VICENZA: MANIFESTAZIONE PER DIRE NO!

Sabato, 10 febbraio alle 16.00


Manifestazione davanti al Consolato Italiano
Avenida Paulista ,1963
 
Manifestazione

PER DIRE NO ALL’ALLARGAMENTO DELLA BASE
MILITARE USA A VICENZA

Esistono attualmente 113 basi militari USA in Italia e un’immensa quantità di ogive nucleari.
Vista dall’alto, l’Italia è una vera e propria portaerei a servizio della guerra in Irak e in Afghanistan. Lo Stato italiano copre il 41% dei costi di manutenzione di queste basi, ossia, all’incirca 336 milioni di dollari all’anno. In Europa ci sono 64.000 soldati nordamericani

Il Movimento Italiano

PER LA PACE  E CONTRO LA  GUERRA

Sta manifestando da settimane per impedire la costruzione di nuovi edifici nella base nordamericana di Vicenza, città fondata nove secoli avanti Cristo e che si trova tra Milano e Venezia. Queste opere di ampliamento hanno come finalità l’accoglienza di nuovi contingenti di soldati destinati alla guerra in Irak .
Da sessant’anni l’Italia è invasa da basi statunitensi. Quando sembrava possibile restituire pezzi di território alla popolazione italiana il governo americano, con la sorprendente complicità del nuovo governo italiano, agisce ancora una volta con prepotenza.

Ma gli abitanti  di Vicenza hanno deciso di mobilitarsi

contro  la militarizzazione  del loro  territorio e realizzeranno il prossimo

17 febbraio, Sabato di Carnevale,

un’immensa Manifestazione Nazionale

San Paolo, città che ha ricevuto e riceve tanti italiani non rimane inerte o indifferente ma esprime la sua solidarietà al Movimento di Vicenza.
 
IL FUTURO É NELLE NOSTRE MANI

Uniamoci ai nostri fratelli italiani in lotta per un domani  

SENZA BASI MILITARI E SENZA GUERRA.

PARTECIPATE! PORTATE I BAMBINI! INVITATE GLI AMICI!


Sara una manifestazione allegra, colorata e rumorosa, con maschere e bandiere della pace.

Un magnífico coro intonerà “Bella Ciao“, l’Inno della Resistenza!
 
Comitato Ítalo-Brasiliano Contro la Base USA a Vicenza

Informazioni: www.altravicenza.it


Sábado, 10 de fevereiro, 4 da tarde
Você tem um encontro com o Futuro

Vamos nos encontrar em frente ao Consulado Italiano
Avenida Paulista ,1963 - Ao lado do Conjunto Nacional

Manifestação

PARA DIZER NÃO À AMPLIAÇÃO DA BASE MILITAR

DOS ESTADOS UNIDOS EM VICENZA NA ITÁLIA


Hoje, existem 113 bases militares dos EUA na Itália
e uma quantidade imensa de ogivas nucleares.
Olhando de cima, a Itália é um verdadeiro porta-aviões a serviço
da guerra no Iraque e no Afeganistão.
O Estado Italiano arca com 41% dos custos de manutenção dessas
bases, ou seja, algo em torno de 336 milhões de dólares, anualmente.
Na Europa toda são 64 mil soldados norte-americanos.

O Movimento Italiano
PELA PAZ E CONTRA A GUERRA

vem se manifestando nas últimas semanas para impedir a construção de novos edifícios na Base Aérea norte-americana de Vicenza , cidade fundada 9 séculos antes de Cristo e que fica entre Milão e Veneza.

Essas obras de ampliação são para abrigar confortavelmente novos
contingentes de soldados para a GUERRA NO IRAQUE.

Faz sessenta anos que a Itália foi “invadida” por bases dos Estados Unidos.
Quando parecia, finalmente, que seria possível restituir à população italiana pedaços do seu território, o governo americano, com a surpreendente cumplicidade do novo governo italiano, age mais uma vez com prepotência.

Mas os habitantes de Vicenza decidiram mobilizar-se
contra a militarização do seu território e realizarão no próximo
17 de Fevereiro, Sábado de Carnaval,
uma imensa
Manifestação Nacional

São Paulo, cidade que recebeu e recebe tantos italianos não ficará inerte ou displicente e oferecerá sua solidariedade ao Movimento de Vicenza.

O FUTURO ESTÁ NAS NOSSAS MÃOS
Vamos nos unir aos nossos irmãos italianos na luta por um amanhã
SEM BASES MILITARES E SEM GUERRA.

VENHA ! TRAGA AS CRIANÇAS ! CONVIDE OS AMIGOS !

Será um encontro alegre, colorido , com batuque ,
alegorias e bandeiras da Paz.
Um magnífico coral entoará “ Bella Ciao “ , o Hino da Resistência !

Comitê Ítalo-Brasileiro Contra a Base dos EUA em Vicenza
Mais informações : www.altravicenza.it

AMBASCIATE DI LUSSO

Regione Toscana
Le competenze delle Regioni aumentano, e con esse, evidentemente, anche la loro ambizione e il desiderio di farsi conoscere. Sarà per questo che le ambasciate regionali all’estero proliferano? Sì, vere e proprie ambasciate, che si sono moltiplicate in questi anni, soprattutto in città prestigiose come Londra, Parigi e New York, ma che hanno trovato la loro sede privilegiata soprattutto a Bruxelles. E le sedi non sono di “ordinaria rappresen-tanza”. Assolutamente no. Si tratta quasi sempre di palazzine, appartamenti lussuosi e si-stemazioni con finiture di pregio. Ovviamente, in pieno centro, ben lontane dalle anonime periferie. Valle d’Aosta, Piemonte, Veneto, Basilicata, Lombardia, Puglia, Liguria, Trento e Bolzano, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbra, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campana, Calabria, Sicilia, Sardegna: queste le “prime donne” che amano re-spirare l’aria europea della città sede del Parlamento Europeo. Primo esempio: la Regione Toscana, nel 2004, ha approvato l’autorizzazione all’indebitamento finalizzato per l’acquisto di immobili sede di uffici regionali. Una variazione che consentirà alla Giunta di contrarre, nel 2004, un indebitamento “massimo” di 67.600.000 di euro per l’acquisto dei seguenti beni: “Immobile sede del Consiglio Regionale (Firenze), immobile in Piazza dell’Unità (Firenze), immobile a Bruxelles”.
il Giornale, 12 agosto 2004

Ambasciata uso foresteria
Regione Abruzzo
La Regione Abruzzo ha deciso di dotarsi di una sede di rappresentanza a Bruxelles e di farlo in grande. Dopo molte ricerche, la scelta è caduta su una palazzina in Avenue Louise, in posizione centrale, su una strada a grande scorrimento. Quasi mille metri quadrati di superficie distribuiti su due piani. Il prezzo per la nuova sede sborsato dalla Regione per comprare la palazzina è 1.450.000 euro. Peccato però che la sede sia un guscio vuoto. E’ necessaria innanzitutto ristrutturarla, 190.000 euro, e arredarla, 210.000 euro. Poi, ci sono i costi per l’informatizzazione e per gli impianti, 150.000 euro. Questi 550.000 euro di costi aggiuntivi per rendere agibile la nuova sede sono già stati stanziati dalla Regione, ma i la-vori nella palazzina di Avenue Louise sono bloccati. C’è un progetto, che prevede anche una spaziosa foresteria per il soggiorno degli amministratori in missione politico-istituzionale, ma non ha ottenuto la licenza edilizia. Il Comune di Bruxelles ha comunicato di non concedere il cambio di destinazione d’uso d’immobile. Prima, infatti, c’erano delle
abitazioni, le norme urbanistiche municipali non prevedono la possibilità di trasformarle in uffici.
il Giornale, 12 agosto 2004

Ambasciata newyorchese
Regione Campania
La sede della Regione Campania a New York era costata ben 11 miliardi di vecchie lire. Un salone e tre uffici al quarto piano di un prestigioso palazzo di Manhattan, computer e postazioni multimediali, presi in affitto dalla Regione, per promuovere i prodotti regionali sulla 54a Strada. Madrina d’eccezione per l’inaugurazione, Isabella Rossellini. Ma anche le spese di 7 mesi di attività fanno venire i brividi: 1 milione di euro spesi per presepi, mo-stre itineranti, pubblicità sul New York Times che dovrebbero portare ad un rapporto sem-pre più stretto con gli Usa e a risultati economici positivi per la Regione. Per ora le entrate sono toccate solo alla città ospitante: il presepe in stile settecentesco del noto artigiano li-gneo Giuseppe Ferrino è stato donato alla comunità campana di New York ed era stato pagato dalla Regione con i soldi dei napoletani, che hanno fatto un bel regalo ai loro cor-regionali d’oltreoceano. Le spese per un’inserzione sul New York Times e su qualche altro giornale americano sono state di 174.889 euro. Si tenga conto che a New York ci sono importanti sedi, come quella dell’Ice (Istituto per il commercio estero), del Niaf (Associa-zione degli italo americani), l’Istituto di cultura e la stessa Ambasciata d’Italia, che potreb-bero ospitare mostre e convegni con spese minime per le nostre Regioni.
Libero, 24 agosto 2004

Ambasciata art nouveau
Regione Liguria
La Regione Liguria ha aumentato il suo prestigio a Bruxelles, ampliando i suoi uffici da 40 a 830 metri quadri; il personale resta sempre il medesimo, 5 funzionari, che si troveranno a disposizione un’intera palazzina in puro stile art nouveau a pochi passi dall’Europarlamento. L’investimento è costato alla Regione circa 1.350.000 euro. Se si pa-ragona con la Lombardia, che divide la sua sede con la Puglia, o con il Lazio, che convive con la Toscana e le Marche, si può dire che la Liguria vuole incrementare la sua visibilità grazie ai suoi uffici di rappresentanza denominati Casaliguria. L’attività svolta all’interno dai 5 funzionari non è solo di ricerca, supporto normativo e relazioni istituzionali, ma com-prende anche un’ampia attività di rappresentanza: noiose serate a tema, cene e feste va-rie tutto a base rigorosamente ligure, il tutto a fini promozionali.
Libero, 24 agosto 2004

Vacanze romane
Regioni
Le sedi di rappresentanza delle 20 Regioni italiane a Bruxelles non sono le uniche prolife-razioni degli organismi regionali. Altrettante ve ne sono a Roma. Qui, le 20 Regioni occu-pano palazzi non periferici della Capitale, sono dotate di personale scarsamente utilizzato, di attrezzature all’avanguardia, di auto di servizio e via dicendo. Il paradosso: a Roma, a due passi da via del Corso, c’è la sede di rappresentanza della Regione Lazio, il cui pa-lazzo istituzionale ha sede qualche chilometro più in là, al quartiere Eur, sulla via Cristofo-ro Colombo. Non dimentichiamo le Province: alle due autonome di Trento e di Bolzano, che da anni anno la loro ambasciata nella Capitale, si è aggiunta quella di Bergamo. Ne restano ancora un centinaio e si spera che queste non vedano l’acquisto di una palazzina a Roma come un proficuo investimento.

Dante all’estero
Regione Toscana
Fanno parte dell’organico del Ministero degli affari esterni e vengono comandati presso le Regioni per coadiuvare il lavoro del presidente della Regione nelle relazioni esterne. Il loro compito è promuovere l’immagine della Regione all’estero. Sono i consiglieri per gli affari internazionali e vengono dati in prestito dalla Farnesina alla Regione. La Regione assume il diplomatico con lo stesso stipendio e bonus vari che percepiva al Ministero degli esteri sino alla fine del mandato, dopodiché tornerà alla posizione di partenza. Non tutte le Re-gioni possono richiederlo: solo quelle che hanno effettivamente necessità di un ambascia-tore per meriti economici e territoriali. Per ora, sono state giudicate idonee la Toscana, la Campania, la Lombardia e la Sicilia. In Toscana, è stato assunto un ministro plenipotenziario, carica che corrisponde all’ultimo gradino prima di diventare ambasciatore. Il ministro in questione percepisce la stessa retribuzione che aveva al Ministero, circa 7.000 euro il mese, con l’aggiunta di un premio di risultato di ammontare ignoto, stabilito in gran segreto dalla Regione.

Regione Campania
La Regione Campania è stata giudicata idonea ad avere un ambasciatore per meriti eco-nomici territoriali. Così, ha subito nominato il suo ambasciatore regionale, preso in prestito dal Ministero degli affari esteri. L’ambasciatore in questione percepisce circa 5.000 euro lordi mensili più varie indennità. Il suo compito, così come quello della Regione Toscana, è quello di presenziare alle tavole rotonde in giro per l’Europa e fare da portavoce interna-zionale del governatore.
Ma la regione Campania ha osato di più. Sono entrati a far parte dello staff presidenziale, 8 consulenti esterni che percepiscono una retribuzione netta mensile tra i 5.000 e i 7.500 euro, vale a dire circa il 25% in più dei dirigenti in forza alla Regione. Questi consulenti, al contrario dei consiglieri, possono avere contemporaneamente altre occupazioni e incari-chi, il che li porta sovente ad avere redditi invidiabili. Facendo un po’ di conti, la Regione sborsa 47.000 euro al mese per lo staff presidenziale.
Ambasciata di 1.000 mq

Regione Veneto
Per la Regione Veneto, il sogno di una casa nuova a Bruxelles è ormai una realtà. La Re-gione, infatti, ha appena acquistato un palazzo d’epoca nel cuore del quartiere europeo, a due passi dalle istituzioni dell’Unione. L’edificio, sobrio ed elegante, dovrebbe ricevere il battesimo ufficiale a giugno 2006, dopo il completamento dei lavori di ristrutturazione che dureranno un anno e mezzo. Si tratta di 1000 metri quadrati che ospiteranno in futuro gli uffici della Regione Veneto a Bruxelles.

MEDICINA PENITENZIARIA – TAGLI PER 13 MILIONI DI EURO

Apprendo con disappunto la notizia, che ha guadagnato smilzi trafiletti sui quotidiani.

Il presidente dell’Amapi,Francesco Ceraudo,denuncia che “La Finanziaria 2007 taglia tredici milioni di euro al capitolo della Medicina Penitenziaria (circa il 30 per cento). Verrà ridimensionato in modo preoccupante il personale sanitario (medici di guardia, infermieri e tecnici) con relativi licenziamenti. Verrà bloccato il rinnovo del contratto per i medici di guardia e per gli infermieri. Verrà smantellata la medicina specialistica. Mancheranno i farmaci salvavita. Dovranno chiudere i centri clinici. Non sarà possibile riparare le apparecchiature medicali che si guasteranno durante l’anno, né tanto meno sarà possibile sostituire la tecnologia ormai desueta. Aumenteranno in modo esponenziale le responsabilità professionali dei medici penitenziari. Aumenteranno inevitabilmente i suicidi, aumenteranno le ospedalizzazioni con il sovraccarico dei piantonamenti per la polizia penitenziaria. Di fronte a queste drammatiche conseguenze, occorre una seria riflessione sulle inderogabili iniziative da intraprendere”.

La dottoressa Chiara Lunazzi, medico della casa circondariale di Reggio Emilia in un’intervista a radio radicale non nasconde la sua delusione di elettrice di sinistra: “Della medicina penitenziaria non si interessa a nessuno”. Spiega che d’ora in poi solo l’assistenza di base potrà essere garantita in un servizio che per gli stranieri senza permesso di soggiorno diventa l’unico modo per curarsi con continuità: “Riusciamo a fare tutto noi, e la dimostrazione è che gli accessi al pronto soccorso avvengono solo per chi ne ha effettivamente bisogno”. Ora, di notte “se un detenuto tenta il suicidio impiccandosi, in assenza di un medico bisognerà chiamare il 118 da fuori e, con i tempi del carcere, significa arrivare che la persona è già morta”.
Sarà quindi sempre più difficile acquistare i farmaci salvavita, i retrovirali contro l’AIDS, l’interferone per l’epatite B e C e via così.

COSI’ STANNO TRAGICAMENTE LE COSE.
La notizia positiva è che le Commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno dato parere favorevole per recuperare i tagli.
CE LA FAREMO?
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Alla giusta obiezione che mi si potrebbe sollevare “ma tu sei dentro, la finanziaria l’hai votata!” rispondo così: ho votato per giorni e giorni leggi, commi e articoli,sapendo che non tutti corrispondevano alle mie posizioni.ho detto sì, ho detto no. D’altronde, imparo a mie spese che governare questo sgangherato Paese è frutto della mediazione di molte forze di coalizione. Non intendo darvi superficiali lezioni di politica, quanto piuttosto sottolineare una banale verità:
tutti voi sapete quanto mi pesi venire a patti con la mia coscienza, ma vi ripropongo lo stesso quesito che ogni giorno insistentemente MI VIENE POSTO e mi tormenta: è giusto che sia io a far vacillare questo governo? E’ giusto riconsegnare l’Italia a Berlusconi?

Essere sempre nella condizione di scegliere tra peggio e meno peggio, è frustrante per me che con il peso di una formica, entro nella stanza dei bottoni.
Quante volte ho pensato: me ne vado?
Solo la responsabilità che mi sono presa mi spinge a continuare… con vera fatica.
Cercate di capirmi e non mi mettete in croce. È molto facile chiacchierare. Più difficile trovarcisi in mezzo. Giuro!
Cercherò il sostegno dei miei colleghi sull’argomento.
franca e carlotta

SPESE STAFF PREMIER: +186%

Corriere della Sera, 1 novembre 2006
Di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Spese per lo staff del premier cresciute del 186% size=4>

«Dobbiamo tagliare», diceva Berlusconi. E le spese di funzionamento di Palazzo Chigi sono passate in pochi anni, nei «suoi» bilanci, da 214 a 302 milioni di euro. Fino a toccare nel 2006, secondo i conti ulivisti (ma la responsabilità va divisa: metà alla destra, metà alla sinistra) i 373 milioni.

«Dobbiamo tagliare», dice Romano Prodi. Ma per le stesse spese prevede di tirar fuori nel 2007, nella «sua» Finanziaria, 17 milioni in più. Fino ad arrivare a 391. Pari a 757 miliardi di lire.



Per carità: è più cara la bolletta del riscaldamento, sono più cari i pieni di benzina, è più cara l'elettricità. Ma capire come le spese vive del «cuore» dello Stato si siano impennate del 69% oltre l'inflazione (13% complessivo) è arduo. Tanto più che i bilanci, come capita nelle società di quei faccendieri che non vogliono curiosi nei dintorni, sono tutt'altro che cristallini.

Una struttura pubblica trasparente deve avere bilanci trasparenti? Qui no. Prendiamo un capitolo: «Spese per acquisto di cancelleria, stampati speciali e ogni altro bene di consumo e/o strumentale necessario al funzionamento degli uffici, per il noleggio e la manutenzione di apparecchiature, attrezzature e restauro di mobili».
Cosa vuol dire? Che ci fa il «restauro di mobili» con le matite e le gomme? E di quali «apparecchiature» si tratta? Computer? No, c'è una voce a parte. Anzi, nel bilancio 2005 addirittura tre.

Capitolo 213: «Spese per l'installazione, la gestione e la manutenzione degli apparati tecnologici delle reti informatiche e di telecomunicazione»: 4.913.737 euro. Capitolo 913: «Spese per l'acquisto di beni e servizi informatici e telecomunicazioni durevoli»: 1.770.000. Capitolo 909: «Spese per lo sviluppo del sistema informatico e delle infrastrutture di rete»:10.693.383. Qual è la differenza? Boh... L'unica cosa certa è il totale: 17.377.120 euro. Quanto alle «spese di cancelleria», nel 2001 ammontavano a 1.043.242 euro, nel 2005 erano a 2.598.721.



Sono aumentati i dipendenti, quindi la necessità di penne e calamai? Nel faccia a faccia prima del voto, in polemica col Cavaliere, il Professore disse di sì: «Aveva detto che c'erano troppi dipendenti a palazzo Chigi. Erano 4.000 persone, oggi sono 4.200». In realtà, i numeri a bilancio sembrano dare torto a tutti e due. Non erano quattromila ma 3.548 (sulla carta) nel 2001, non sono 4.200 ma 2.974 (sulla carta) alla fine del 2005. Sulla carta, però. Perché esiste da sempre una tale girandola di «comandati», consulenti, provvisori vari da perdere la testa. La riprova? La spesa per il personale, che in base ai numeri appena dati avrebbe dovuto calare di circa un sesto (anche se i dirigenti con le destre al governo sono passati da 310 a 368) è in realtà aumentata, salendo da 76.653.739 euro del 2001 a 134.438.560 del 2005.

(…)Vi sembrano tanti i 31 agenti che lui stesso si assegnò per quando non sarebbe più stato capo del governo? Allora ne aveva 81. Dei quali 11 (sei dipendenti del gruppo Mediaset, stando alle denunce della sinistra) erano stati assunti dal Cesis per chiamata diretta, scavalcando le regole che permetterebbero l'accesso ai «servizi» solo a chi è già poliziotto o carabiniere.


Quanto allo staff, ricordate cosa scrisse un cronista entusiasta dell'attivismo del Cavaliere? «Segreterie e collaboratori si alternano, con diversi turni, mentre il Cavaliere sembra l'omino delle pile Duracell. Chi scrive riesce a stento a girare lo zucchero nella tazzina del caffè, nello stesso tempo in cui il presidente fa almeno tre cose».
Pareva una lisciatina: era un programma. Lo dicono i bilanci: nel 2001 le spese per pagare «gli addetti alle segreterie particolari del presidente, del vicepresidente e dei sottosegretari di Stato estranei alla pubblica amministrazione» (le persone portate da fuori) ammontarono a 1.882.248 euro. Ai quali andavano aggiunti altri 1.846.333 euro per il «trattamento economico accessorio per gli addetti agli uffici di diretta collaborazione del presidente, dei vicepresidenti e dei sottosegretari». Totale: 3.728.581. Cosa significhino esattamente queste voci (cos'è il trattamento «accessorio»?) non è chiarissimo. È però chiaro che le stesse voci si sono impennate nel 2005 fino a 11.154.000 euro: 21 miliardi e mezzo di lire. Un aumento reale, al di là dell'inflazione, del 186%. Né è andata peggio al segretario generale e ai suoi vice: nel 2001 i loro stipendi pesavano per 320 mila euro, nel 2005 per 584 mila.

Per le altre curiosità, c'è da cogliere fior da fiore. Tutto legittimo, per carità. Ma colpisce, in questi anni di ristrettezze, che la Protezione Civile abbia speso nel 2005 solo 6 milioni per lo Tsunami (280 mila morti) e 15, quasi tre volte tanto, per «oneri connessi alle esequie del Papa e alla nomina del nuovo Pontefice». O che la stessa protezione civile abbia tirato fuori un milione di euro per «il grande evento relativo alla Conferenza episcopale di Bari».

Per non dire della magica stagione della società televisiva «Euroscena». Fondata venti anni fa «su imprescindibili valori cristiani» (così è scritto nel sito, dove si vanta insieme il quiz «Distraction» dove chi rispondeva bene aveva diritto a smutandarsi), fino al 2000 fatturava 2 milioni e mezzo di euro. Dal 2001 ad oggi è passata a 16.164.414. Wow! Merito del «genio» dell'amministratore unico, Davide Medici, un ignoto ragazzo di 22 anni? No, della Provvidenza, spiega in un'intervista il socio di maggioranza Luigi Sciò: «Ho tanta fede nella Provvidenza». Che nel suo caso, dicono i maligni, è bassina, ha i capelli trapiantati e la pelle liftata. Berlusconi, per Sciò, è «una persona amica», uno «che ha dato moltissimo alla televisione», un «grandissimo imprenditore», un «uomo veramente straordinario con una famiglia straordinaria». Una stima agiografica ma ricambiata.

Convinto che «Euroscena» sia il top, il Cavaliere le ha infatti delegato non solo la confezione dei filmati propri (dal vertice di Pratica di Mare al decennale di Forza Italia, poi girati alla Rai con relative polemiche) ma anche quelli di Prodi. Dopo una gara «informale» («motivi di segretezza»: sic) fatta poco prima di sgomberare da Palazzo Chigi ma con un contratto che sarebbe scattato il 19 maggio e cioè 40 giorni dopo le elezioni, ha affidato infatti alla società una serie di appalti a partire dal confezionamento tivù dei grandi eventi di palazzo Chigi anche per tre anni a venire. Cosa che al nuovo governo non è piaciuta tanto. Tanto più che, appena insediato, il Professore bolognese si è visto arrivare le fatture per tre avvenimenti «extra-canone» che avevano celebrato il predecessore.
1) La cerimonia per l'anniversario del volontariato civile.
2) L'udienza agli atleti paraolimpici a Villa Madama.
3) La cena a Villa Miani con gli esponenti del Partito Popolare Europeo venuti alla vigilia delle elezioni a spalleggiare il centrodestra. «Perché dobbiamo pagare noi, coi soldi dei cittadini, uno spot promozionale privato e partitico?», si sono chiesti gli attuali inquilini di palazzo Chigi.
Tanto più che la fattura, per i tre servizi, era di 334.316 euro. Più di duecento milioni a botta.
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per vir e per tutti

caro vir, hai perfettamente ragione! per alcuni (e forse ANCHE PER NOI!) e' come una droga. scrivono, scrivono, senza pensare a chi li leggerà, e se quel che dicono sarà trovato interessante... e certi di esserlo, si appofittano del tempo altrui. è come se gli partisse la testa. più volte ho invitato alla sintesi. inutilmente.
abbiamo bisogno di crescere un po'.
rifletteteci sopra. vi voglio bene, credetemi, ma siate meno viscerali e logorroici. e più concreti. stiamo vivendo un momento POLITICO molto duro, e delicato. mettiamoci la testa e cerchiamo di fare politica e meno chiacchere.
smettetela di rimirarvi l'ombelico. sono sicuramente dura. ma le critiche se fatte con amore "servono". criticatemi fin che volete. mi fate solo del bene.
grazie franca

attenzione!

A TUTTE LE AMICHE E AMICI:
VI HO RIPETUTAMENTE, EDUCATAMENTE, INVITATI A NON ACCETTARE LE PROVOCAZIONI DELL'UOMO NERO... (CHE ORA SI E' ANCHE RADDOPPIATO). RIPETUTAMENTE. CHE GUSTO CI PROVATE A SBATTERE VIA IL VOSTRO TEMPO COSì, DANDO CORDA A UNO CHE NON ASPETTA ALTRO?? E' TEMPO CHE MI ASCOLTIATE. IN CASO CONTRARIO, SPIACENTE, MA SARO' COSTRETTA A TROVARE UNA SOLUZIONE CHE NON VI PIACERA'.

SONO MOLTO SERIA.

SE NON CAPITE CHE MOMENTO STO ATTRAVERSANDO VUOL DIRE CHE NON VI FERMATE A RIFLETTERE... EPPURE NON CI VUOLE MOLTO... MAGARI SE MI FATE UNA TELEFONATA VE LO SPIEGO A VOCE.
SCUSATEMI.
franca

URANIO IMPOVERITO:morti ad oggi 43 soldati italiani, e 512 sono ammalati, alcuni sul letto di morte

IMPORTANTE VISITARE I SITI
www.osservatoriomilitare.itwww.nanodiagnostics.it

Ecco un’altra questione che questo governo DEVE affrontare con fermezza e serietà, e ancora una volta con una mano sulla coscienza.

Ricordate tutti la guerra nei Balcani? Da allora i nostri soldati hanno in uso armi con uranio impoverito.

Questa sostanza, al momento dell’esplosione, libera nell’aria un particolato finissimo, facilmente trasportabile per lunghe distanze dal vento, con alto rischio di contaminazione del terreno delle acque.
Dopo l’inalazione, entra in circolo nel sangue con effetti nefasti: linfomi di vario tipo, e dopo una lunga malattia che intacca dapprima i reni, si arriva alla morte. Malformazioni tumori ecc… Una volta introdotto, il nostro corpo non è in grado di espellerlo.

Queste informazioni sono in possesso da lungo tempo della comunità scientifica e dei governi, in primis quello americano. Viene usato da noi, inglesi, americani ecc..

Viene prodotto dai francesi, che, con gli avanzi delle loro centrali nucleari costruiscono questi ordigni bellici, avendo pure un tornaconto economico dagli scarti di produzione.

Sono morti ad oggi per causa chiaramente riconducibili alla cosiddetta “sindrome dei balcani” 43 soldati italiani, e 512 sono ammalati, alcuni sul letto di morte.

Veniamo ad oggi. Sono membro della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito. Tale commissione ha un anno di tempo per compiere il suo mandato, ascoltando tutti gli esperti che saranno ritenuti necessari, e per dare al Senato il suo parere. Da quando è stata istituita, nel mese di novembre, non si è MAI riunita, e a questo punto i tempi iniziano ad essere stretti per compiere un lavoro serio, il rischio è che sia convocata troppo tardi e non riesca ad arrivare ad alcun risultato.

Perché il presidente Marini non convoca la commissione d’inchiesta sull’ Uranio Impoverito?

Si dice ci sia già un accordo di massima sulla presidenza, per Lidia Menapace, ma la commissione non inizia i lavori perchè?!

La verità e forse che nessuno la vuole? E’ una commissione scomoda?

Magari alla sinistra non interessa approfondire, perchè d’Alema mandò i nostri soldati a morire in Kosovo, conscio del rischio a cui erano esposti, e la destra perchè è solidale con le lobbies dei proprietari delle industrie della difesa .

Ecco perché ora più che mai, visti i recenti problemi di questo governo, tra Afghanistan e Vicenza, l’attività della commissione è a rischio.

E’ doveroso intervenire, perché quotidianamente si consuma una tragedia. Non essendo una malattia “riconosciuta” i soldati ammalati e le loro famiglie sono costretti a pagare di tasca loro, cure, ospedali ecc. Ci sono storie strazianti, di genitori che hanno venduto la casa per pagare le cure ai figli.

In questa finanziaria il Senatore Bulgarelli aveva proposto un fondo per il sostegno alle famiglie delle vittime dell’uranio impoverito.

Ma nella notte precedente il voto, dal decreto è scomparso il riferimento preciso all’ uranio impoverito e i fondi dirottati anche famiglie delle vittime di Ustica perchè riconosciute come vittime del terrorismo.

Questo grazie alle pressioni degli alti generali italiani, che hanno preferito mettere a tacere un’altra questione, con l’aiuto della prescrizione.

Come chiudere questo post? Con tutta la rabbia, il senso di disorientamento, impotenza, intolleranza…
Franca

Ps. Ho scritto al proposito una lettera al Presidente Marini, vi comunicherò la risposta.

ATTENZIONE! LA COMMISSIONE SI E' RIUNITA, HA ELETTO PRESIDENTE LA SENATRICE LIDIA MENAPACE E PRESTO INIZERA' LA SUA ATTIVITA' DI INDAGINE.

Argomento: 

La morte di mia madre di Franca Rame

DAL MOMENTO CHE FRANCA NON STA ANCORA BENE, HO PENSATO DI OFFRIRVI UN BRANO CHE HA SCRITTO TEMPO FA PER LA SUA BIOGRAFIA, COSI' POTRETE CONOSCERE UN PO' DI PIU' QUESTA MIA CARA AMICA.
UN ABBRACCIO A TUTTI. MARINA DE JULI
(SE VOLETE VENIRE A VEDERE IL MIO SPETTACOLO "TUTTA CASA, LETTO E CHIESA" DI FRANCA E DARIO
MI TROVERETE AL TEATRO LIBERO DI VIA SAVONA 10, MILANO)

Una luna esagerata.
Settembre.
Da fuori viene un'aria ancora tiepida. Guardo il cielo e le sue stelle. Tante... così abbondanti e non mi danno niente. Il giorno è lontano.
Non ho sonno. Gli occhi mi bruciano, ma non ho sonno. Sono rientrata da poco. Ho recitato un po' distratta, col pensiero in questa cameretta. Mi
appoggio meglio alla poltrona.
Ho posato in grembo il detergente per lo strucco.
I clinex.
Me lo passo sul viso, con sospiri lunghi. Di quelli che ti sconquassano l'anima.
Non avrei voluto mai vivere questo momento.
La guardo. Lei è lì che sta faticando a morire.
Un rantolo costante da giorni ci segue in ogni stanza.
La sua mano, che tengo più che posso nella mia, è tiepida... se non fosse per quel respiro strozzato che le esce e le labbra spaccate per l'arsura, potrebbe sembrare una bellissima anziana signora addormentata.
"Sì, mamma, ora te le inumidisco" - mi viene normale parlarle come mi sentisse. Da una tazza prendo la garza intinta nell'acqua, delicatamente gliela passo sulle labbra. Sulle gengive. Qualche goccia sulla lingua. Mi sembra che ne succhi un po'. Chissà.
"Sono qui, mamma. Sono qui, dammi la mano".
La casa dorme. Anche l'infermiera della notte, riposa.

In questi lunghi solitari silenziosi momenti, il pensiero fa salti qua e là nella nostra vita. Penso sia un fatto normale: come tirare le somme, mettere in fila i
ricordi. Il passato ti viene davanti a saltelloni, il bello e il brutto, sorridi e ti rattristi in un attimo... tutto è così veloce.
"Che ragazzina generosa la Sgarbina, figlia del nostro droghiere... quando andavamo da lei subito si metteva una caramella in bocca, la succhiava un po', poi ce la regalava."
È mia mamma che racconta.
Mi vedo la scena con un sorriso. Che m'è venuto in mente?
La mia famiglia.
Non ho conosciuto nessun nonno e da piccola invidiavo le bambine che li avevano.
Cerco di immaginare mia madre tra i suoi. Il padre ingegnere del comune di Bobbio, o forse solo geometra, la madre casalinga. Undici figli: sette femmine quattro maschi. Poveri come l'acqua, dignitosi, di una certa classe sociale, con troppe bocche da sfamare e da far studiare. Maschi e femmine non potevano mai uscire tutti insieme: mancavano le
scarpe.
L'Emilia, la mia mamma, a 17 anni diventa maestra.
Per quei tempi era già tanto. La mandano a insegnare in una scuola sperduta in montagna. Viene ospitata da un cugino prete, giovane, grasso e gentile. Il povero pretino si innamora perdutamente di lei. Per quanto
cercasse aiuto nel Signore un bel momento, bruttissimo per la giovane cattolica-fervente-praticante-Emilia, le palesa il suo perdimento. Si
vuole spretare, sposarla e tenta pure di baciarla. Vola un ceffone sul facciotto pallido dell'impunito e, quasi soffocando per l'indignazione, l'integerrima maestrina se ne torna a casa a piedi, che era già scuro.
E c'era pure la neve.
Quanto fervore nella tua voce, quanta indignazione, mamma. Dopo tanti anni è sempre come fosse ieri, nella tua testa, indelebile. Fotografia mai ingiallita.
Credo sia stato l'unico momento "vergognoso", come lei lo definisce, della sua vita. "Ma mamma, quel povero pretino, in quel paesino sperduto
in montagna... potevi anche darglielo un bacino..." le dicevo ridendo.
"Mai. Si vergogni!"
Chissà da quanto è morto.
"All'inferno! Sarà certamente all'inferno!"
A 85 anni, e non era la prima volta, a Cesenatico, chiede di confessarsi. Dario, in bicicletta va a chiamare il prete. Lo vedevamo tutte le estati, sempre a confessare mammà. Aperto, intelligente, un
buon cristiano. Li lasciavamo soli. Parlottavano per una mezz'oretta. Lei, seduta, compunta, seria, con gli occhi bassi come bruciasse ancora di vergogna per tanta offesa. Lui, con la bocca piena di biscotti, la
rincuorava. Li spiavo dalla finestra sciogliendomi di tenerezza. Quando usciva gli chiedevo: "Ha visto che peccati tremendi ha fatto la mia mamma? E' sempre quello eh... il povero pretino... e il ceffone..."
Lui se ne andava ridendo intascando l'offerta per la chiesa. In bicicletta.

Di mio padre si innamora poco dopo la storia del pretino.

Me la immagino. La vedo giovane, bellissima.
E quando dico bellissima voglio proprio dire "bellissima", senza alcun aiuto. (Nessuno di noi, quattro figli, pur assomigliandole, s'è
avvicinato a tanta autentica beltà).
Arriva il principe azzurro.
Mio padre Domenico Rame: "marionettista girovago" con il suo carro, il fratello Tommaso, la sorella Stella, il padre Pio, grande estimatore di Garibaldi tanto da portare una barba come la sua. L'unico ritratto in
nostro possesso lo raffigura vestito e somigliante all'eroe!
A quel tempo, in un paesotto (ora città) come Bobbio, l'arrivo delle marionette doveva essere certamente un evento.
Si conoscono a carnevale ad un gran ballo, le sette sorelle Baldini, con costumi d'epoca cuciti da loro stesse, folgoravano, sotto lo sguardo attento di tutta la famiglia, i maschi presenti. Lui... il mio papà...:
"Era bellissimo! Aveva un costume azzurro... M'ha invitato a ballare sette volte. E mi stringeva anche!" cinguettava mia madre illuminata dal ricordo e per nulla imbarazzata da tanto ardire.
Fulminati.
Lui, finita la stagione in quel di Bobbio, se ne va. Lei sicuramente piange.
Dopo un anno di lettere d'amore il Domenico torna. Si sposano con grande scandalo della famiglia e del paese. E sì, perché tutte le altre sorelle erano fidanzate con tipi ben piazzati, il professore, il giudice, il
direttore di banca. Lei no: il marionettista, col suo carro e senza fissa dimora. Altro che scandalo.
Bellissima, giovane, innamorata, cerca con tutte le sue forze di adeguarsi alla nuova vita, tanto diversa da quella che aveva condotto sino a quel giorno. Aiuta la famiglia come può. Non sa manovrare le marionette, ma si ingegna a cucire vestiti, e rinnova tutto il
guardaroba dei pupazzi di legno. A pensarci pare una storia inventata.
E' molto orgogliosa di quello che fa. Più avanti, dirà qualche battuta.
Con l'avvento del cinema (1920) i fratelli Rame intuiscono che "il teatro delle marionette" sarà presto messo in crisi, schiacciato da questo nuovo magico mezzo di spettacolo. Decidono un cambiamento
radicale (con grande dolore del nonno Pio): "Reciteremo noi i nostri spettacoli, entreremo in scena noi, al posto delle marionette". Così mio padre, coraggiosamente, con l'Emilia, la zia Stella, lo zio Tommaso con la moglie Maria (nuova recluta della compagnia) si sostituiscono ai pupazzi di legno, divenute, nel frattempo, vere e proprie sculture (tre
sono esposte al Museo della Scala di Milano).
Debuttano nel teatro di "persona", recitano loro stessi i testi, i personaggi che avevano fino allora interpretato muovendo e doppiando le marionette, e lei, la mia mamma, diventa la prima attrice. Un'attrice che di giorno tira su i figli, li aiuta a studiare, si occupa della casa in modo impeccabile. E oltretutto si occupa anche dell'amministrazione della compagnia. E alla sera, via!... Diventa Giulietta e Tosca, e la Suora Bianca dei "Figli di nessuno", e la Fantina dei "Miserabili", tutti ruoli che via via abbiamo interpretato anche noi figli e le cugine Ines e Lucia. Mi vedo a percorrere l'apprendistato dei teatranti interpretando tutti i
personaggi che crescendo erano adatti alla mia età, maschili o femminili che fossero.
Il vantaggio della compagnia di mio padre rispetto alle altre compagnie di giro (così si chiamavano le piccole compagnie di provincia) era l'invenzione di impiegare tutti i trucchi scenici del teatro fantastico delle marionette nel "teatro di persona": montagne che si spaccano in quattro a vista, palazzi che crollano, un treno che appare piccolissimo lassù, nella montagna e che man mano che scende s'ingrandisce fino ad
entrare in scena con il muso della locomotiva a grandezza quasi naturale. Mari in tempesta, nubi che solcano minacciose il cielo tra lampi e tuoni, gente che vola, scene in tulle in proscenio, che illuminate a dovere ti facevano vedere come era fatto il paradiso.
Insomma tutti gli espedienti tecnici dell'antico teatro seicentesco dei Bibbiena, che viveva ancora, dentro la scenotecnica delle marionette. In questa nuova veste la compagnia di mio padre realizza un successo
insperato. Si lavorava tutte le sere, 363 giorni l'anno. Riposo solo il venerdì santo, e il 2 dei morti, a novembre. O se c'era il funerale di un defunto importante del paese: il prefetto, il podestà, il dottore, il prete, il farmacista. La domenica, la compagnia si divideva in due e si faceva doppio spettacolo, pomeriggio e sera, 4 in una giornata. Mio padre, il capo, con il ruolo di primo attore, manager P.r. diremmo oggi, lo zio Tommaso recitava il ruolo dell'antagonista o del comico-brillante, a seconda dei testi, e di drammaturgo-poeta di compagnia; le mogli, i figli, gli attori scritturati, i dilettanti, gli amici componevano la nostra compagnia. Giravamo cittadine, paesotti e paesini del nord Italia su di una corriera che chiamavamo "Balorda" a causa del comportamento bizzarro che aveva, che più che al suo cattivo carattere andava attribuito agli anni. In certi paesi nei quali ad una certa ora del giorno si passava, nei turnichè particolarmente ripidi, lei, la vecchia signora, non ce la faceva. C'erano sempre dei ragazzi
che ci aspettavano. Ci spingevano fra tante risate, poi la sera ci raggiungevano ed entravano a godersi lo spettacolo gratis. "Siamo quelli che abbiamo spinto la Balorda." "Passate". Mio padre amava la Balorda e, zingarone com'era, gioiva tutto nel vedersela rilucente di colori sgargianti. Mia madre, la maestrina-cattolica-di buona famiglia, ogni volta che lui le cambiava
colore lamentava col pianto in gola: "Non sposeremo mai le nostre figlie!". "Hai ragione Milietta... domani le cambio colore". E l'indomani, quando "Milietta" si affacciava in cortile, ecco la Balorda ridipinta... d'argento! "Non sposeremo mai le nostre figlie!" bisbigliava rassegnata scuotendo
la testa.

Cos'è?... m'ha stretto la mano?... Trattengo il fiato. Giro appena la lampada del comodino. No, mi è solo parso... Ma forse... Che debbo mai aspettarmi, in che spero? Ha 88 anni, è in coma profondo da oltre un mese.
Fuori è ancora buio. Guardo l'ora. E' passato poco tempo e mi pare un'eternità.

"Come va?" "Bene, dorme..." Non mi veniva di dire COMA. Dario mi dà un bacio. "Va' a dormire, ci sto io." "Non ho sonno..." Come se ne va mi metto a piangere. Che momento orribile. Appoggio la testa. Poi mi rimetto dritta. Non voglio addormentarmi.

"E' ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande". Avevo 3 anni. E' mia madre che parla. Me la ricordo mentre mi insegnava la parte: "bocca a bocca", così si diceva a casa mia, mot-a mot, parola per
parola. Aveva deciso (era sempre lei che prendeva le decisioni importanti in famiglia) che avrei fatto un angiolino di supporto all'angelo vero, che veniva interpretato da mia sorella Pia in "La passione del Signore" atto V, Orto dei Getzemani. "Pentiti Giuda
traditore che per trenta monete d'argento hai venduto il tuo Signore! Pentiti! Pentiti!" recitava Pia e io dovevo ripetere gridando subito dopo, la stessa battuta: "Pentiti! Pentiti! Giuda traditore che per trenta monete d'argento hai venduto il tuo Signore!"
Non era una gran parte, non ci devo aver messo molto ad impararla.
"Ripeti!" e ancora e ancora "ripeti" diceva la mamma paziente mentre pelava le patate per il minestrone. "Ripeti!" Mia madre per i suoi figli era ambiziosissima.
Per l'occasione mi aveva cucito un bellissimo abito bianco da angelo, con due grandi ali bianche e oro appoggiate sulle spalle. Seppur credente non andava mai in chiesa ma aveva il famoso cugino prete. Lei
lo sapeva benissimo che gli angeli erano vestiti così! Mio padre, ormai entrato nel gioco, mi fabbricò una coroncina di lampadine con una pila infilata nelle mutandine, e me la mise in testa. E' ora d'andare in scena e tutti: "Ma che bell'angiolino! Ma che bel
vestito!" La mia mamma faceva andare la coda e io, lì pronta con le mie ali e le lampadine in testa, a ripetere la battuta. Non mi avevano fatto fare nessuna prova. Sapevo solo che ad un certo punto avrei dovuto
seguire mia sorella Pia nell'entrata in scena e ad un segnale della mia mamma sistemata in quinta avrei dovuto gridare "pentiti-pentiti...". Il guaio, l'imprevisto che più imprevisto di così non si poteva
immaginare, fu che il personaggio di Giuda era interpretato da mio zio Tommaso, un uomo che avevo sempre visto calmo, sorridente, che mi raccontava storie bellissime, mi regalava un sacco di divertimenti, al quale volevo molto bene e vedermelo lì, proprio vicino vicino, con una parruccaccia nera in testa... gli occhi che lanciavano saette tra un minaccioso tuonar e lampeggiar nel cielo... che disperato gridava:
"Possano i corvi divorarmi le budella, le aquile strapparmi gli occhi!" e altri animali che non ricordo "mi divorino un pezzetto alla volta a incominciare dalla lingua", mi fece un effetto tremendo.
Mamma mia che spavento!
Cosa stava capitando?! Ero stravolta, me lo ricordo benissimo. Ma quello che mi buttò completamente fuori, fu il vedere mia sorella Pia, solitamente rispettosa ed educata, che per nulla intimorita gliene stava dicendo di tutti i colori! Una sfuriata in piena regola, che trascinava il nostro povero zio in una disperazione sempre più nera. "Ma cosa sta
capitando? Perchè lo zio Tommaso fa così?" Il groppo che mi sentivo in gola stava per scoppiare.
Mia madre dalla quinta mi faceva gesti più che perentori, le sue labbra ripetevano "pentiti pentiti". Giuro che avrei potuto dire la mia battuta, ma non me la sentivo proprio di rincarare la dose. No, io no,
allo zio Tommaso non dico proprio un bel niente! Non so cosa gli stia capitando, poverino. Forse è impazzito.
A piccoli passi, camminando come pensavo camminassero gli angeli, seppur spaventatina, mi avvicino, lui era in ginocchio e gridava più che mai,
proprio fuori di testa. Dio che paura! Senza dire una parola mi sono arrampicata al suo collo e l'ho abbracciato, tempestandogli la faccia di baci. Insomma cercavo, con i mezzi che avevo a disposizione di calmarlo e piangevo trattenendo i singhiozzi, nel silenzio che era calato in palcoscenico. Pia era ammutolita. In quinta mia madre faceva segnali che non prospettavano niente di buono. Lo zio-Giuda si blocca per non più di cinque secondi, giuro. E poi con voce profonda (intanto con la mano solleticava la mia e con gli occhi mi rideva per tranquillizzarmi) dice
rivolgendosi al cielo: "Dio, sei grande! A questo orrendo peccatore mandi il conforto... un piccolo angelo... mi tendi la mano... No, no, non me lo merito!" e , dal momento che lo spettacolo doveva pur
terminare, taglia corto: "M'impicco! Dov'è l'albero più alto?
M'impicco!!" Deve usare un po' di forza per liberarsi da me che proprio non ne voglio sapere di lasciarlo andare ad impiccarsi. Cosa vuol dire impiccarsi? Non lo sapevo ma ero certa fosse una cosa brutta. "L'albero
più alto... dov'è l'albero più alto... Lasciami andare angiolino... Lasciami..." e con un urlo agghiacciante esce di scena. Mia sorella (l'unica volta nella sua vita, credo) non sapendo più che fare, camminando anche lei sulle punte, immediatamente lo segue. Grande applauso. Tutti mi chiamano dalla quinta con grandi cenni. Non so se la paura d'essere sgridata o il "senso del dovere" che maledizione da che sono nata è lì, a infastidirmi la coscienza, fatto si è che dopo un attimo di silenzio, raddrizzandomi la coroncina di lampadine che nel trambusto stava per cadermi, con voce chiara e mesta, quel tanto che serve, dico: "S'impicca! Non s'è pentito... Giuda traditore che per trenta monete
d'argento ha venduto il suo Signore... Non s'è pentito!" e via che esco. Ce l'avevo fatta: l'avevo detta tutta! Non so se mi abbiano detto qualcosa... so solo che da allora in poi, "La passione del Signore" ha sempre avuto due angiolini, con il più piccolo che abbraccia Giuda a mostrare la grandezza di Dio.
E tutti giù a piangere.

"Signora, vada a dormire, è mattina."
E' l'infermiera del turno di giorno. Mi corico vestita. "Mi raccomando, mi chiami se..."

E' ora di pranzo. Tutta la famiglia riunita.
La mia testa è divisa in due pensieri fissi: lo spettacolo alle 15 al Teatro Odeon, mia madre in agonia.
So che andiamo a pochi. Lo sento.
L'infermiera arriva da laggiù. Senza complimenti mi chiede: "Ha un foulard?" Domanda bizzarra. Non capisco. Mi fa un gesto veloce che dal mento va alla testa. Mi occorre qualche secondo per afferrare il
significato della sua richiesta. Corro da mia madre.
Nulla è cambiato. Me la guardo per un po'. Da anni mi son sempre detta: Lei deve morire con la sua mano nella mia. Ma ora, sprofondata in questo sonno senza
coscienza, non servo a nulla. Mi strazio e basta. Un lunghissimo bacio.
"I vestiti.... Datemi i vestiti." Dico a fatica. Sul pianerottolo m'infilo i pantaloni, il golf. Arriva l'ascensore. "Vuoi proprio andare a lavorare?" "Sì Dario, tornerò in tempo."
Teatro Odeon. Camerino. Mi trucco, mi vesto.
Silenzio assoluto intorno a me. Insolito in un teatro.
Vado in scena.
Faccio fatica a non scoppiare a piangere a quel grande applauso che mi accoglie. La gente non sa nulla, ma io sì. Strofino con forza i denti sul labbro inferiore, ripetutamente. Il groppo sparisce. "Tutta casa, letto e chiesa". Monologo comico.
Le risate arrivano, gli applausi anche.
Tutto normale.
Guardo in quinta di quando in quando. Solitamente mio fratello Enrico è lì. Non lo vedo.
Intervallo.
Non chiedo.
Nessuno parla.
Secondo tempo.
Vado avanti "a macchina". Giro "la chiavetta della professione".
Mio fratello non spunta. Tiro fino in fondo. Come si chiude il sipario, mi sento male. Mi portano in camerino. La gente, felice, batte le mani.
Ma chi ce la fa ad uscire a ringraziare? Sto vomitando.
Chiudono il sipario di ferro. Gli applausi continuano. Il pubblico non capisce cosa stia succedendo. Perché non esce? Arriva un gran silenzio a un tratto. Sento Roberto Anselmino, il direttore di scena che parla:
"Scusate ma Franca non può uscire. S'è sentita male. E' morta sua madre."
L'ho saputo così. Se ne era andata, dunque. Cos'è sto accellerar di battiti in gola?
Quando, all'uscita, mi sono trovata più di mille persone che mi aspettavano non sapevo che dire. Erano tutti lì, in un silenzio che non dimenticherò mai. Passavo tra loro. Chi mi accarezzava un braccio, chi
mi tendeva la mano. I denti incollati al mio labbro mi facevano male. Avevo voglia di abbracciarli tutti e lasciarmi andare. Spesso, tornando a quel momento mi dispiace molto di non averlo fatto.

E' il 4 ottobre, 1988. San FRANCESCO.

Medico per il certificato di morte. Telefonate. Gente. Amici. E io che parlo, parlo ad alta voce. Ma proprio alta. Non so perché.
La notte, il giorno.
Al funerale ho continuato a ricordare il tragitto nella mia vita passata con la mia famiglia.
Per non pensare, per averla ancora con me.

"Gli spazzacamini della valle d'Aosta". 1934.
Avevo 5 anni. Com'è che succedeva? Come arrivavo la prima volta in scena con un personaggio protagonista che non avevo mai provato né interpretato? La parte come sempre, finché non ho imparato a leggere, me
la insegnava la mia mamma, la imparavo velocissimamente, era come se la sapessi già.
Anzi, la sapevo già. Quante volte mi ero addormentata nella cassa dei costumi, o nella bara di Giulietta, quella del Romeo, o in qualsiasi altro posto dove si
potesse stare rannicchiati, al caldo, mentre i miei recitavano una sera dopo l'altra?
"Gli spazzacamini della Valle D'Aosta" un drammone. Gino (io), il protagonista, figlio di una bella ma povera incintata e poi abbandonata dal "contino" ricco rampollo di nobil famiglia... che l'ama perdutamente
ma che il padre costringe ad abbandonare. Quindi, straziato dal dolore, sparisce, come solo i nobil sanno fare. Nasce Gino. Miseria nera in casa della addolorata incintata. L'unica soluzione è "affidare" in cambio di
poche lire, il bimbo, nonostante la tenera età, ad un "mercante di carne umana"! Un delinquente che specula sui bambini che gli vengono quasi venduti, mandandoli spesso a morire nel tentativo di pulire, in quanto smilzi e denutriti (quanto piangeva la gente!) la cappa dei camini. E quando la mia mamma, che per fortuna era venuta a trovarmi a Torino col mio nonno sennò chissà come avrebbe mai fatto a tornarsene a casa, crede che il suo Gino sia morto nella cappa del camino via che impazzisce. Ma il suo Gino, per fortuna della povera sfigata, quel giorno lì era ammalato, quindi sostituito nel lavoro da un generoso compagno, certo Carletto, che, fatalità, muore al suo posto. (Com'è che la generosità viene raramente premiata?). Nel frattempo il vecchio contaccio schiatta, ed il contino, vale a dire il mio papà, in quanto sempre innamorato della povera sfigata, decide di riparare al malfatto e proprio quel giorno... guarda tu i casi della vita!, finalmente dopo peripezie varie, riesce a trovare il figlioletto, denutrito e lacero.
Ci sono un po' di problemi per far rinsavire la povera-ma-onesta madre, ma alla fine tutto finisce in gloria tra lacrime e singhiozzi e applausi. 5 atti, con comica finale per non mandare a casa la gente con il magone.
Il nostro era un teatro realmente e totalmente "all'improvviso" che si basava su trame semplici e stringate, teatro popolare appunto, nella tradizione della Commedia dell'arte, anche se io non lo sapevo,
completamente opposto al teatro letterario e naturalista messo in scena dalle illustri compagnie che agivano nelle grandi città, imitato in tutto il suo negativo dalle piccole compagnie, che agivano in provincia. Il successo di cui godevamo stava tutto in questa differenza. Il nostro repertorio era vastissimo: dalle più famose tragedie di Shakespeare ai drammmoni ottocenteschi, alle comiche finali. (Il tutto
senza aver mai studiato una parte a memoria su di un copione meno che per le commedie di autori moderni a quei tempi: Niccodemi, Giacosa, Rosso di San Secondo, Ibsen, in quel caso si studiava e si provava).
Non esistevano copioni di testi teatrali veri e propri, ma una specie di canovacci e per molti testi non esistevano nemmeno quelli. Ce li avevamo nella testa da sempre. Come si lavorava? Arrivavamo ad esempio in una piazza nel giorno in cui in paese si festeggiava la santa patrona, ebbene, debuttavamo con la storia di quella santa sulla quale mio padre e mio zio avevano giorni prima letto e ascoltato dalla gente vita morte e miracoli. Riunivano la compagnia, raccontavano a sommi capi l'intreccio, distribuivano i ruoli e se i costumi adatti non c'erano si rimediavano, e via che si debuttava.
Senza prove.
Se si confronta con i 90 o addirittura i 180 giorni di prova delle compagnie di oggi...
Eravamo bravi? Non lo so. So solo che i teatri erano sempre pieni. E quando in un paese avevamo fatto tutto il nostro repertorio (replicato 6 sere la Giulietta, 6 la Passione del Signore, Il povero fornaretto di
Venezia e non mi ricordo più quali altri drammoni di successo), mio padre o mio zio si leggevano un romanzo, ci riunivano e ce lo raccontavano. Esattamente come la santa patrona. Sulle quinte laterali, in bella calligrafia, la scaletta dei punti chiave, il susseguirsi degli avvenimenti. Per "Una causa celebre, ovvero La collana della morta" tragica storia di
fratelli gemelli, brevi accenni. "Scena prima: ragazza incontra padre, sconosciuto, partito povero, anni
fa, torna ricco sfondato. Dimostrare freddezza e repulsione. Ricordare madre morta.
Scena seconda: uomo innocente e disperato languisce carcere (il fratello gemello) terribile errore giudiziario. Accennare assassinio corriere a Lione. Accennare moglie morta e figlia abbandonata al paese. Saranno
ancora vive?" Solo nel V atto tutto si risolve. "Il buono libertà e onore, il cattivo smascherato da collana rubata: taglio testa. Gaudio e felicità. Ricordarsi madre morta.Comica finale."

Non c'è personaggio nel repertorio della mia famiglia che a seconda dell'età non abbia interpretato. Neonati, 8 giorni in braccio alla mia mamma che mi presentava all'affezionato pubblico tutta orgogliosa, in
"La Genoveffa di Brabante", bambini o bambine, ragazzini, ragazzotti, signorine, giovanotti, suore, cortigiane, regine, principesse, contesse, prostitute.
Una volta ho fatto persino, il cuciniere Dracco ne "La Genoveffa di Brabante". Giuro. La storia nel ricordo mi fa ancora ridere. Ero cresciuta e la Genoveffa (che dio la maledica! Quanto ho odiato 'sta noiosa!) ora la facevo io. Giovane e bella moglie del re alla guerra, sola nella reggia viene insidiata da Golo, un primo ministro della situazione, che lei respinge furente e offesa. La giovane regina decide di inviare una missiva al marito per avvertirlo del tradimento del suo braccio destro, tramite il "cuciniero" Dracco: l'unico che a corte le sia rimasto fedele. "Torna o mio diletto, torna! Che quel maialone del Golo vuole fare con me, proprio quella cosa là!" Golo, che è sempre lì a origliare, scopre tutto e, zak!, pugnala il poveraccio e manda a dire al re che il bimbo che aspettava con tanta gioia non ha proprio nulla di regale, ma è un plebeo
schifoso, figlio del cuciniero Dracco. Il re ci casca, fuori dalla grazia di dio "un cuciniero no!", ordina il taglio della testa della fedifraga e anche del bambino nato nel frattempo. (Tranquilli che poi tutto, come sempre, finisce in gloria). Stiamo preparandoci per andare
in scena, ma era uno di quegli spettacoli domenicali in cui la compagnia si divide in due, e ci rendiamo conto che ci manca l'attore che avrebbe dovuto interpretare il ruolo del cuciniero. D'accordo, sono due parole
che si possono anche tagliare, ma fisicamente deve proprio essere in scena, altrimenti Golo, come fa ad ammazzarlo? Ci ragioniamo sopra un attimo. Bene. Ci siamo. Facciamo così. Seguitemi bene. Al momento
cruciale, io, Genoveffa, vado alla quinta di destra. Il perfido Golo mi spia dalla quinta di sinistra. Parlo, guardando fuori scena con il cuciniere che non c'è, fingo di consegnargli il messaggio e poi, affranta, esco di scena da quella parte. Velocissimi mi mettono sulle
spalle un mantellaccio con cappuccio, che mi copre dalla testa ai piedi. Rientro in scena ronculando con la missiva bene in evidenza in mano, faccio qualche passo come se ora io parlassi a Genoveffa voltando le
spalle al perfido Golo, che immediatamente si precipita su di me-cuciniero "Muori, spione di un cuciniero!" e via che mi pugnala. Cado morta. Golo con uno sghignazzo satanico mi trascina fuori scena a
sinistra, cioè dalla parte opposta da cui sono entrata. Mi tolgono il mantello, mi raddrizzo la parrucca bionda dalle lunghe trecce, corro velocissima rientrando a destra in scena e vedo Golo che pulisce il pugnale assassino nel mantellaccio che io indossavo fino a due secondi prima. "L'avete ucciso! Assassino!!" Ansimo un po', per via della corsa, ma sono perfettamente in parte e nessuno si accorge di niente.

Sto sorridendo, mentre il prete finisce la messa. Hai vissuto 88 anni, mamma.
Ho cercato di darti il meglio che ho potuto.
Dedizione.
Tempo.
Amore.
Tanto.
Sono serena.
Ciao cara.