Donne

MODESTI CONSIGLI PER UN’ASPIRANTE MOLESTATRICE di Franca Rame

Ricordati che cenare prima di andare a letto con qualcuno, permette di riflettere: moltissimi uomini è meglio immaginarseli tornati nel loro lettino piuttosto che trovarseli nel proprio, la mattina dopo. 

Se la riflessione non t'è servita comportati così:

Prima regola: spiazzare totalmente il tipo che ti piace. Sfrutta tutte le sue "incertezze-timidezze-insicurezze". Sii implacabile.   Sfoggia tutta la "tua" di insicurezza, ti farà sembrare "un tipo sicurissimo " Funziona sempre! Quasi . 

Seconda regola: cerca di mettere in atto la massima di Bernard Shaw "L'unica cosa a cui non ho saputo rinunciare è a tutte le tentazioni". 

Evita di mostrarti troppo colta o intelligente.   Ti gradirà molto di più se un po' sperduta… un po' sciocchina ma piena di candori infantili. Trova il modo di farlo sentire stupendo, se è grasso…   digli che adori il rotondo e il ridondante. Se è magro... che sentire le ossa in un abbraccio ti fa svenire, se è piccolo… digli che provi una tenerezza incredibile e che il tuo sogno è di amare un nano. 

Fallo sentire giovane se è vecchio: "Adoro i nonni… e poi tu sei straordinariamente intelligente… così "insolito"... un cervellone, insomma!"

Ogni tanto tira fuori una certa dose di strafalcioni perché lui ti possa correggere...   gongolante di sentirsi superiore. Ti troverà adorabile!

Non gli chiedere come si chiama la moglie.   Parlagli della mamma, la sua.  

Evita di guardarlo come un taxi libero. 

Evita di guardarlo con quello sguardo che riesce ad aprire una stanza da letto da sessanta metri di distanza. 

Sola o in compagnia, non allungare mai le mani, evita, specie se c'è gente, di precipitarti a slacciargli la braghetta, non strizzargli i testicoli, non tirargli giù con forza la cerniera dei pantaloni. Rischi di effettuare "strappi" dolorosi: "S. Bartolomeo con la sua pelle in spalla… è il simbolo di un amante che ha incontrato una donna travolta dalla voglia insaziabile di spogliarlo tutto, forse un po' troppo!"

Non tirarti su le sottane, se non dando la colpa al vento, non sfilarti le mutandine e non le calzare  sulla testa gridando "dammelo-dammelo!!" Potrebbe fraintenderti. Chiedigli di spogliarsi senza fare storie, e metti via la pistola. 

Se ti ritrovi in macchina e c'è la luna e tu lo desideri "taaantiiissimo", evita assolutamente, appena lui volta il viso dalla tua parte e sta parlando dell'Inter e della mamma, di ficcargli una spanna di lingua in bocca e gridare "com'è che non ce l'hai ancora duro?."

Puoi anche, sempre in macchina con la luna  raccontagli, senza piangere ma con gli occhi lucidi, (tu sai come si fa)… che da poco hai perso tuo padre...  forse anche la mamma... che hai più di una casa, che ti ritrovi travolta dal come gestire una eredità esagerata, che ti sei ritrovata con una piccola isola nelle Eolie,  che non ti sposerai mai, che prendi la pillola anche se non pensi di fare all'amore... perché non c'è nessuno che ti interessi, fagli intendere... senza dirlo, che sei intonsa… quasi vergine (fa niente se non lo sei, tanto lui non se ne accorge) che ami i bambini, ma per adesso, no, per carità!, non ne voglio avere: "Voglio godermi la vita, liberata!" Che tra due giorni partirai per un lungo viaggio… non si sa per dove… forse senza ritorno. Drammatica sì... orfana sì... ma non troppo mi raccomando… altrimenti si spaventano e addio erezione. Sono così sensibili!

Lui, convinto di essere "il primo" e oltretutto di realizzare una "sveltina" simpatica e senza impegno, sarà tuo quel tanto che a "te" basta.   Forse. E non provare imbarazzo quando una settimana dopo lo incontrerai avvinghiata ad un altro al quale stai dicendo "ho appena perso mio padre... sono ricca, sono vergine…".

Ridigli in faccia e gridagli: "Questa è la vita, coglione!"

Se siete a cena, guardalo-sbircialo-puntalo-addocchialo, ma non appena lui posa i suoi occhi su di te, scivola via come un'anguilla! Chiedi con voce isterica una sigaretta. Fa niente se non fumi...   anzi, meglio.   Fatti sentire nervosa…   turbata, indifesa... timida, tremante... Resisti alla voglia di fare "piedino-ginocchino", di pizzicargli il sedere e con la banale scusa di frullargli un orecchio non gli bisbigliare: "Ma che bel culo che hai!".  

Non strappargli le mutande con le dita dei piedi mentre lo mordi dietro la nuca: lo fa sentire inferiore sessualmente.

Almeno all'inizio mostrati impacciata, titubante, inesperta come farfalla! In poche parole, lascia che sia lui a strappartele, le mutande... e tu, mi raccomando, dì "noo, nooo..." ma dagli una mano, altrimenti te le rompe per davvero!

Se nonostante l'ammirazione adorante, l'interesse per la sua mamma, per l'Inter e per il porco Giuda, lui non fa una piega prova con: "M'hanno detto che sei impotente..." Ti dimostrerà immediatamente il contrario... capace che ti fa un tre amori uno dietro l'altro (anche se siete al ristorante) gridando: "A chi impotente?! Qui ce n'è per tutti!" e sviene. Se dopo le tue avance, appostamenti vari spuntando anche dai tombini, dichiarazioni di stupendezza e quelle 400 telefonate lui non ci sta, lascialo perdere e che sia stramaledetto! Vuol dire che non è il tuo tipo!

Prova col suo amico, c'è sempre un uomo pronto a farsi raccontare che è bello, intelligente, colto, spiritoso... Pronto a farsi circuire, spogliare, baciare, leccare...   Insomma, come si dice?

Ah sì... pronto ad essere usato... molestato!

Ps. Ricordarsi che è sempre bene avere in Banca quel milione di dollari.                                     

                                

 

   Franca Rame

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Nobel per la Pace a Malala Yousufzai firmano anche Dario Fo e Franca Rame

"La ferocia e la crudeltà travolgono ogni dimensione umana quando si scontrano con la voglia di libertà e la bellezza", ha detto il grande commediografo che ha ottenuto il riconoscimento per la Letteratura nel 1997. Continua la campagna che ha già raccolto 130mila firme nel mondo. L'appello ai parlamentari italiani

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"A casa non si torna" - L'agognata parità tra i sessi

a casa non si torna

"Storie di Donne che svolgono Lavori Maschili" è il più che esplicito sottotitolo del documentario "A Casa non si Torna" di Lara Rongoni e Giangiacomo De Stefano.

Un lavoro introdotto dalla voce fuori campo di Franca Rame ("…i lavori “faticosi”, oggi, come nel passato sono considerati lavori preclusi alle donne…ah ah…ma cosa mi raccontate? Le donne li hanno sempre svolti questi lavori ma senza che nessuno li riconoscesse"), e che propone interviste e riprese di un tenace gruppe di donne al lavoro.

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CHIAMATEMI STREGA - un bellissimo Monologo di Barbara Giorgi scritto per Franca Rame

Non importa chi sono. Non importa come mi chiamo. Potete chiamarmi Strega.

Perché tanto la mia natura è quella. Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, dal primo calcio che ho tirato al mondo.

Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.

E sono bella! Ho la bellezza della luce, ho la bellezza dell’armonia, ho la bellezza del mare in tempesta, ho la bellezza di una tigre, ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!

Per cui sono Strega.

Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale…  sono io!

Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.

Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.

Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.

Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.

 

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Donne, quei “no” pagati con la vita

Questo articolo di Lidia Ravera sul sito de Il Fatto Quotidiano è bellissimo. Mi piace condividerlo con voi...
 
Donne, quei “no” pagati con la vita
 
Era andata a cena con le amiche, Andrea Toccaceli, 18 anni, studentessa. Con Saimo era finita da mesi. Aveva voglia di parlarne, forse anche di riderne. Lui era un’ossessione, con quel suo telefonare e telefonare. Fino a un certo punto che uno sia pazzo di te è gratificante, poi diventa una palla. Ma quando diventa pericoloso?Quand’è che devi smettere di uscire con le amiche e farti assegnare una scorta?
 
Andrea non poteva immaginare che Saimo, 23 anni, muratore, potesse buttarle giù i denti a pugni e schiaffi, poi trascinarla semisvenuta in macchina e infine, buttarla giù da un viadotto, spaccandole le ossa, spappolandole il fegato. Adesso è in coma, Andrea. La sua colpa? Aver detto di no a un uomo.
 
Nel 2012 sono state uccise, finora,37 donne, per lo stesso motivo. Una ogni due giorni. È un ritmo intollerabile. È intollerabile che una parte così cospicua del genere maschile non sappia accettare il “No” di una donna. Sono pazzi e criminali, certo. Ma incominciano a essere troppi. E allora una domanda si delinea come inevitabile: che cultura c’è dietro? Quale profonda inconscia indicibile convinzione? Che le donne sono pure funzioni del desiderio altrui. Bambole con le coscie aperte. Costrette a starci. O a pagare con la vita.
 
fonte: ilFattoQuotidiano.it  20 marzo 2012
 
Franca Rame
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[STAMPA] Franca Rame: "lo Stupro"

di Sabrina Scolari
franca rameFiglia d'arte (il padre Domenico Rame era un attore da generazioni e la madre Emilia Baldini fu prima maestra poi attrice), Franca Rame è nata in una famiglia con antiche tradizioani teatrali, maggiormente legate al teatro dei burattini e delle marionette, risalenti al 1600.  Debuttò nel mondo dello spettacolo appena nata: fu subito impiegata, infatti, per i ruoli da infante nelle commedie allestite dalla compagnia di giro familiare. Il 24 giugno 1954 ha sposato l'attore Dario Fo a Milano e dall'unione il 31 marzo 1955 nasce a Roma il figlio Jacopo. Nel 1958, insieme col marito, fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame (il marito è il regista ed il drammaturgo del gruppo, la Rame la prima attrice e l'amministratrice) che, negli anni seguenti, otterrà grandissimo successo commerciale nel circuito dei teatri cittadini istituzionali. Nel 1968, sempre al fianco di Dario, abbraccia l'utopia sessantottina: ciò porterà alla nascita di un gruppo di lavoro, detto La Comune con cui interpreta spettacoli di satira e di controinformazione politica anche molto feroci. Si ricordano almeno "Morte accidentale di un anarchico" e "Non si paga! Non si paga".
 
A partire dalla fine degli anni anni settanta la Rame aderisce al movimento femminista: inizia a interpretare testi di propria composizione come "Tutta casa, letto e chiesa", "Grasso è bello!", "La madre fricchettona". Nel 1999 ha ricevuto la laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton insieme a Dario Fo. Nelle elezioni politiche del 2006 si candida capolista al Senato in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria tra le file dell'Italia dei Valori. Viene eletta senatrice in Piemonte.
Antonio Di Pietro la propose come Presidente della Repubblica e ricevette 24 voti.
Ha lasciato il Senato nel 2008, non condividendo gli orientamenti governativi.
Nel 2009 ha scritto assieme al marito Dario Fo la sua autobiografia intitolata "Una vita all'improvvisa".
 
Il Monologo
 
franca rameEra il 9 marzo del 1973, giorno in cui Franca Rame fu aggredita da 5 neofascisti. Questi la portarono su un furgoncino e la violentarono, lasciandola poi sulla strada in uno stato di totale confusione mentale. La violenza fu raccontata dall’attrice nel 1975 attraverso il monologo “lo stupro”, senza dichiarare di averla vissuta personalmente, dichiarazione che fece solo nel 1987 alla trasmissione Fantastico della Rai. La stessa Franca Rame spiega che per lei quell’evento fu così angosciante che non riuscì a parlarne per due anni nè alle persone più care e a lei vicine (tra cui il suo compagno Dario Fo) nè alle forze di polizia e al tribunale (che avrebbero dovuto proteggerla).
Evidentemente, spiegherà Franca Rame, cercavano di convincerli a non fare più della loro professione (il teatro) uno scenario per parlare di politica. Successivamente la testimonianza del neofascista Angelo Izzo, chiarì che vi fu sicuramente una collaborazione dei carabinieri.
Il procedimento penale è giunto a sentenza definitiva solo dopo 25 anni: ciò ha comportato la prescrizione del reato.
 
 
 

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[STAMPA] Stuprata da un “ragazzo per bene”

 

2001 – Il titolo del giornale diceva: “Maria” anni 58 stuprata alle due del mattino sul ciglio della strada da un giovane, cosiddetto “per bene, di buona famiglia”.
La testimonianza di questa donna è stata da me raccolta, riscritta e rappresentata in numerose occasioni. E’ una storia tremenda non solo per la violenza subìta da questa donna ma anche per l’indifferenza dei passanti, di quelli che pur accorgendosi di quello che stava accadendo tiravano dritto… e sono passati ormai 11 anni, ma sembra ieri, anzi, molto probabilmente in qualche parte d’Italia proprio ieri una, dieci, cento donne sono state violentate. Per Maria e per tutte le Marie di questa terra.
 
Fin da piccola la mia passione è sempre stato ballare… Mi piace tanto il liscio. Sono separata da mio marito e vivo sola… adesso però mia figlia sta con me e mi aiuta a pagare le spese.
Quel sabato lì… sono andata come quasi tutti i sabati a ballare in un locale in piazzale Loreto. Di solito mi accompagna mia figlia, poi lì incontro le amiche. È un posto che frequentiamo da tanto tempo… ci conosciamo quasi tutti. Per rientrare, se non trovo un passaggio tra le mie conoscenti, prendo un taxi che mi lascia sotto casa. Quella sera lì, ero già all’ascensore: “Mamma mia che fame che ho! Quasi, quasi vado a farmi fare delle patate fritte… non ho sonno, poi mi figlia rientra tardi.”
Nella mia via a duecento metri c’è un pub. Anche se erano le due non avevo paura. “Cosa mi può capitare alla mia età.” Entro, vedo che è pienissimo di ragazze e ragazzi, saluto i camerieri che conosco – spesso ci vado con le mie amiche. Mi dirigo verso la cucina, a destra. Una ragazza mi saluta: “Oh signora, come va?… È andata a ballare anche ‘sta sera?” “Eh sì, però senti, ho una voglia matta di patatine! C’è tanto da aspettare? Come sono pronte le vado a mangiare a casa, qui c’è un sacco di fumo”.
 
Mentre parlo con la ragazza vedo un tipo giovane al banco che parla con alcuni camerieri e ride. Ho notato che mi guardava con insistenza. Mi sono detta: “ma guarda che insolente che è ‘sto ragazzo!” Io però non ci ho dato retta… e mi sono seduta. Quello continuava a fissarmi. “Che scemo… “ sono rimasta ad aspettare le mie patatine più di dieci minuti, quasi un quarto d’ora… mi ero un po’ agitata, infatti ho chiesto alla ragazza: “Ma sono pronte ‘ste patatine?” “Tra poco”.
Mi sono seduta di nuovo, ho preparato le £5000 e le ho messe sul tavolo ed ho pensato: “Così faccio prima!” Mentre aspettavo queste benedette patate il ragazzo mi fa segno di uscire. Mi sono spaventata, ma non immaginavo quello che sarebbe successo. Esce. Ho preso le patatine, ho salutato: “Buona sera” – “Buona sera”.
Vado.
 
Anche fuori, all’esterno del pub, c’era un sacco di gente, di ragazzi… e ho visto lui, che era girato sulla destra con un cellulare e parlava. “Non mi ha visto”, mi son detta. Ero un po’ preoccupata, agitata.  Ho preso le chiavi dalla borsetta e me le sono messe in tasca: “Così faccio prima”. Ho preso gli scalini – come scorciatoia- e ho accelerato il passo. Nella mia via, che a soli duecento metri dal pub, devo guardare a destra e a sinistra se arrivano macchine. Ho notato, con un gran respiro di sollievo, che ero sola. Nessuno mi seguiva. Come arrivo all’angolo, dove c’è una concessionaria di automobili, un cane abbaia… lo conosco questo cane, abbaia sempre quando passa qualcuno. Come ho girato l’angolo, ho sentito uno alle spalle… vicinissimo. Il cuore mi si ferma. Mi giro: è lui.
“Cosa vuoi? Perché mi vieni dietro?” Non mi ha risposto, mi ha preso per la gola e mi ha tirata sulla siepe. Io dicevo: “No! Lasciami!”
Lui non parlava e ha cominciato a farmene di tutti colori… picchiandomi, un pugno qua, uno là.  Me ne ha fatte di tutte: davanti, di dietro… per mezz’ora buona.
Ad un certo punto è arrivata una macchina. Ha fatto i fari e ha sentito che gridavo aiuto. Oltretutto il cane era come impazzito, ma nessuno ha aperto una finestra.
La macchina ha fatto manovra e se ne è andata… e lui andava avanti, bello tranquillo come fosse a casa sua, riempiendomi di pugni, in faccia, in testa, dappertutto… lividi ovunque… mi sbatteva contro la siepe, su e giù.
Poi si è arrabbiato perché non riusciva nei suoi scopi… mi ha strappato il cappotto, la giacca, la gonna… mi ha rotto tutto, proprio con rabbia perché non riusciva a fare i comodi suoi.
Ho pensato: “Per me è la fine!” Ero convinta di morire e gli ho persino detto: “Dai ti prego, fai il bravo, farò tutto quello che vuoi. Basta che non mi ammazzi.”
E lui mi diceva: “Zitta! Zitta!” E intanto mi picchiava. Io lì praticamente nuda sulla siepe e lui: “Forza, dai! Fammelo diventare duro!”
Io ad un certo punto gli ho detto: “Ma tu ce l’hai una mamma?” Quando gli ho detto “mamma”, mi ha dato un pugno secco in faccia… mi ha spaccato lo zigomo… mi sono sentita svenire.
In quel mentre, arriva un furgone e allora io ho pensato “Adesso mi violentano anche loro!”
Lui non si è neanche girato: continuava tranquillissimo come se fosse a casa sua.
Dal furgone sono scesi due ragazzi.
“Ragazzi aiutatemi! Aiutatemi  – avevo lui sopra – Mi sta violentando!” Loro hanno guardato proprio bene la scena, poi si sono tirati giù la cerniera e sono andati a fare la pipì… tutti e due a un passo da noi.
Lui si è rigirato… li ha guardati bene… poi si è alzato con comodo, si è preso la mia borsetta con quei pochi soldi che avevo e se n’è andato. M’ha pure scippata quel bastardo!
 
Sono rimasta lì, massacrata di botte che non riuscivo neanche ad alzarmi, mi trascinavo gattoni… prendo le chiavi dal cappotto. A questo punto ho chiesto nuovamente ai ragazzi.
“Ma vaffanculo, troia!” Rintracciati dai Carabineri diranno: “Credevamo fosse un albanese”.
Sono saliti sul furgone, hanno messo della musica a tutto volume… e se ne sono andati.
Mi sono fatta forza, mi sono tirata su… cadevo. Mi ritiravo su e cadevo… ho raccolto una scarpa qua, una là, il cappotto, l’orologio e la biancheria.
Nuda… a piedi sono riuscita ad arrivare al portone. Ho aperto, ho aspettato l’ascensore e sono salita in casa. Stavo morendo, stavo morendo… ho chiamato mia figlia al cellulare: non rispondeva.
 
Ho fatto il 113 e la centralinista che mi dice: “Signora si calmi… non capisco niente… cosa le è successo?”
“Mi hanno violentata. Aiutatemi, sto male… sto male! Sto per svenire, sto per morire!”
“Si calmi signora… non si capisce niente… parli piano…”
“Ho uno zigomo rotto… faccio fatica…”
“Dove si trova? Dove abita, in che via.”
Ho dato il mio indirizzo.
“Stia tranquilla… adesso arriva la Croce Rossa.”
Erano le tre e un quarto, le tre e mezza. Ho bevuto un po’ d’acqua, mi sono messa nel letto: piangevo e aspettavo.
Sono arrivati i Carabinieri insieme a quelli della croce Rossa e mi hanno portata al San Raffaele. Per tutta la notte, a vomitare… sono svenuta… mi hanno trovato uno zigomo rotto, lividi dappertutto, un taglio in testa, mi hanno medicato tutte le ecchimosi che avevo su tutto il corpo… avevo pure un occhio pieno di sangue. Dal San Raffaele mi hanno portata la notte stessa alla Mangiagalli per degli accertamenti ginecologici, tampone vaginale eccetera. Alle sette mi riportano al Pronto Soccorso del San Raffaele… lì da sola in corridoio, sulla barella, senza lavarmi, senza niente. Per molte ore nessun medico mi ha visitato nuovamente, solo un’infermiera mi ha sistemato le medicazioni. Dal San Raffaele all’ospedale San Paolo per fare una radiografia al viso per lo zigomo. Come mi hanno vista, hanno deciso di operami subito. Io ero agitatissima, per fortuna c’era mia figlia con me.
 
Poi sono arrivati i Carabinieri a interrogarmi. Stavo malissimo, piangevo disperata. Mia figlia mi teneva la mano e piangeva con me.
Dopo quattro giorni e una notte di ricovero trasferendomi da un ospedale all’altro, sono finalmente tornata a casa. Nel frattempo i Carabinieri di Cologno Monzese cercano lo stupratore. Fanno un’indagine al pub, vanno sul luogo e recuperano un pacchetto di sigarette e tramite il pacchetto riescono a risalire a questa persona in casa della quale trovano la mia borsetta e le mie cose… e altri vari oggetti femminili.
I Carabinieri in ospedale mi invitano al riconoscimento tramite delle foto.
Io me lo ricordavo benissimo… stava sopra di me, faccia a faccia, e l’ho descritto in maniera dettagliata.
Martedì mattina alle dieci i Carabinieri mi dicono: “Deve venire in caserma per il riconoscimento.” “Subito?” “Sì, subito. Abbiamo premura di prendere questo tipo.”
Io non stavo bene e non me la sentivo di seguirli “Signora, deve per forza venire con noi se no ci scappa!”
Sono andata in camicia da notte con sopra il paltò a vedere altre foto… mentre guardavo le foto su un libro… loro sono andati a prenderlo. Quando è arrivato ho dovuto fare il riconoscimento all’americana.
Una volta arrestato, lui sostiene di non ricordare niente.
Questo ragazzo è di una famiglia per bene, di chiesa… agiata. Una famiglia conosciuta qui a Cologno Monzese.
Ha detto: ”So di aver fatto del male a qualcuno però non mi ricordo niente.”
 
Te la caverai con poco, come tanti altri. Per quanto tu possa ripensare a quell’orribile momento… mai potrai capire quanto male mi hai fatto. Un male che brucia continuamente nel mio cervello… nel mio cuore… un male che nulla potrà mai cancellare.
Mi hai bruciato la vita, ragazzo.
 
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Il matrimonio con Dario

L'impatto con la vita marito-casa-famiglia non è stato un gioco. Mi cimentavo con la cucina, ma non avendo mai avuto niente del genere come mia diretta e totale responsabilità, avevo qualche problema. Primo tra tutti, le dosi. Preparavo quantità di cibo che sarebbe potuto bastare per una caserma.

Ricordo una sera a cena Eugenio Tacchini, amico d'infanzia di Dario, avevo cucinato un bellissimo minestrone come tante volte avevo realizzato aiutando la mia mamma. Lui era entusiasta, ne mangiò almeno cinque fondine. Giuro, non esagero. Lo guardavo ingoiare un cucchiaio dopo l’altro a grande velocità... con una certa preoccupazione. "Basta, Eugenio, starai male!” “No, no. E' buonissimo, poi oggi non ho fatto in tempo a mangiare...!” Poi però al cinema Orfeo, dove mi aveva accompagnato a vedere "Roma città aperta" - Dario stava recitando al Piccolo Teatro - durante la scena delle torture naziste è svenuto. “Accendete la luce – grido - c'è un ragazzo che sta male”. Arriva la polizia, lo portano fuori, nella hall lui si riprende... Si guarda intorno, vede i poliziotti, e ancora sotto lo shock del film, grida: “Non sono stato io! Sono innocente!” Volevo morire. Poi s'è alzato, è corso in bagno e ha vomitato tutto il mio minestrone.

Una pietanza che mi veniva benissimo era “gli ossibuchi” l’unica carne che io mangi. La prima volta che li ho cucinati, stando a filo telefonico diretto con mia madre, Dario non finiva più di dirmi “che buoni-che buoni”. Poi, un giorno ha invitato i suoi amici di Brera, Emilio Tadini, Alik Cavaliere, Luigi Parzini e altri. Ero un po’ preoccupata. Un pranzo preparato tutto da me sola non l'avevo ancora gestito. Che preparo? Qual è il mio piatto forte? La frittata, le chiacchiere... e le uova sode... mmmmmm. Non ci siamo. "Farò gli ossibuchi col risotto giallo... sarà una cannonata! – mi sono detta ottimista." Ho iniziato a cucinare che erano le 9. “Pronto mamma... ho fritto olio, cipolla, aglio... e adesso che faccio?” E via... finalmente pronti!

Preparo la tavola con una bellissima tovaglia ricamata dalla mia mamma, servizio di piatti in porcellana avana pallida, listati con una riga d’oro e una blu... calici di cristallo di Murano, vino d’annata... posate d’argento, tutti regali di nozze. Innanzi ad ogni coperto un rametto di glicini raccolto nel giardinetto della mamma Fo: tutto meraviglioso da ammirare. “Farò la mia bella figura” pensavo. L’ho fatta. Facevo andare il sedere dalla gioia... Dario la coda. Tutti a farmi complimenti... che sposina deliziosa ti sei preso, Dario... sei veramente fortunato! “Basta o scoppio a piangere!” Sono una emotiva cosmica. Si mangiavano i miei ossibuchi e commentavano la loro bontà, la morbidezza... “si taglian con la forchetta... oh che buon sughetto... che meraviglia di verdure...” Mentre si lavavano i piatti in comitiva cantavamo a squarciagola in ringraziamento a mia madre che mi aveva insegnato la ricetta: “mamma, solo per te la mia canzone vola...” (che porta una sfiga tremenda, si dice, ma noi non lo sapevamo, allora...)

Visto il successo ottenuto con il mio pranzo, ho continuato per almeno tre settimane a cuocere ossibuchi. E il mio Dario sempre a dire - ma che buoni. Al ventesimo giorno: “Che mi ha cucinato il mio tesorino oggi?” “Ossibuchi amore!... Perché ti sei ammutolito?!” “Bastaaaaaaaa! Oggi si va a pranzo dalle sorelle Pirovini a Brera... Oggi inizia la rivolta contro gli ossibuchi. Da domani polenta!” Un abbraccio e un bacio sul naso.

Ora, li mangiamo non più di cinque volte l'anno. Al "ma che buoni-che buoni di Dario s'è aggiunto Jacopo. Lo dicono insieme e poi scoppiano a ridere. Se vi fosse venuta voglia di ossibuchi con il risotto giallo alla milanese, ecco la ricetta....

Ossibuchi (per sei persone)

In una padella soffriggere sedano, carote, patate, cipolle, aglio non tritati, tagliati a tocchi, fino a dorarle, una spruzzata di vino bianco, lasciar cuocere bene, due colpetti di bastone magico, per renderlo cremoso, ma senza passarlo. Tagliare la membrana che circonda l’ossobuco in due o tre punti di modo che non si arriccino cuocendo. In un altro tegame: versare olio, prendere sei ossibuchi impanare nella farina bianca, lasciare dorare con un bello spruzzo di vino bianco, far asciugare, lasciare cuocere lentamente aggiungendo via via brodo o acqua bollenti. Farli cuocere a lungo. Aggiungere scorza di limone, grattugiata o a scaglie, in abbondanza. Dopo almeno un’ora e mezza posare gli ossibuchi nelle verdure. Lasciar cuocere per un’altra mezzora. Devono essere talmente ben cotti da diventare morbidi tanto che si possano tagliare con la forchetta.

Servire con risotto giallo.

Risotto giallo (6 persone)

Soffriggere in olio la scigula (cipolla). Una volta imbiondita, aggiungere tredici pugni di riso (due a testa e uno per la pentola). Far tostare il riso almeno per cinque minuti. Coprire con vino, lasciarlo asciugare lentamente. Aggiungere tredici mestoli di acqua bollente (e sale), o brodo di carne, con due bustine di zafferano, dopodiché si copre con il coperchio della pentola a pressione. Da quando fischia, contare sei minuti, far uscire il vapore, aprire e aggiungere latte, parmigiano abbondante e poi ci si mette una noce di burro.

E BUON APPETITO!

franca rame

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