colpo si ricorda degli spaghetti) Oddio gli spaghetti... (Si precipita ai fornelli) Colla! Chi se ne frega! Li spedisco alla padrona di casa, così impara. Basta reprimermi, basta diete! Voglio uscire... parlare con la gente... raccontare le mie esperienze... ascoltare le loro... voglio regalare alla gente le cose bellissime che ho dentro... Parlare, voglio parlare... Oddio, mi volevo ammazzare... Signor poliziotto... lo sa che ho scoperto che domani è primavera... (Pausa) Pronto?... (Urla) Pronto? Forse è caduta la linea... (S’appresta a riformare il numero; suonano al citofono, corre a rispondere esasperata) Che c’è?

 

 

VOCE DELLA CUSTODE Pronto signora, ci sono qui degli infermieri con l’autoambulanza... mi chiedono se è lei che ha subito una rapina... GIULIA Sì, sono io... ma che c’entra l’autoambulanza?

VOCE DELLA CUSTODE Scusi... scusi... c’è qui il medico che vuol parlarle di persona.

 GIULIA Che medico? VOCE DEL MEDICO Buonasera, signora... si metta tranquilla, che saliamo subito.

GIULIA Ma dottore...

VOCE DEL MEDICO (interrompendola) Ci hanno telefonato dalla polizia... Stiamo salendo. Ci apra la porta, per favore. Mi dica, può camminare da sola? GIULIA Cammino benissimo...

VOCE DEL MEDICO Sì, dico... può camminare? Sennò portiamo la barella.

GIULIA Sto benissimo... mi hanno dato uno schiaffo... molto piccolo...

VOCE DEL MEDICO Ah, un’altra cosa: faccia la brava, stacchi il filo del campanello, lo isoli per favore, noi non lo schiacciamo il pulsante, ma non si sa mai... e se ce la fa, spalanchi le finestre.

GIULIA Dottore, m’ascolti... c’è un equivoco terribile... Non sono io quella del gas... io sono quella del Pentothal...

VOCE DEL MEDICO ... e l’ammazzacani, lo so. Quelli della polizia ci han detto tutto... anche del pollo spedito marcio... GIULIA (spaventata, tra sé) No, al manicomio no...

VOCE DEL MEDICO ... dei genitali azzannati in ghiaccio e della rana incinta. Stia tranquilla, adesso arriviamo, stia rilassata e non opponga resistenza...

GIULIA Al manicomio no... Al manicomio no...

VOCE DEL MEDICO (alla porta) Apra, signora, faccia la brava... apra o ci toccherà sfondare la porta. GIULIA (disperata) No, al manicomio no... al manicomio no, no, no... Sullo stacco musicale scende lentamente la luce FINE

c'è tanta precarietà e dolore nell'aria, vi voglio regalare qualche risata... e consigli utili alle donne, giovani e non più

Teatro

Coppia aperta... quasi spalancata

Atto unico di
Franca Rame, Dario Fo, Jacopo Fo

Questa commedia è stata rappresentata per la prima volta al Teatro Ciak di Milano il 10 novembre 1983. Da allora ad oggi è andata in scena in quasi tutto il mondo. Se volete cedere le foto, andate nell'archivio, cercate il titolo della commedia e cliccate su fotografie.
La Fabbri ha editato anche il dvd.

Personaggi

Antonia (la moglie)
Un Uomo (il marito)
Il Professore (l’amante)

 

Interno di un appartamento medio-borghese: divano (sul divano una gonna), poltrone, lampade, registratore, sedie, apparecchio telefonico ecc. Davanti al divano un tavolo basso lungo 2 metri circa. In proscenio (verso destra) lo spezzato di una finestra. Alla quinta di proscenio, sulla destra, è appoggiata una stampella ortopedica – possibilmente non a vista del pubblico. All’inizio dell’atto la scena è completamente buia. Vediamo solo la testa di un UOMO – il Marito – illuminata dalla luce che proviene dalla porta a vetri smerigliati del bagno. La porta è chiusa dall’interno.
L’uomo è molto in ansia. Quando toccherà alla donna prendere la parola, essa ci apparirà illuminata dall’occhio di bue, in proscenio, sul lato opposto rispetto a dove si trova il Marito; indossa pantaloni, un golfone o una camicia da notte. Quando uno dei due personaggi ha esaurito il proprio intervento lo spot che lo illumina si spegne e s’accende l’altro sull’antagonista.

UOMO Non fare fesserie... Antonia, esci... parla! Che stai combinando? Senti, forse hai ragione, la colpa è mia, ma esci ti prego... apri ’sta porta! Ne parliamo, no?... Perché devi buttare tutto sul tragico, Cristo! Possibile che non possiamo risolvere ’ste robe da persone che ragionano? (Sbircia dal buco della serratura) Sei una pazza incosciente, ecco quello che sei!
ANTONIA (didascalica) La pazza incosciente rinchiusa nell’altra stanza, che poi sarebbe il bagno, sono io. L’altro, quello che mi urla e mi supplica di non fare fesserie, è mio marito.
UOMO (parla sempre come se la donna fosse in bagno) Antonia vieni fuori, ti prego!
ANTONIA Sto mandando giù un cocktail di pillole varie: Mogadon, Roipnol, Optalidon, Femidol, Veronal, Cibalgina, e diciotto supposte di Nisidina... a pezzetti... tutto per bocca.
UOMO Antonia, di’ qualcosa.
ANTONIA Mio marito ha già chiamato l’autoambulanza... tra poco arriveranno... sfonderanno la porta...
UOMO Stanno arrivando quelli del Pronto Soccorso. Butteranno giù la porta. Cristo! È la terza volta in un mese!
ANTONIA Quello che mi scoccia di più, nel salvataggio, sono le lavande gastriche... ’sto tubo infilato in gola... e il rincretinimento per giorni e giorni... l’espressione imbarazzata con cui ti guarda la gente che gira per casa. E poi fatalmente mi costringono ad andare dallo psicanalista... pardon, dall’analista... un pirla... ma un pirla... che mi sta a guardare per due ore in silenzio con la pipa in bocca... poi all’improvviso mi fa (calcando sulle parole): «Pianga, signora, pianga!»
UOMO Antonia, di’ qualche cosa! Fai almeno un rantolo, così capisco se non altro a che punto stai! Adesso me ne vado e non mi vedi più! (Sbircia dal buco della serratura).
ANTONIA A dire la verità, non è la prima volta che voglio morire.
UOMO Non ingoiare le pillole gialle! Sono le mie pillole per l’asma!
ANTONIA Un’altra volta ho tentato di buttarmi giù dalla finestra... lui mi ha abbrancata al volo... (La donna corre alla finestra posta in proscenio e sale sul davanzale).
Luce piena.

UOMO (acchiappandola al volo per la caviglia) Ti prego, scendi di lì! Sì, hai ragione, sono un bastardo, ma ti giuro, è l’ultima volta che ti metto in una situazione simile...
ANTONIA Ma cosa vuoi che me ne importi... di te, delle tue storie, delle tue donne stronze!
UOMO Be’, perché... se fossero state intelligenti ti sarebbero andate meglio? Scendi... parliamone... a pianoterra.
ANTONIA No! Io me ne sbatto, io mi butto!
UOMO No!
ANTONIA Sì!
UOMO Piuttosto ti spezzo la caviglia!
ANTONIA Lasciami!
UOMO Te la spezzo!
ANTONIA (urlo terribile) Ahhh! (Rivolgendosi al pubblico con tono normale) E me l’ha spezzata per davvero ’sto coglione! (Scende dalla finestra; il Marito le passa la stampella). Un mese con la gamba ingessata! Ingessata, ma viva! E tutti che mi chiedevano: «Sei stata a sciare?» Una rabbia! (Zoppicando, posa la stampella e dal cassetto del tavolo, o da altro mobile, estrae una pistola) Un’altra volta ho tentato di tirarmi un colpo con la pistola...
UOMO No, cazzo, fermati! Non l’ho ancora denunciata! Vuoi farmi arrestare?
ANTONIA (parla al pubblico, quasi staccata dall’azione scenica) La ragione della mia voglia di morire era sempre la stessa: lui... non mi amava più… lui... non mi desiderava più... E la tragedia scoppiava tutte le volte che scoprivo una nuova relazione di mio marito. (Si punta la pistola alla tempia).
UOMO (cerca di strappare la pistola alla donna) Ma cerca di capire, con le altre è un fatto di sesso e basta!
ANTONIA (divincolandosi) Con me... non c’è più nemmeno il sesso!
UOMO Ma con te è diverso... per te ho una grande stima!
ANTONIA (abbandonando ogni resistenza, conciliante) Ah be’, allora... se c’è la stima! Cosa c’è di più importante fra un UOMO e una donna? La stima, no? Vaffanculo!
UOMO Oeuh!
ANTONIA (al pubblico) Sì, in quelle situazioni diventavo davvero triviale... ma erano le banalità sue, di mio marito, che mi facevano andar fuori dai gangheri. Così non si poteva più andare avanti, lui con me non faceva più l’amore da un pezzo.
UOMO Non vedo proprio il gusto che ci provi nel mettere tutto in piazza...
ANTONIA Ti secca, eh!... (Al pubblico) In principio, credevo fosse ammalato, esaurito... (Fa per passare davanti alla finestra in proscenio, il Marito la blocca).
UOMO (spaventato) Attenta! C’è il vuoto!
ANTONIA Sei impazzito? C’è il proscenio qui...
UOMO Sì, ma la scena finisce qui. (Indica la finestra).
ANTONIA Io sono nella finzione, sto raccontando la mia storia... esco dal personaggio, esco dalla scena... vado dove voglio. Non mi interrompere! Sto parlando con loro. (Al pubblico) Dicevo, temevo fosse esaurito... poi ho scoperto che aveva una vita sessuale intensissima. Con altre donne naturalmente. E quando, disperata, gli chiedevo (direttamente al Marito accorata): «Perché non mi desideri più... perché non vuoi più fare l’amore con me...» (al pubblico) lui scantonava!
UOMO Io scantonavo?
ANTONIA Sì, tu. (Al pubblico) Una volta ha tentato persino di dare la colpa alla politica.
UOMO (si siede sul davanzale con le gambe a penzoloni fuori dalla finestra) Io?
ANTONIA (spaventata) Attento! C’è il vuoto!
UOMO Sono nella finzione...
ANTONIA No, tu no! Tu sei al quinto piano! (Il Marito scende dalla finestra. Riprende il dialogo col pubblico) Dicevo, ha tentato di dare la colpa alla politica... Immaginatevi la scena... Siamo a letto... notte fonda... «Perché non vuoi far l’amore con me?» «Cerca di capirmi... non riesco... sono preoccupato... l’Italia va a rotoli. Il riflusso...»
UOMO Be’? Questo fatto del riflusso non me lo sono inventato io, è un fatto reale. Perché, non è vero forse che con il fallimento di tante lotte ci siamo sentiti un po’ tutti frustrati, col vuoto sotto i piedi? Ti guardi intorno e cosa vedi? Disimpegno, cinismo!


ANTONIA Bravo! C’è chi, deluso dalla politica, pianta famiglia e figli e si butta a fare il verde fanatico dell’ecologia... chi pianta l’ufficio e si apre un ristorante macrobiotico, e chi pianta la moglie e si organizza un casino... ad uso proprio! Tutta colpa della politica!
UOMO Sì, è un diversivo imbecille, lo ammetto, proprio da collezionista della scopata col vuoto a perdere... ma ti giuro che con te è diverso... (si avvicina alla donna e l’abbraccia, pieno d’amore) l’unica donna di cui non posso fare a meno sei tu... la più cara che ho al mondo... il mio rifugio sicuro... sei come... mia madre!
ANTONIA (lancia un urlo furibondo) La mamma! Lo sapevo! La mamma! Mi hai avanzato di grado! Grazie! Le mogli sono come i burocrati dell’amministrazione statale, quando non servono più si promuovono, si eleggono presidenti di qualche ente inutile: mamma onoraria appunto! No caro, preferisco essere degradata al ruolo di amante di passaggio! Sbattuta sul letto... desiderata! Me ne frega assai di farti da cuccia calda, tetta tenera!
La mamma!
Ma non ti rendi conto di quanto sei pesante, rozzo! Di quanto mi stai umiliando! Cosa sono? Una scarpaccia vecchia da sbattere al cesso?
La mamma!
Guarda che io mi posso trovare gli uomini che mi pare e piace. (Il Marito sorride sfottente). Hai poco da fare quel sorriso da marito sicuro di sé! Io te lo dimostro... Io ti apro un casino... sissignore, davanti al posto dove lavori. (Altra reazione del Marito). Batto il marciapiede avanti e indietro, con un cartello in testa con su scritto: «Qui, lavata, profumata, si offre in offerta speciale la moglie dell’ingegner Mambretti. Sconti favolosi cral, enal e arci».
UOMO Ecco cosa hai di bello tu!, riesci a mandare in vacca anche i miei momenti di onestà e di commozione sincera... Io cerco di aprirmi... di parlare... (Così dicendo si avvicina ad Antonia, le prende la mano e cerca di toglierle la pistola).
ANTONIA E allora perché non parli? Spiegati... fammi capire cos’è ’sta smania che t’è presa di farti una donna dietro l’altra...! Ti beccherai l’aids! E molla ’sta pistola!... Ti giuro che non mi sparo!
UOMO Parola d’onore?
ANTONIA Parola d’onore che non mi sparo... m’è passata la voglia. (L’uomo la lascia libera). Ho cambiato idea... è a te che sparo! (Punta la pistola verso il Marito).
UOMO Non fare scherzi!
ANTONIA Non scherzo affatto! (Spara un colpo di pistola «quasi» verso la testa del Marito).
UOMO (allibito) Ma sei impazzita?! Hai fatto partire un colpo! Per poco non mi prendi! Ma per me, la finzione non c’è mai?
ANTONIA Zitto! Mani in alto, faccia al muro! Fermo così! Parlo con loro (indica il pubblico) e ti ammazzo tra due minuti. (Al pubblico, tenendo sempre la pistola puntata verso il Marito) E allora, un giorno mio marito ha contrattaccato.
UOMO (con le mani alzate) Cos’hai fatto tu per evitare che tutto si riducesse al pancotto? E quando ho reagito e ho cercato emozioni, fuori dall’ambito familiare... incentivi, passioni, storie diverse, cosa hai fatto tu per capirmi?
ANTONIA Ma amore... perché non dirmi subito che avevi bisogno di emozioni... Perché cercarle fuori «dall’ambito familiare»... te le do io «nell’ambito familiare»... le emozioni... Ti sparo!... e so io dove... (Punta la pistola verso il sesso del Marito, che ha una reazione molto evidente. Al pubblico) Dicevo che mio marito ha contrattaccato, e cosa non è riuscito a tirare fuori... «Bisogna che parliamo di più io e te... il nostro rapporto si salva solo se cambia il nostro atteggiamento culturale...» Ha tirato fuori l’ipocrisia delle convenzioni borghesi, il moralismo infame...
UOMO Certo! La fedeltà è una cognizione indegna, incivile! L’idea di coppia chiusa, di famiglia, è legata alla difesa di grossi vantaggi economici... di patriarcato. (Le si avvicina) Insomma, quello che tu non vuoi capire è che io posso benissimo avere una relazione con un’altra donna e mantenere al tempo stesso, con te, un rapporto di amicizia... avere amore per te, tenerezza e soprattutto rispetto!
ANTONIA L’hai pensata tutta da solo, o hai fatto un convegno con Alberoni1? Hai detto ventotto banalità in tre secondi. Amicizia... rispetto... Regalali alla tua nonna questi sentimenti. Io voglio essere amata... strapazzata... sbattuta sul letto... voglio alzarmi con le occhiaie fino a qua! Amicizia, rispetto, stima! Ma basta! Piantiamola con ’sta coppia aperta! Non ci posso stare! Non posso pensare d’avere il marito, fidanzato in casa. Non ce la farei mai col mio carattere... Io sono possessiva... sono un «cancro», amore mio, sono un «cancro»!.... ascendente stronza! Già mi vedo la scena: suona il campanello, vado ad aprire. Chi è? Ah, il marito... e la graziosa chi è? «Permetti cara: mia moglie... la mia fidanzata». «Ma come sei carina! Che classe fai tesoro? Accomodatevi, la cena è pronta... Questa è la vostra camera da letto... che sarebbe poi la nostra... ma sta’ tranquilla io non ci sarò... dormirò sul divanetto col ginocchio in bocca. Mugolate, urlate, non preoccupatevi per me... mi metto la cera nelle orecchie: Calmor!» Questo vorresti? Non ci sto! La coppia aperta è un bidone! Ci hanno sbattuto la testa in tanti...
UOMO E chi se ne frega... proprio nel momento in cui gli altri falliscono, ci sbattono il muso, noi ci dobbiamo buttare, reinventarla per noi!
ANTONIA Reinventare la coppia aperta? (Gli punta contro la pistola) T’ammazzo! Fuori di casa! (Al pubblico) Ma alla fine mi ha convinta. Per salvare il nostro matrimonio, la nostra amicizia, il nostro privato, bisognava rendere pubblico il nostro letto! (Si siede sul davanzale della finestra e ci posa sopra la pistola, mentre il Marito si siede e legge il giornale). C’era il problema dei figli... «Ma i figli capiranno...» diceva lui... e incredibile, è stato proprio mio figlio Roberto, ventiquattro anni, che mi ha dato il coraggio di tentare: «Mamma basta, voi due non potete continuare così... finirà che vi scannate. Tu mamma non puoi continuare a essere un’appendice del babbo... devi costruirti una tua vita, una tua autonomia! Il papà va a donne, e tu, non per vendetta ma perché è giusto, sano, umano... ti trovi un altro UOMO...» (Con deciso accento napoletano) «Ma che dici... Roberto, figlio mio?!» Non so perché parlavo napoletano.
«Mamma piantala di fare la santa Maria Goretti della casa. Ti trovi un altro UOMO... uno simpatico, magari più giovane del papà... possibilmente un compagno... socialista, così ci sistemiamo per l’eternità. Tenta almeno, mamma! Ti aiuto io, mamma!»
E io, all’appello del «mamma», non ho saputo resistere e ho tentato. (Scende dal davanzale e si porta in proscenio).
Prima regola:... donne presenti in platea, da questo momento, prendete appunti... non si può mai sapere... le mie esperienze possono servire... prima regola, dicevo, via di casa!
Dopo anni di umiliazione, di disperazione... ho abbandonato la valle delle lacrime... mi sono trovata un’altra casa, questa. Ho preso tutti gli abiti della vita matrimoniale e li ho sbattuti via! Mi sono precipitata a rifarmi il guardaroba... Sono andata all’Upaim, detto anche Upim... Parlano tutti in inglese... mi devo adeguare... (entra nel bagno continuando a parlare)... mi sono comperata pantaloni sbragosi... gonne pirlose... Mi sono fatta una pettinatura in piedi, punk! Parevo la reclam delle penne Bick! Mi son fatta un trucco... viola! Ero orrenda! (Rientra in scena: indossa un maglione, calze nere e spiritosi scaldamuscoli) E anche la camminata... sì, perché lo sapete come ci si riduce quando ‘lui’ non ti ama più! Noiose, tristiiii! Piangiulente... anche un po’ gobbettine diventiamo! Io per esempio, mi ero completamente dimenticata di avere i fianchi... Abbandonata sì, ma i fianchi mi erano rimasti!... Non li usavo... non ancheggiavo... Camminavo per caduta, come un baccalà! Così (esegue una camminata in avanti): un cammellone artritico! Poi, non so perché guardavo sempre per terra... Chissà... forse nella speranza di trovare un cento lire che mi portasse fortuna... Niente! Soltanto cacche di cane! Ma quanta cacca fanno i cani! Che periodo nero! Mio figlio mi stava sempre intorno e controllava i miei cambiamenti... era molto soddisfatto: «Brava, mamma, andiamo bene... hai cambiato il guardaroba, la pettinatura... però sei grassa mamma, devi dimagrire mamma... devi diventare appetibile». E io: «Cosa sono, una gallina faraona!?» Mi teneva a pane e acqua. Dei digiuni!! Mi faceva ridere a me, il Ghandi. Affamata! Poi, correre! Footing! Che Dio stramaledica chi ha inventato il footing! Correvo come una pazza, mattina... pomeriggio... nei parchi... con una fame assatanata... Ero ridotta... che rubavo... la merenda ai bambini piccoli! Ho scoperto la Nutella! Com’è buona la Nutella! Finalmente sono dimagrita, mio figlio viene qui... io tutta speranzosa in un complimento... «Voltati, mamma...» Mi volto e lui: «Mamma, t’è crollato il gluteo e non torna su, non torna su!»
Sappiatelo ragazze: dopo i 38 c’è un crollo di gluteo inarrestabile!
«Figlio mio... che devo fare per il mio gluteo?»
E lui: «Cammina sulle punte».
Tutto il giorno così... (Esegue) Sembravo un re magio. Poi: rassodare le cosce! La ginnastica... detta anche «della ranona». Non ridete tanto donne... che domani vi vedo io per la strada a camminare così... E flessioni! Avevo i riflessi condizionati. Appena avevo un secondo: tack! Andavo a fare la spesa: «Un chilo di parmigiano» tack! «Dov’è signora?» «Sono qua, sono qua; sto rassodando il gluteo». Si preoccupava... parteggiava il mio salumaio... «Come va il gluteo oggi, signora?» «Un po’ meglio grazie...»
Be’, insomma, sono dimagrita, mi sono rassodata, ma... non trovavo nessuno lo stesso. Non so perché... Non piacevo... non mi vedeva nessuno! Ero come trasparente! Ci sono dei periodi così, no? Li avete provati anche voi?...
Nessuno, non trovavo nessuno!
Mio figlio mi diceva: «Mamma, per forza non trovi... sei tutta tesa... dentro. Devi rilassarti, ammorbidirti... devi diventare disponibile, proporti mamma. Quando vai fuori a cena con le amiche, gli amici, devi cercare di catturare uno sguardo».
Passavo delle cene così. (Mima di guardare fissamente qualcuno)
Non trovavo nessuno lo stesso. Non solo, ma quello che fissavo insistentemente, si spaventava. «Ma perché mi guardi così, sei fuori di testa...»
«No, no, niente...»
Volevo morire. Un periodo nero che non vi dico.
Poi ho scoperto di piacere a qualcuno: uomini dagli 80 ai 94 anni. Tutti i vecchi della mia zona erano lì che sbavavano per me.
Oppure giovani... giovanissimi – ce n’erano dell’età di mio figlio: ventiquattro anni. Ma cosa cercavano? La seconda mamma con rapporto Edipico? Via! Andavo in paranoia doppia!
Solo una volta ho avuto una storia... Che storia!
C’era un ragazzo... un compagno di scuola di mio figlio che veniva a casa mia... dalle elementari... a fare i compiti... la merenda... Poi ha continuato anche durante le medie, anche il liceo, l’università. Poi si è laureato e ha continuato a fare merenda a casa mia... Un giorno ero lì nella mia cucina che stavo preparando il suo panino... di spalle... lui era lì, seduto al tavolo... improvvisamente, nella mia cucina... che è anche piccola... ho sentito una roba! Un feeling! Una roba! «Il Richiamo della Foresta!!» Madonna di Dio! Mi giro e mi vedo lì ’sto ragazzo... stupendo! Bello!... Ma bello! Com’era bello!! Era lì che mi fissava tristemente... con questo occhio blu che... No, ne ha due di occhi... è un mio modo di dire l’occhio blu. Mi guardava in un modo!... Io mi sono sentita... Mi avvicino col mio panino attirata come se lui ci avesse la calamita... lui prende il panino e col panino prende anche la mia mano... e io: «Ma cosa fai?»... però ferma lì... non ho tolto la mano.


Lui morde il panino e con la bocca piena mi fa: «Ti amo».
E io: «Ma cosa dici?» Contenta che ero!
«Ti amo, ti amo, ti amo... dalle elementari!!»
«Ma perché non me l’hai detto prima?»
No, non è vero, l’ho detto adesso per farvi ridere. Ho fatto una scena! «Ma come ti permetti! Dire una cosa così a me... potrei essere tua madre. Vergognati! Fuori dalla mia casa! Basta panini, basta panini!»
L’ho cacciato, povero ragazzo... Com’era triste! Lui non si è rassegnato... mi faceva telefonate in continuazione... innamorato pazzo!... Piangeva, singhiozzava... Un dolore! Cosa vi devo dire? Sentire piangere e soffrire così questo povero ragazzo... Sono una mamma anch’io! Non ce l’ho fatta più. Un bel giorno gli ho detto: «Basta piangere!» Gli ho dato un appuntamento... in un luogo molto appartato... «Ci vediamo domani alle tre. Al cimitero»... sì... c’è un bel baretto... dove vado sempre dopo i funerali...
Notte in bianco... perché l’amore non ha età. Arrivo a ’sto bar col cuore che mi usciva. Lui era già lì che mi aspettava e mi fa un sorriso che guardate... non ho mai visto tanti denti tutti insieme in una bocca sola... Pareva un caimano. Mi veniva da dire «mordimi mordimi»... ma sono stata zitta. Mi siedo, arriva il cameriere e mi fa: «La signora cosa prende?... E suo figlio?» Volevo morire! Ma perché vogliono sempre stabilire le parentele. Cosa gliene frega a loro?
«Fernet doppio per me... per lui una gassosa col biberon».
Ho accusato un improvviso malore e sono tornata a casa.
UOMO Insomma, proprio una festa!
ANTONIA (sempre rivolta al pubblico) Invece questo mio marito, dopo che gli avevo dato l’ok: «Vai, coppio aperto, fai l’amore in pace», dovevate vederlo!
UOMO (al pubblico) Be’ sì, era l’effetto «coppia aperta». Non mi sentivo più perseguitato dal complesso di colpa... ero libero!
ANTONIA (al pubblico) Libero! Non camminava più neanche per terra... volava! Io andavo in paranoia doppia, lui sempre pieno di avventure travolgenti. Mi raccontava...
UOMO Ma scusa, eri tu che mi dicevi sempre: «racconta, racconta», e io ti raccontavo.
ANTONIA (al Marito) Sì, sono masochista! (Torna a dialogare col pubblico) In quel tempo lui aveva una relazione semifissa, quasi seria, con una ragazza sui ventisette, non bella, ma tanto intelligente e spregiudicata... per capirci... un’intellettuale di sinistra, sessantottina. Conoscete il tipo, no?
UOMO Perché lo dici con questo tono di disprezzo?
ANTONIA (al Marito) Io disprezzare l’intellettuale? Ero onorata... Mi culturizzavo! (Al pubblico) Lei amava tanto la mia cucina... mangiava, mangiava... come mangiava! Che come mangiano gli intellettuali, non mangia nessuno!
UOMO Sei cattiva!
ANTONIA (al Marito) Sì, sono cattiva... Ho la testa che non la reggo per le corna, lasciami essere almeno cattiva! (Al pubblico) Lei lo amava in un modo, al contrario di me, non possessivo. Infatti aveva una storia con un altro UOMO che a sua volta aveva una relazione con un’altra donna, la quale altra donna era sposata con un altro UOMO che aveva... Insomma, la catena di Sant’Antonio delle coppie aperte! Un lavoro! Nello stesso tempo aveva anche una storia con una ragazzina, molto carina... una golosona... mangiava sempre gelati... anche d’inverno... lei andava a scuola e lui (trattiene a stento il riso) l’aiutava a fare i compiti.
UOMO (al pubblico) Be’, era come un gioco, ci giocavo proprio con quella ragazzina!
ANTONIA (al pubblico) Sì, sì, giocavano a nascondino sotto le lenzuola: Bau! Cettete!
Lui mi raccontava...
UOMO Sai perché mi piace? Perché è matta, imprevedibile, fa i capricci, ride, piange, vomita i gelati ancora interi. Mi fa sentire un ragazzo a mia volta e nello stesso tempo un padre...
ANTONIA Un ragazzo padre!
UOMO Battuta facile...
ANTONIA (al pubblico) Stai attento che non resti incinta gli dicevo io. E lui: «Sì certo, io ci faccio attenzione, ma quando lei va con gli altri ragazzi io mica ci posso stare appresso a controllare... lei non vuole!» (Al Marito) Di’ che non è vero!
UOMO Sì, ma l’ultima era una battuta, è ovvio.
ANTONIA (al pubblico) Un giorno mio marito viene da me e tutto imbarazzato mi fa:
UOMO Senti, queste sono cose da donna... perché non accompagni tu Piera...
ANTONIA (al pubblico) Piera era la ragazzina dei gelati...
UOMO ... dal ginecologo a farsi mettere la spirale... forse tu riesci a convincerla... anzi, con te ci viene di sicuro...
ANTONIA (accondiscendente, al Marito) Ma sì... faccio da mamma alla Pierina... L’accompagno dal ginecologo e gli dico: «Signor ginecologo, metta la spirale alla fidanzata di mio marito». Speriamo che anche lui sia spiritoso come noi. (I due ridono divertiti, per un attimo, poi Antonia di colpo non ride più) La infilo a te la spirale... nel prepuzio! Così fai la pipì a girandola! (Mima con la mano una girandola in azione).
UOMO (al pubblico) Ecco come ha reagito! Proprio una bella coppia aperta... democratica. E questo è niente! (Alla Moglie) Racconta, racconta cos’hai fatto!
ANTONIA (al pubblico) Sì, non sono stata niente di spirito... Avevo appena aperto una scatola di pomodori pelati da cinque chili. Gliel’ho versata in testa e gli ho calcato il barattolo fino al mento. (Ride divertita) Bello era... pareva Lancillotto, pronto per un torneo sponsorizzato dalla Cirio... Poi, approfittando del suo momentaneo imbarazzo, gli ho preso una mano e gliel’ho infilata nel tostapane acceso! (Ride a crepapelle) Ah, ah...
UOMO (al pubblico) Mi sono rimaste le righe. Sembrava una paillard. Ho camminato una settimana con due foglie d’insalata tra le dita... per non dare nell’occhio. E poi le urla, gli insulti, proprio una bella coppia aperta, democratica!
ANTONIA (al Marito) E che pretendevi? (Al pubblico) Avevo già fatto dei passi giganteschi, per la mia educazione... verso la libertà centrifugata del sesso, ma pretendere che io, la moglie, mi mettessi addirittura a svezzare le sue amanti infantili! (Al Marito) Un po’ di stile, un po’ di rispetto! (Al pubblico) Non so cosa gli sia preso, prima non era così... era un UOMO. Senza disprezzo... era un UOMO... normale! Ma adesso... assatanato! Passa da una donna all’altra con una velocità!... Io ho fatto un’inchiesta... ho parlato con altre donne amiche mie... anche i loro mariti... sempre arrazzati! Deve essere un virus: l’arrazzococco. Anche la moglie del nostro portiere... è un arrazzato!... Sempre in cerca! Ma il fatto è che mio marito, non solo cerca... ma trova anche! È maniacale! Come certi cercatori di funghi... fissati, che van sempre per boschi e ne raccolgono tanti... li mettono sott’olio... li fan seccare... Soltanto che lui colleziona... (s’interrompe imbarazzata) non so come dire... colleziona... funghette... passere... passerine... topole.
Giuro, ormai per me è diventata un’ossessione... me le vedo dappertutto... al posto della saponetta nel bagno... oh... una topina... buongiorno! Mi infilo una scarpa... oddio che c’è? Un topo!! No, una topa! Me le vedo ’ste topine sparse per la casa... usate e poi abbandonate... che occhieggiano tristemente dai portaceneri pieni di cicche... Sono passerine giovani, intelligenti, banali, stupide, buone, cattive, stupende, magre, grasse...
Come le tengo vive?
Le annaffio. Il liquido apposito, vivificante, me lo passa la banca del seme, di cui mio marito è socio onorario.
UOMO (ad Antonia, seccato) No, questo è troppo! Basta! Piantala! Per il piacere di mandare in estasi (indica il pubblico) tre o quattro fanatiche antimaschiliste viscerali, mi stai facendo addirittura il linciaggio!
ANTONIA Sì, è vero... per il piacere del paradosso ho esagerato.
UOMO Chiamalo paradosso! Eccomi qua, ridotto a uno spione di sederi! Il classico Priapo-genitale assolutamente incapace del minimo sentimento... tutto fotti-fotti! Ma prima ti sei guardata bene dall’accennare al fatto che io, con molte di quelle donne mi ci ritrovo anche solo per parlare e non necessariamente a letto!
ANTONIA Ma se sei tu che mi hai sempre detto: sesso!, è soltanto sesso!
UOMO Certo, perché sono sicuro che se ti dico che fra di noi c’è soprattutto del sentimento ti incazzi ancora di più! (Esce di
scena).
ANTONIA È vero. Il sesso disturba, ma meno del sentimento... Devo ammettere che ogni volta che gli raccontavo del mio blocco imbecille (indossa la gonna) dell’impossibilità di avere un rapporto con un altro UOMO... fidanzarmi anch’io «in casa», non riuscivo... Lui mi spingeva da compagno comprensivo... sincero!

Rientra il Marito, si porta alle spalle di Antonia.

UOMO (con enfasi da teleromanzo) Dal momento che hai scoperto che io non sono l’uomo giusto per te, fatti un’altra vita. Devi trovare uno come si deve, perdio! Te lo meriti, sei una donna straordinaria...
ANTONIA (al pubblico) «Dallas»! (Al Marito) No, no, ti prego... io non posso... lasciami... se tu non vuoi più stare con me, non fa nulla, preferisco stare qui... sola... nella mia casa... sono serena.
UOMO (al pubblico) E poi scoppiava a piangere e si voleva ammazzare! (La donna salta di nuovo sul davanzale della finestra afferrando anche la pistola). Fermati! Ma che ti prende ancora? Ragiona... non fare pazzie! (Nel tentativo di fermarla, l’afferra per la gonna che nello strappo scende fino ai piedi).
ANTONIA (tragica) Non farmi morire senza la gonna! Voglio morire! Non ce la faccio più! (Col pianto in gola) Anzi, scusami se ti metto sempre di mezzo a darti angoscia... tu non c’entri... sono stanca... delusa... la vita... la politica... il condominio... non ce la faccio più... mi butto... mi butto... e intanto che precipito... mi sparo! (Si porta la pistola alla tempia).
UOMO Antonia, ragiona! Ma perché non cerchi di guardare le cose con un po’ di distacco... comportandoti da persona normale! (Esce di scena).
ANTONIA (scende dalla finestra) Ed è arrivato il giorno che finalmente l’Antonia si è comportata da persona normale. (Si leva la gonna e la getta sul divano; mentre parla fa esercizi ginnici) Mi sono trasferita in questa casa. Mi sono trovata un lavoro. È importantissimo lavorare... stai in mezzo alla gente, non ti piangi addosso... sei indipendente... Via! Fuori! La mattina esci di casa, prendi il tuo bell’autobus. Ma sai la gente che conosci in autobus!... Nessuno! Ti danno spintoni, ti toccano il sedere e pure ti scippano! Ma vedere... già la mattina presto, tutta ’sta umanità incazzata... ristora. Una goduria! Non mi faceva più sentire l’unica disperata nel mondo. La sera no, la sera morivo.
Televisione! Televisione! Pubblicità! E allora mi sono detta: «Basta, un colpo di vita!» Sono uscita anche alla sera. (Continua con gli esercizi).


Sono andata al comitato tossicodipendenti della zona... Non che fosse una festa... ma mi sentivo utile. Mio marito (entra in scena il Marito indossando un soprabito e una lunga sciarpa di seta bianca) che, nonostante tutti i suoi grandi amori, non aveva mai smesso di venire per casa, due volte al giorno... a mangiare... si era accorto che di giorno in giorno apparivo più distesa... «Con chi ti vedi... chi hai conosciuto?»
UOMO Be’, soprattutto mi ero stupito del fatto che non ti interessassero più le storie delle mie avventure...
ANTONIA (al pubblico) In compenso, era lui che s’interessava delle mie: «E dove vai... Con chi ti vedi?»
UOMO (al pubblico) E lei negava, negava sempre!
ANTONIA (al Marito) Più che negare, io svicolavo come facevi tu in principio... (Al pubblico) Non mi andava di parlarne... era una reticenza naturale: «Il marito è sempre il marito». Poi un giorno mi sono decisa e gli ho detto (al Marito): «Sai caro, forse ho trovato l’uomo giusto!»
UOMO Ah, sì? E chi è?
ANTONIA (al pubblico) Fa lui, e di botto è andato in apnea, col fiato mozzo!
UOMO (seccato, alla Moglie) Per forza! Mi hai preso in contropiede, mi sono sentito strizzare lo stomaco e mi si è gonfiato il ventre...
ANTONIA (al pubblico quasi sottovoce) Ah sì, dimenticavo... mio marito ha una malattia bizzarra... aerofagia nervosa. Quando ha una forte emozione... anche il giorno del matrimonio ero così preoccupata!, gli si gonfia il ventre e nel silenzio... È molto sfortunato... dopo le sue emozioni scendono dei silenzi tremendi... e nel silenzio: «prot... prot!»
UOMO (getta sul divano il soprabito con rabbia, tenendosi però la sciarpa appoggiata sulle spalle) Già che ci sei, perché non lo fai ascoltare in stereo? (Canta) Prot, prot prot prot!
ANTONIA (al Marito) Spiritoso! Avanti, rifacciamo tutta la scena per loro.
UOMO Sì, stavamo giocando a carte... il mazzo lo facevo io.

Siedono sul tavolo basso; il Marito mischia le carte nervosamente.

ANTONIA La prima battuta è mia. Ho detto: «Sai caro, forse ho trovato l’uomo giusto».
UOMO Ah, come mi fa piacere!... credimi, sono proprio contento per te! (Dal nervosismo le carte gli cadono di mano).
ANTONIA (al pubblico) Prima caduta di carte.
UOMO L’uomo giusto. Finalmente! E chi è? Cosa fa? (Raccoglie le carte).
ANTONIA Non immagini nemmeno... tanto per cominciare, non è del nostro ambiente.
UOMO Ah, no? Be’, preferisco.
ANTONIA È un professore... di fisica...
UOMO (con malcelato disprezzo) Insegnante? Be’, non si può avere tutto dalla vita!
ANTONIA Stai attento! Ha una cattedra alla Normale di Pisa.
UOMO Un libero docente? Caspita!
ANTONIA E lavora come ricercatore nucleare all’Euratom di Ispra.
UOMO Nucleare?! (Gli ricadono le carte; le raccoglie e le distribuisce. Sfottente) È un attivista? Scommetto che ti ha già fatto firmare la lista per le nuove centrali atomiche.
ANTONIA No, lui è contrario a tutte le centrali atomiche che si installano nel mondo; sono pericolose, dice. Contesta! È politicizzato, atomico, spiritoso. Mi fa impazzire! E poi ho scoperto una cosa incredibile: è stato proposto per il premio Nobel. (Getta le carte sul tavolo) Ho chiuso in mano!
UOMO L’amante di mia moglie quasi Nobel!... È un grande cervellone allora!
ANTONIA Come dire... non saprei... È tutto cervello: cervello... con due piedi.
UOMO È bello... è bello scoprire di avere dei geni in famiglia. Sono molto onorato!
ANTONIA (al pubblico) E dall’onore gli è cascato il labbro sinistro di tre centimetri per una paralisi nervosa durata tre giorni.
UOMO (molto imbarazzato) Scusa la domanda indiscreta... siete già stati insieme... voglio dire... avete già fatto l’amore?
ANTONIA (al pubblico) E formulando questa domanda, lui, il marito spregiudicato e sciolto, il «coppio aperto», è andato di nuovo in apnea... prot... prot.
UOMO (seccato) Finiscila con i dettagli! E rispondi alla domanda.
ANTONIA Vorrei dirti di sì... ma è: no!... ma...
UOMO (trattenendo il respiro) ... ma...
ANTONIA Ma è no.
UOMO (con malcelata soddisfazione) Niente amore? Perché? (Pieno di comprensione) Cosa c’è che non va?
ANTONIA Niente... ne sento anche il desiderio, ma non sono pronta. Lui è stato straordinario... ha capito subito...
UOMO Ha capito? Cosa ha capito?
ANTONIA Che non ero pronta. Mi ha detto: «Eurenia».
UOMO (sfottente, con misura) Eurenia? Perché, non ti chiami più Antonia?
ANTONIA Sì, mi chiamo ancora Antonia... ma lui... mi chiama Eurenia... È una particella vitale del plutonio. È un fisico... Cosa vuoi, che mi chiami «tesoro» come l’idraulico?
UOMO Perché, l’idraulico ti chiama tesoro?!
ANTONIA Ma no! È per dire che non è banale come te... come me... «Eurenia, è una cosa troppo importante questa nostra storia, per bruciarla così. Abbiamo bisogno di fiato... abbiamo bisogno di respiro».
UOMO (preoccupato) Ma allora è proprio una cosa seria con l’atomico...
ANTONIA Penso proprio di sì. Perché? Preferiresti che fosse da morire dal ridere?
UOMO (calmo e ragionevole) Ma perché? Sono stato io a darti i consigli... e sono stato io a dirti come ti dovevi comportare. So essere anch’io un essere civile, sai... democratico e comprensivo... (Fa un urlo terribile, perdendo il controllo di sé) ahaaah! Sono uno stronzo! Guarda qui: sono tutto sudato! Mi sento proprio il prototipo perfetto del maschio di merda!
ANTONIA Be’... la coppia aperta ha i suoi svantaggi. Prima regola: perché la coppia aperta funzioni, deve essere aperta da una parte sola: quella del maschio! (Trattenendo a fatica il riso) Perché... se la coppia aperta è «aperta» da tutte e due le parti... ci sono le correnti d’aria! (Ride a crepapelle).
UOMO L’hai detto. Tutto mi va bene finché sono io a mollarti: ti uso, ti butto, ti scarto, ma guai se qualcuno si permette di raccoglierti! Se un figlio di puttana si accorge che tua moglie è ancora affascinante, se pur abbandonata, la desidera e l’apprezza, allora c’è da impazzire dal rodimento! Per di più scopri che il raccoglitore infame è anche più intelligente di te, plurilaureato, spiritoso... democratico...
ANTONIA Non ti sbattere giù cosí, caro...
UOMO Cristo! Manca ancora che suoni la chitarra e canti il rock!
ANTONIA (allibita, dopo un attimo di pausa) Lo conosci?
UOMO Conosco chi?
ANTONIA Aldo, il professore... Mi hai fatto pedinare!
UOMO Pedinare? Ma che dici?!
ANTONIA E come fai allora a sapere che suona la chitarra e canta il rock?
UOMO (sbalordito) Perché... suona la chitarra e canta il rock?
ANTONIA Sì. Chi te l’ha detto?
UOMO Ma nessuno! L’avevo detto così, per caso... e ho indovinato! Ma porca di una miseria! L’atomico che canta! E io sono pure stonato! (Ironico) Ad ogni modo, un cervellone della sua età... che si mette a fare il verso a Lou Reed...
ANTONIA Perché della sua età? Ha trentotto anni... dieci meno di te. E poi non fa affatto il verso a Lou Reed. Ha uno stile tutto suo... suona il pianoforte come un angelo... la tromba con la bocca... la chitarra... imita lo slang americano (canta alla Armstrong): ai ui scia nu do ne old girl i my drink...
UOMO Ah sì? Rifà lo slang americano... è libero docente a Pisa, è dirigente all’Euratom di Ispra... scommetto che dorme sul pomo del letto, come Eta-beta!
ANTONIA Compone anche.
UOMO Me lo stavo chiedendo: chissà se compone? Compone.
ANTONIA Sì, musica e parole... ha scritto due o tre canzoni di grande successo. (Con un certo imbarazzo) Ne ha composta una anche dedicata a me. Che canzone!... Vorrei tanto cantartela ma non riuscirei mai a cantare a mio marito... la canzone che il mio nuovo amore ha scritto per me. Mai! (Sullo stesso tono) Fa così. (Accende il registratore) Troppo bella! Ascolta...

Una voce maschile canta:

E tu eri già lì...
Non avevo ancora formato il numero... il numero dei miei desideri e tu eri già lì... splendida...
sul quadrante dei miei pensieri con la velocità d’un componitore telefonico tu sei arrivata interferenza bellissima, splendida...
m’hai mandato in tilt tutti i relé
m’hai mandato in tilt tutti i relé...
oh yes!

UOMO Bella. Più che da un ingegnere nucleare sembra scritta da un tecnico della Sip...
ANTONIA (divertita) Ah, ah, per via dei relé... hai ragione, non ci avevo pensato, glielo voglio proprio dire appena lo vedo!
UOMO (teso) Quando lo vedi?
ANTONIA Fra poco... a colazione.
UOMO A colazione? Di già? (Si mangia nervosamente le unghie).
ANTONIA Sì, passiamo insieme il week-end. Ti spiace? Scusami caro... ho solo un’ora per vestirmi. (Entra in bagno).
UOMO Ma perdio, se è così importante per te, se ci stai bene insieme, cosa aspetti ad andare a vivere con lui?
ANTONIA (dal di dentro) No, no, per carità... Non farò mai più la fesseria di rimettermi in coppia fissa con un uomo.
UOMO Neanche se... faccio così per dire... se te lo riproponessi io?
ANTONIAMai! Ho sofferto troppo. (Spunta appena dal bagno vestita a metà) Ti sento nervoso. Ti stai mangiando le unghie da un’ora. Sei arrivato alla seconda falange, amore... Beviti un po’ di Schnaps danese... distende... (Ritorna nella stanza da bagno).
UOMO Che schifo!
ANTONIA (dal di dentro) La Schnaps?
UOMO No, la Schnaps è buona, sono io che faccio schifo. (Si versa da bere) Del resto l’ho voluto io... mica ci posso fare niente. Sono stato io a proporti la coppia aperta, e non posso pretendere che tu torni indietro solo perché a me secca. È un tuo diritto sacrosanto organizzarti una tua vita! (Tra sé) Dio le stronzate che sto dicendo! (Ad Antonia) Ma scusa, a te il rock non faceva vomitare? Roba da psicopatici, deficienti, dicevi. Appena sentivi il bambambatapang trun trun del sound, ti veniva il mal di stomaco!
ANTONIA (esce dal bagno: indossa una camicetta e completerà più avanti il suo abbigliamento indossando la gonna che già conosciamo. Si sta pettinando: ha tutti i capelli cotonati «in piedi» alla punk) Certo, era l’atteggiamento imbecille che si ha verso tutto quello che è nuovo, che non si riesce a capire... Mi comportavo come la mia nonna.
UOMO E non è che adesso dici che ti piace il rock perché è di moda... fa giovanile, vivace e lo suona il professore. Tutti ’sti cambiamenti sul post-moderno. Di’ la verità: è lui che ti ha dato la dritta.
ANTONIA Eh già, se una donna migliora, si trasforma, dietro ci deve essere sempre l’uomo, il Pigmalione di turno... Che mentalità cogliona! (Squilla il telefono).
UOMO Se è qualcuna delle mie donne, rispondi che non ci sono, che non sono qui.
ANTONIA Perché?
UOMO Così... non mi va di parlare.
ANTONIA Si rifiuta all’harem! (Risponde al telefono) Pronto? (Con voce ispirata) Ciao... ciao... Santo cielo, perché telefoni?... Che spavento! Credevo di essere in ritardo... (Al Marito, coprendo con la mano la cornetta del telefono) È lui!
UOMO Lui chi?
ANTONIA Vai via! (Al telefono) Sì, sono quasi pronta... (Spaventata) Vieni tu? Qui a casa? Tra quanto?... Mezz’ora... (Imbarazzata) No, no... sono sola... sono solissima... (Sempre più imbarazzata) Sì... te lo dico (intensa): tanto! (Il Marito che sta bevendo, spruzza un gran getto di Schnaps, annaffiando tutt’intorno). Sì, va bene, te lo dico per intero (si nasconde alla vista del Marito infilandosi sotto al tavolo basso): ti amo tanto! Ciao... ciao... (quasi miagolando) ciao. (Sbatte violentemente la cornetta sul telefono) Potevi fare anche a meno di stare a guardarmi con quegli occhi, maledizione! Mi hai messo in un imbarazzo tremendo! Sembravi il Minotauro!
UOMO Perché hai detto che sei sola? Ti seccava forse fargli sapere che c’ero io?
ANTONIA No... Sì, mi secca.
UOMO Hai capito! Scopriamo che il cervellone è geloso!
ANTONIA Geloso! Non dire cazzate! Beviti la tua Schnaps e vattene.
UOMO Andarmene? Perché?
ANTONIA (infilandosi la gonna) Non hai sentito? Sta per arrivare qui «lui»!
UOMO (scaldandosi) Ma che è? Si scambiano le parti adesso? È il marito che se ne deve andare per non farsi sorprendere dall’amante? (Pieno di soddisfazione) Allora è vero: è geloso di me!
ANTONIA Non è affatto geloso. Il fatto è che non mi va che vi incontriate.
UOMO Antonia, io ti capisco... tu hai paura che incontrandolo, scopra che non è poi quel fenomeno che dici... anzi... che non mi piaccia: «È tutto qui? (Abbassa la mano a indicare un UOMO di bassissima statura) Che delusione!»
ANTONIA Prima di tutto alza la mano, perché l’atomico non è un nano! Se vuoi sapere la verità... è che ho paura... che sia «tu» la delusione per l’atomico.
UOMO (allibito) Come, come?
ANTONIA Tu mi devi capire... io, alla mia età, trovo un UOMO più giovane di me... che s’innamora pazzamente! Un atomico! Cinque lauree...! Neanche una ad honorem... Tutte sue. Insegna alla Columbia University, alla New York University e io gli vado a dire... «Sai, mio marito... l’ingegner Mambretti...» a un quasi Nobel!... Io gli ho fatto un ritratto di te... non molto vicino all’originale... Gli ho detto che sei super intelligente... super spiritoso, super generoso...
UOMO Ah, perché io non sarei...
ANTONIA Tu? (Il Marito le volta seccato le spalle, va al tavolo e si versa un grande bicchiere di Schnaps e beve). Non fare così, caro... Hai anche tu tante cose buone... Io ti voglio bene come sei... ti ho sposato che ero una ragazza... non capivo niente... non mi sono accorta di niente... Ma ormai sono cambiata... e chi mi conosce come sono oggi, non può immaginare come una donna come me... abbia potuto vivere per tanto tempo... con un uomo come te! (Altra «sbruffata» di Scbnaps del Marito. Antonia molto risentita) Non mi inumidire la casa! Non stiro più! (Entra in bagno).
UOMO (sbalordito) Ma ti rendi conto di come mi stai offendendo?
ANTONIA (dal di dentro) Cerca di capire, caro...
UOMO Ma chi ti credi di essere?
ANTONIA (rientra in scena con un paio di stivali in mano) Sono un’altra donna!
UOMO (non riesce più a frenare la sua ira) Sì, ma nel senso che ti sei stravolta! Ti ha dato di volta il cervello per via che frequenti gli snob, rocchettari e stronzi! Stronzi, con su il crème-caramel! stronziii!
ANTONIA (al pubblico) Com’è fine! È un lord. (Al Marito con molta calma) L’aspettavo la scenata madre, caro coppio aperto! A parte che con quella sciarpetta lì non puoi fare scenate... sei ridicolo... mi fai ridere... (Trattiene a stento il riso) Sembri un prete che va a benedire le case per Pasqua...
UOMO Basta! basta! Io non ce la faccio più, basta! Io ti ammazzo! Io ti strozzo! (S’avventa contro Antonia e con la lunga sciarpa tenta di strozzarla. I due nella colluttazione cadono a terra. Di colpo il Marito si blocca, spaventato) Dio mio, che ho fatto?!
ANTONIA (allibita) Ma sei scemo? Venire a suicidarmi in casa mia!
UOMO Guarda, guarda cosa mi hai fatto fare!!
ANTONIA Io?!
UOMO Sì, è tutta colpa tua!
ANTONIA E mi pareva a me!
UOMO Tu non fai altro che provocarmi...
ANTONIA Io?!
UOMO Sì, tu! Ma ti rendi conto che io ti volevo ammazzare... capisci? (Gli tremano vistosamente le gambe).
ANTONIA Ho avuto il dubbio!
UOMO Disprezzi... umilii... provochi... Ma guarda in che stato mi hai portato!
ANTONIA Cosa ho provocato cosa, io Cosa ti ho detto in fin dei conti? Ti ho detto che avevi su una sciarpetta che parevi un prete. Mi devi strozzare perché ti ho detto che hai su la sciarpetta da prete? Cosa mi avresti fatto se ti avessi detto che avevi la sciarpetta da vescovo? (Furiosa) Non far tremare le gambe! Se stai male, crepa! (Consumando la battuta, calza gli stivali e nella confusione infila lo stivale destro sul piede sinistro e viceversa. Materna) Smettila! Guarda, ti si sta gonfiando il ventre a vista d’occhio... Adesso da bravo... vai in bagno, ti scarichi bene e poi vai a casa tua.
UOMO (esasperato) Finiscila!
ANTONIA Se ti offende tanto andare in bagno, scaricati qua. È un po’ d’aria, dopo tutto! (Indica il pubblico) Mi dispiace per loro che non ti conoscono...! Per me non preoccuparti... io sono la mamma! (Si dirige camminando con fatica verso il giradischi) Anzi, ti metto uno slow che aiuta il rilassamento. (Si blocca preoccupata per la difficoltà che trova nel camminare).
UOMO Basta! Sei una carogna!
ANTONIA Oddio... che mi succede... ho una malattia nuova... mi sento tutta rivoltata. (Si accorge di aver calzato gli stivali al contrario: se li sfila velocissima, ricalzandoli come si deve) Guarda che mi fai fare...! (Al pubblico) E voi che non mi dite niente! (Al Marito) Sono io la carogna, eh! Io cerco di sdrammatizzare... Vuoi che ti dica la verità? Sto morendo di paura. Avevi degli occhi! Che occhi! Sembravi papa Wojtyla quando gli parlano degli antifecondativi.
UOMO Sì, lo immagino, ma mi sono sentito stroncato... All’idea che tu mi volessi piantare per sempre mi sono sentito così disperato... (Cerca di abbracciarla) Antonia, io ti amo!
ANTONIA No, che fai... devo uscire... lasciami...
UOMO Ti prego, spogliati... baciamoci...
ANTONIA (cerca di liberarsi dall’abbraccio del Marito) Lasciami, ho un appuntamento.
UOMO Facciamo l’amore subito... ti spoglio io... (Le toglie la gonna, gli stivali e sospingendola la obbliga a distendersi sul tavolo senza accorgersi del telefono che si trova proprio sotto la schiena della donna).
ANTONIA (urla, soffocata dai baci dell’uomo che le si è disteso sopra) Il telefono... il telefono...
UOMO (risponde al telefono) Pronto? (Alla Moglie) Non c’è nessuno... (Riprende ad assaltare Antonia che è riuscita a mettersi all’impiedi) Io ho bisogno che tu mi dimostri...
ANTONIA Che ti dimostri cosa?

Ora i due sono vicinissimi.

UOMO Che io valgo ancora qualcosa per te...
ANTONIA (abbracciandolo strettamente: con passione) Sì, ho capito... è questione di amor proprio... di gratificazione... (Mentre Antonia parla, l’uomo, standole avvinghiato e baciandola, ormai sicuro della vittoria, si slaccia i pantaloni e se li lascia scivolare fin sulle scarpe). Sì... io ti amo! Tu sei il solo... tu sei l’unico! Tu sei il più grande... stronzo!
UOMO (si stacca da Antonia allibito) Ma sei impazzita? (Riprende il controllo e per darsi un contegno si allaccia la giacca senza rendersi conto di stare in mutande).
ANTONIA Bravo! Allacciati la giacchetta... Ma guardati lì, con giù i pantaloni... fai pietà! Ma cosa ti credi di essere?... Il vescovo di Uccelli di Rovo?
UOMO (si riveste imbarazzato) Ma io ti amo! Che ho fatto dopo tutto? Ho chiesto solo di fare l’amore con te!
ANTONIA (al pubblico) Ha chiesto niente! (Al Marito) Quanti anni sono che non sai nemmeno se sono al mondo... bionda, nera, viva, morta e adesso... perché c’è l’atomico... il pericolo atomico... day after... bisogna fare l’amore di corsa... sul tavolo corto... col telefono infilato nella costola. (Al pubblico) E poi parla di coppia aperta! (Al Marito) Io ti ho capito... tu vuoi solo ritornare in possesso di quel che è tuo, per legge! Tu puoi imprestarmi... se lo stabilisci tu, ma non cedermi! Se tu potessi, mi metteresti un marchio a fuoco sul sedere con le tue iniziali, come a una manza! Proprietà privata! (Si riveste indossando gonna e stivali).
UOMO Esagerata! Parli come una di quelle femministe vecchia maniera... Che fai, ti rivesti?! Allora non vuoi proprio? È tutto finito... Tutto chiuso? (Perentorio) Antonia, si può sapere cosa ti sta prendendo?
ANTONIA (lo guarda allibita) Chissà cosa mi prende?!
UOMO Mi sembri completamente partita per la tangente... mi sembri diventata... non so come dire... ecco, completamente estranea... di un altro mondo. Io ti voglio come prima. (Addolcendosi) Cerca di ritrovarti... La stessa che mi insulta... che dice parolacce... che si vuole buttare dalla finestra, che mi spara... senza prendermi. Questa, è l’Antonia che preferisco... ritrovati!... Antonia, ritrovati!
ANTONIA «Ritrovati Antonia! Torna a essere la mia Antonia disperata... Sparati il lunedì, buttati dalla finestra il giovedì, impiccati il venerdì... sabato e domenica riposo: devo andare a donne. Ritrova il tuo io, Antonia!»
Come sei banale! Tutto l’illuminismo imbecille, da carta dei cioccolatini. (Disperata) «Antonia, trova il tuo ego!» (Altro tono) «Non posso uscire oggi... non trovo il mio “Io”! (Altro tono) L’Ego! Chi mi ha toccato l’Ego? Era qui, vicino al telefono... non trovo più l’Ego!... chi mi ha preso l’Ego?» «Signora, ha visto passare me stessa?» «Sì, era in bicicletta, col suo complesso di Edipo sulla canna!»
UOMO Senti, senti!, che ironia, che linguaggio, che lessico! E poi s’incazza se dico che è il professore che le ha fatto scuola.
ANTONIA (guarda l’orologio) Caro, mezz’ora è già passata. Su, vattene... ti telefono quando torno... (L’uomo si dirige alla porta d’ingresso). No, non da lì, esci dalla porta della cucina... Ti ho detto che non mi va che vi incontriate.
UOMO (risentito) Ah, pure dalla porta di servizio mi vuoi scaricare! Da marito sono sceso al ruolo di fornitore: il ragazzo del salumaio!
ANTONIA E va bene, se sei tanto permaloso esci da dove ti pare, basta che ti sbrighi!
UOMO No!
ANTONIA Come no?
UOMO Ci ho ripensato. Lo aspetto, voglio proprio vederlo in faccia!
ANTONIA Ma tu mi avevi promesso...
UOMO Non ti avevo promesso un bel niente! È mio diritto sacrosanto conoscere l’amante di mia moglie. Voglio vederlo negli occhi e se, quando mi guarda, accenna una smorfia di disprezzo e fa la pantomima del rockettaro che schitarra, gliela spacco in testa la chitarra!
ANTONIA Per l’ultima volta, molto seriamente... ti prego... vattene via... non mi rovinare tutto...
UOMO No!
ANTONIA (molto seria, con delusione e rabbia contenuta) Lo sapevo. Lo sapevo... Hai fatto l’impossibile per convincermi ad accettare ’sta schifezza di coppia aperta. Ho rischiato di morire... ma sul serio... di finire in manicomio... e poi, per non crepare di malinconia... di umiliazioni... di solitudine... mi sono adattata a cercarmi un altro UOMO. Lo trovo... lo amo... lui mi ama e adesso tu mi vuoi rovinare tutto mostrandoti a lui... rozzo, meschino e volgare quale sei... e gli vuoi spaccare anche la sua chitarra in testa! Ma allora me lo devi dire, per me non ci deve essere futuro. Qua devo stare... a fare andare la coda quando ti vedo. (Determinata) Hai capito male... Io ti fotto... Io mi ammazzo... Il gas, apro il gas... (Corre verso la cucina).
UOMO (bloccandola) No, ferma! Risparmia il gas. Sono io che me ne vado, così ti levo il fastidio di presentarmi... per sempre!
ANTONIA Ti ammazzi?
UOMO (afferra la pistola) Quando facevi la sceneggiata tu, era sempre scarica, ma stavolta i proiettili ce li metto io (esegue) ecco, il caricatore è pieno.
ANTONIA Per forza, non hai mira. Ti ci vogliono almeno sei proiettili per beccarti il cuore... (Al pubblico) Ma io ero ridicola come lui quando tentavo di ammazzarmi? (Al Marito) Dài qua, non fare l’imbecille. (Cerca di disarmarlo).
UOMO Lasciami stare! M’ammazzo! (Tenta di portarsi la pistola alla tempia).
ANTONIA Dammi la pistola!
UOMO Lasciami in pace!
ANTONIA Veramente? Non vuoi essere bloccato?
UOMO No!
ANTONIA Fai pure... Ammazzati. (L’uomo ha la pistola puntata alla tempia, ma non spara). Spara! Eh no, adesso ti ammazzi veramente. Non puoi fare questa figura davanti a tutti (indica il pubblico) hanno pagato il biglietto... tu adesso muori! Pazienza... domani sera cambierò attore... Su, sparati! (Smette di scherzare) Adesso basta! Dammi la pistola... piantala! (Cerca di disarmarlo: nella colluttazione, parte un colpo) Cretino! Hai fatto partire un colpo!
UOMO Be’, niente di male, è andato a vuoto...
ANTONIA Mica tanto a vuoto... m’hai beccato un piede!
UOMO Oh, mi dispiace! (Le passa la stampella).
ANTONIA (al pubblico) Quello che c’è di buono in questa casa è che una stampella non manca mai! (Al Marito) Sei un disastro, un incapace! Non sei nemmeno in grado di suicidarti per tuo conto senza coinvolgere la moglie! (Si va a sedere e si toglie lo stivale dal piede colpito).
UOMO (mortificato) Hai ragione, sono un fallito.
ANTONIA Senti fallito, qui sanguina, va’ in bagno a prendere qualcosa.
UOMO Sì, sì, vado subito... Non è niente Antonia... è solo di striscio. (Entra in bagno e torna immediatamente con lo scaldamuscoli che indossava Antonia. Le si avvicina e glielo annoda intorno al piede).

Si percepisce il rumore dell’acqua che riempie la vasca.

ANTONIA Certo, perché il piede è il mio non è niente, fosse il suo... sei autoambulanze, otto medici... la mamma... (Osserva sbalordita lo scaldamuscoli annodato intorno al suo piede) Sono contenta! Sono molto contenta... Lo scaldamuscoli per le ferite di arma da fuoco è quel che Dio fece! Speriamo mi venga un’infezione! Sei tu che hai aperto l’acqua in bagno?
UOMO Sì, io.
ANTONIA Se ti scappa di darti una lavatina perché non vai a casa tua!
UOMO (drammatico) A casa non ho una vasca e con la doccia non funziona.
ANTONIA (interdetta) È un quiz? (Furente) Vattene, o ti ammazzo a stampellate. (Gli lancia contro la stampella).
UOMO Non ti darò molto fastidio, vedrai. Quando il tuo cervellone arriva, ti potrai far aiutare da lui a tirarmi fuori dalla vasca. (Entra in bagno iniziando a spogliarsi).
ANTONIA Perché io e il cervellone dovremmo tirarti fuori dalla vasca?
UOMO (si affaccia alla porta del bagno: è a torso nudo) Perché da sola non ce la faresti: i cadaveri pesano! (Rientra in bagno).
ANTONIA (finge disperazione) Ohoohh! Che dolore! Che dolore! Che dolore! Mio marito che si suicida... nella mia vasca da bagno... con in testa la mia cuffietta di plastica rosa a fiorellini per non bagnarsi i capelli! (Cambia tono) Guarda che per affogarsi nella mia vasca da bagno, piccola com’è, ci vuole una forza di volontà che tu non hai. Figurati, riuscire a startene sott’acqua col naso tappato, e autosoffocarti... ci vuole una grande determinazione! Non ce la farai mai col tuo carattere!
UOMO (si riaffaccia con in mano il fon) Non temere, non ci saranno ripensamenti. Una volta dentro la vasca, con in mano l’asciugacapelli, con la spina inserita nel 220, mi basterà far scattare la qui presente levetta e: pataflamm! una gran fiammata e oplà, fulminato!
ANTONIA Ho capito. Ieri sera hai visto Goldfinger in Tv.
UOMO Non ho bisogno di film, né di professori di fisica io, per farmi venire delle idee, le ho da solo, io, le idee!
ANTONIA Hai le idee stronze, tu!
UOMO Va bene, adesso scusa, ma mi devo preparare. (Entra in bagno chiudendosi la porta alle spalle) Mi devo spogliare.
ANTONIA (sfottendolo) Ti suicidi da nudo? (Si avvicina alla porta del bagno).
UOMO (dal di dentro) Certo, ho anch’io il mio stile! Mica pretenderai che entri nella vasca con giacca e pantaloni!
ANTONIA (bussa alla porta del bagno) Va bene, forse ho sbagliato, ho esagerato nell’umiliarti. Esci, ragiona! Parliamone... da gente civile. Esci! (Sbircia dal buco della serratura).
UOMO Troppo tardi cara... e non sbirciare dal buco della serratura! Non ti vergogni?
ANTONIA (continuando a sbirciare dalla serratura) Pazzo, pazzo... ha inserito davvero la spina dell’asciugacapelli! Fermati!
UOMO Certo, così impari a umiliarmi senza pietà! (Grida disperato) Voglio morire! (Cambia tono) Ahoo! Com’è fredda l’acqua! Ma non funziona mai il boiler in questa casa?
ANTONIA No, fermati! Non è vero niente! Ho inventato tutto io. Il professore non esiste!
UOMO (facendo capolino dal bagno) Hai inventato Eta-beta? E il trillo del telefono poco fa? L’hai fatto tu con la bocca? Drin, drin...(Entra in scena avvolto alla meglio in un telo da bagno; tiene sempre in mano il fon che ogni tanto punta verso la Moglie come fosse una pistola).
ANTONIA No, qualcuno aveva sbagliato numero, ha riattaccato e io ho continuato a far finta che ci fosse lui.
UOMO Complimenti, che attrice! Tu stai solo cercando di farmi perdere tempo. (Antonia fa per togliergli di mano il fon, l’uomo indietreggia puntandoglielo contro) Ferma lì! Non venirmi vicino sai... o mi butto! Così, quando arriva il professore, insieme mi saltate addosso e mi bloccate.
ANTONIA (seriamente preoccupata) Ti prego, non suicidarti a colpi di fonate. Adesso faccio il 12 e chiedo il numero dell’Euratom di Ispra. Voglio vedere cosa ti risponderanno quando chiederai: «Mi passi il professore rocchettaro, l’amante di mia moglie». (Al telefono) Pronto, scusi signorina, per favore vorrei il numero dell’Euratom di Ispra. (L’uomo blocca il telefono). Non si telefona più?
UOMO Hai inventato proprio tutto! Allora ci sono cascato come un fesso!
ANTONIA Mamma mia, che spavento ho preso! Per favore, giuriamocelo: basta suicidi in questa casa. Sei calmo adesso? Sì, ho inventato tutto, ma era per farti capire come si soffre... Sì, ci sei cascato come un fesso, ma... (con enfasi) risorgerai, mio eroe! Risorgerai! (Scoppia a ridere).
UOMO No, sei tu che ci sei cascata!
ANTONIA Sono cascata dove?
UOMO Nella balla del suicidio.
ANTONIA Era una balla?
UOMO Guarda qui, la levetta del contatore... è abbassata... è tutto spento! Per il gusto di fare la sceneggiata mica volevo rischiare di finire flambé come un bonzo! Adesso torna la luce! (Esegue).
ANTONIA Hai inventato tutto?!
UOMO Sì. Ad ogni modo ti devo ringraziare... mi hai divertito un mondo! Come fa quella canzoncina? (Canta sgangherato) «Mi sei apparsa sulla linea telefonica...»
ANTONIA Sei un bastardo infame! Mi hai fregato un’altra volta! Questa me la paghi! (Al pubblico) E io che mi affannavo a convincerlo che il professore non esiste. Mascalzone, farabutto!!
UOMO Eurenia, basta! (Ride continuando a canticchiare. Suonano alla porta). Vai tu ad aprire che io me la sto facendo sotto... (Balla e canta sfottente mentre Antonia va ad aprire).

Entra in scena un UOMO sulla quarantina: è il Professore.

PROFESSORE Scusami, sono un po’ in ritardo...

I due si abbracciano.

UOMO Chi è?
PROFESSORE È tuo marito? Sbaglio o sta canticchiando la mia canzone?
UOMO (interdetto) Scusi, lei chi è?
ANTONIA Ma caro, chi deve essere... è il professore rocchettaro!
UOMO Lui? Noo! Eta-beta esiste! Esiste! (Afferra il fon ed entra correndo come un disperato in bagno).

Si sente un tonfo; gran fiammata.

ANTONIA Oh, noooo!!!

Buio.

Stacco musicale.