per vir e per tutti

caro vir, hai perfettamente ragione! per alcuni (e forse ANCHE PER NOI!) e' come una droga. scrivono, scrivono, senza pensare a chi li leggerà, e se quel che dicono sarà trovato interessante... e certi di esserlo, si appofittano del tempo altrui. è come se gli partisse la testa. più volte ho invitato alla sintesi. inutilmente.
abbiamo bisogno di crescere un po'.
rifletteteci sopra. vi voglio bene, credetemi, ma siate meno viscerali e logorroici. e più concreti. stiamo vivendo un momento POLITICO molto duro, e delicato. mettiamoci la testa e cerchiamo di fare politica e meno chiacchere.
smettetela di rimirarvi l'ombelico. sono sicuramente dura. ma le critiche se fatte con amore "servono". criticatemi fin che volete. mi fate solo del bene.
grazie franca

attenzione!

A TUTTE LE AMICHE E AMICI:
VI HO RIPETUTAMENTE, EDUCATAMENTE, INVITATI A NON ACCETTARE LE PROVOCAZIONI DELL'UOMO NERO... (CHE ORA SI E' ANCHE RADDOPPIATO). RIPETUTAMENTE. CHE GUSTO CI PROVATE A SBATTERE VIA IL VOSTRO TEMPO COSì, DANDO CORDA A UNO CHE NON ASPETTA ALTRO?? E' TEMPO CHE MI ASCOLTIATE. IN CASO CONTRARIO, SPIACENTE, MA SARO' COSTRETTA A TROVARE UNA SOLUZIONE CHE NON VI PIACERA'.

SONO MOLTO SERIA.

SE NON CAPITE CHE MOMENTO STO ATTRAVERSANDO VUOL DIRE CHE NON VI FERMATE A RIFLETTERE... EPPURE NON CI VUOLE MOLTO... MAGARI SE MI FATE UNA TELEFONATA VE LO SPIEGO A VOCE.
SCUSATEMI.
franca

URANIO IMPOVERITO:morti ad oggi 43 soldati italiani, e 512 sono ammalati, alcuni sul letto di morte

IMPORTANTE VISITARE I SITI
www.osservatoriomilitare.itwww.nanodiagnostics.it

Ecco un’altra questione che questo governo DEVE affrontare con fermezza e serietà, e ancora una volta con una mano sulla coscienza.

Ricordate tutti la guerra nei Balcani? Da allora i nostri soldati hanno in uso armi con uranio impoverito.

Questa sostanza, al momento dell’esplosione, libera nell’aria un particolato finissimo, facilmente trasportabile per lunghe distanze dal vento, con alto rischio di contaminazione del terreno delle acque.
Dopo l’inalazione, entra in circolo nel sangue con effetti nefasti: linfomi di vario tipo, e dopo una lunga malattia che intacca dapprima i reni, si arriva alla morte. Malformazioni tumori ecc… Una volta introdotto, il nostro corpo non è in grado di espellerlo.

Queste informazioni sono in possesso da lungo tempo della comunità scientifica e dei governi, in primis quello americano. Viene usato da noi, inglesi, americani ecc..

Viene prodotto dai francesi, che, con gli avanzi delle loro centrali nucleari costruiscono questi ordigni bellici, avendo pure un tornaconto economico dagli scarti di produzione.

Sono morti ad oggi per causa chiaramente riconducibili alla cosiddetta “sindrome dei balcani” 43 soldati italiani, e 512 sono ammalati, alcuni sul letto di morte.

Veniamo ad oggi. Sono membro della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito. Tale commissione ha un anno di tempo per compiere il suo mandato, ascoltando tutti gli esperti che saranno ritenuti necessari, e per dare al Senato il suo parere. Da quando è stata istituita, nel mese di novembre, non si è MAI riunita, e a questo punto i tempi iniziano ad essere stretti per compiere un lavoro serio, il rischio è che sia convocata troppo tardi e non riesca ad arrivare ad alcun risultato.

Perché il presidente Marini non convoca la commissione d’inchiesta sull’ Uranio Impoverito?

Si dice ci sia già un accordo di massima sulla presidenza, per Lidia Menapace, ma la commissione non inizia i lavori perchè?!

La verità e forse che nessuno la vuole? E’ una commissione scomoda?

Magari alla sinistra non interessa approfondire, perchè d’Alema mandò i nostri soldati a morire in Kosovo, conscio del rischio a cui erano esposti, e la destra perchè è solidale con le lobbies dei proprietari delle industrie della difesa .

Ecco perché ora più che mai, visti i recenti problemi di questo governo, tra Afghanistan e Vicenza, l’attività della commissione è a rischio.

E’ doveroso intervenire, perché quotidianamente si consuma una tragedia. Non essendo una malattia “riconosciuta” i soldati ammalati e le loro famiglie sono costretti a pagare di tasca loro, cure, ospedali ecc. Ci sono storie strazianti, di genitori che hanno venduto la casa per pagare le cure ai figli.

In questa finanziaria il Senatore Bulgarelli aveva proposto un fondo per il sostegno alle famiglie delle vittime dell’uranio impoverito.

Ma nella notte precedente il voto, dal decreto è scomparso il riferimento preciso all’ uranio impoverito e i fondi dirottati anche famiglie delle vittime di Ustica perchè riconosciute come vittime del terrorismo.

Questo grazie alle pressioni degli alti generali italiani, che hanno preferito mettere a tacere un’altra questione, con l’aiuto della prescrizione.

Come chiudere questo post? Con tutta la rabbia, il senso di disorientamento, impotenza, intolleranza…
Franca

Ps. Ho scritto al proposito una lettera al Presidente Marini, vi comunicherò la risposta.

ATTENZIONE! LA COMMISSIONE SI E' RIUNITA, HA ELETTO PRESIDENTE LA SENATRICE LIDIA MENAPACE E PRESTO INIZERA' LA SUA ATTIVITA' DI INDAGINE.

Argomento: 

La morte di mia madre di Franca Rame

DAL MOMENTO CHE FRANCA NON STA ANCORA BENE, HO PENSATO DI OFFRIRVI UN BRANO CHE HA SCRITTO TEMPO FA PER LA SUA BIOGRAFIA, COSI' POTRETE CONOSCERE UN PO' DI PIU' QUESTA MIA CARA AMICA.
UN ABBRACCIO A TUTTI. MARINA DE JULI
(SE VOLETE VENIRE A VEDERE IL MIO SPETTACOLO "TUTTA CASA, LETTO E CHIESA" DI FRANCA E DARIO
MI TROVERETE AL TEATRO LIBERO DI VIA SAVONA 10, MILANO)

Una luna esagerata.
Settembre.
Da fuori viene un'aria ancora tiepida. Guardo il cielo e le sue stelle. Tante... così abbondanti e non mi danno niente. Il giorno è lontano.
Non ho sonno. Gli occhi mi bruciano, ma non ho sonno. Sono rientrata da poco. Ho recitato un po' distratta, col pensiero in questa cameretta. Mi
appoggio meglio alla poltrona.
Ho posato in grembo il detergente per lo strucco.
I clinex.
Me lo passo sul viso, con sospiri lunghi. Di quelli che ti sconquassano l'anima.
Non avrei voluto mai vivere questo momento.
La guardo. Lei è lì che sta faticando a morire.
Un rantolo costante da giorni ci segue in ogni stanza.
La sua mano, che tengo più che posso nella mia, è tiepida... se non fosse per quel respiro strozzato che le esce e le labbra spaccate per l'arsura, potrebbe sembrare una bellissima anziana signora addormentata.
"Sì, mamma, ora te le inumidisco" - mi viene normale parlarle come mi sentisse. Da una tazza prendo la garza intinta nell'acqua, delicatamente gliela passo sulle labbra. Sulle gengive. Qualche goccia sulla lingua. Mi sembra che ne succhi un po'. Chissà.
"Sono qui, mamma. Sono qui, dammi la mano".
La casa dorme. Anche l'infermiera della notte, riposa.

In questi lunghi solitari silenziosi momenti, il pensiero fa salti qua e là nella nostra vita. Penso sia un fatto normale: come tirare le somme, mettere in fila i
ricordi. Il passato ti viene davanti a saltelloni, il bello e il brutto, sorridi e ti rattristi in un attimo... tutto è così veloce.
"Che ragazzina generosa la Sgarbina, figlia del nostro droghiere... quando andavamo da lei subito si metteva una caramella in bocca, la succhiava un po', poi ce la regalava."
È mia mamma che racconta.
Mi vedo la scena con un sorriso. Che m'è venuto in mente?
La mia famiglia.
Non ho conosciuto nessun nonno e da piccola invidiavo le bambine che li avevano.
Cerco di immaginare mia madre tra i suoi. Il padre ingegnere del comune di Bobbio, o forse solo geometra, la madre casalinga. Undici figli: sette femmine quattro maschi. Poveri come l'acqua, dignitosi, di una certa classe sociale, con troppe bocche da sfamare e da far studiare. Maschi e femmine non potevano mai uscire tutti insieme: mancavano le
scarpe.
L'Emilia, la mia mamma, a 17 anni diventa maestra.
Per quei tempi era già tanto. La mandano a insegnare in una scuola sperduta in montagna. Viene ospitata da un cugino prete, giovane, grasso e gentile. Il povero pretino si innamora perdutamente di lei. Per quanto
cercasse aiuto nel Signore un bel momento, bruttissimo per la giovane cattolica-fervente-praticante-Emilia, le palesa il suo perdimento. Si
vuole spretare, sposarla e tenta pure di baciarla. Vola un ceffone sul facciotto pallido dell'impunito e, quasi soffocando per l'indignazione, l'integerrima maestrina se ne torna a casa a piedi, che era già scuro.
E c'era pure la neve.
Quanto fervore nella tua voce, quanta indignazione, mamma. Dopo tanti anni è sempre come fosse ieri, nella tua testa, indelebile. Fotografia mai ingiallita.
Credo sia stato l'unico momento "vergognoso", come lei lo definisce, della sua vita. "Ma mamma, quel povero pretino, in quel paesino sperduto
in montagna... potevi anche darglielo un bacino..." le dicevo ridendo.
"Mai. Si vergogni!"
Chissà da quanto è morto.
"All'inferno! Sarà certamente all'inferno!"
A 85 anni, e non era la prima volta, a Cesenatico, chiede di confessarsi. Dario, in bicicletta va a chiamare il prete. Lo vedevamo tutte le estati, sempre a confessare mammà. Aperto, intelligente, un
buon cristiano. Li lasciavamo soli. Parlottavano per una mezz'oretta. Lei, seduta, compunta, seria, con gli occhi bassi come bruciasse ancora di vergogna per tanta offesa. Lui, con la bocca piena di biscotti, la
rincuorava. Li spiavo dalla finestra sciogliendomi di tenerezza. Quando usciva gli chiedevo: "Ha visto che peccati tremendi ha fatto la mia mamma? E' sempre quello eh... il povero pretino... e il ceffone..."
Lui se ne andava ridendo intascando l'offerta per la chiesa. In bicicletta.

Di mio padre si innamora poco dopo la storia del pretino.

Me la immagino. La vedo giovane, bellissima.
E quando dico bellissima voglio proprio dire "bellissima", senza alcun aiuto. (Nessuno di noi, quattro figli, pur assomigliandole, s'è
avvicinato a tanta autentica beltà).
Arriva il principe azzurro.
Mio padre Domenico Rame: "marionettista girovago" con il suo carro, il fratello Tommaso, la sorella Stella, il padre Pio, grande estimatore di Garibaldi tanto da portare una barba come la sua. L'unico ritratto in
nostro possesso lo raffigura vestito e somigliante all'eroe!
A quel tempo, in un paesotto (ora città) come Bobbio, l'arrivo delle marionette doveva essere certamente un evento.
Si conoscono a carnevale ad un gran ballo, le sette sorelle Baldini, con costumi d'epoca cuciti da loro stesse, folgoravano, sotto lo sguardo attento di tutta la famiglia, i maschi presenti. Lui... il mio papà...:
"Era bellissimo! Aveva un costume azzurro... M'ha invitato a ballare sette volte. E mi stringeva anche!" cinguettava mia madre illuminata dal ricordo e per nulla imbarazzata da tanto ardire.
Fulminati.
Lui, finita la stagione in quel di Bobbio, se ne va. Lei sicuramente piange.
Dopo un anno di lettere d'amore il Domenico torna. Si sposano con grande scandalo della famiglia e del paese. E sì, perché tutte le altre sorelle erano fidanzate con tipi ben piazzati, il professore, il giudice, il
direttore di banca. Lei no: il marionettista, col suo carro e senza fissa dimora. Altro che scandalo.
Bellissima, giovane, innamorata, cerca con tutte le sue forze di adeguarsi alla nuova vita, tanto diversa da quella che aveva condotto sino a quel giorno. Aiuta la famiglia come può. Non sa manovrare le marionette, ma si ingegna a cucire vestiti, e rinnova tutto il
guardaroba dei pupazzi di legno. A pensarci pare una storia inventata.
E' molto orgogliosa di quello che fa. Più avanti, dirà qualche battuta.
Con l'avvento del cinema (1920) i fratelli Rame intuiscono che "il teatro delle marionette" sarà presto messo in crisi, schiacciato da questo nuovo magico mezzo di spettacolo. Decidono un cambiamento
radicale (con grande dolore del nonno Pio): "Reciteremo noi i nostri spettacoli, entreremo in scena noi, al posto delle marionette". Così mio padre, coraggiosamente, con l'Emilia, la zia Stella, lo zio Tommaso con la moglie Maria (nuova recluta della compagnia) si sostituiscono ai pupazzi di legno, divenute, nel frattempo, vere e proprie sculture (tre
sono esposte al Museo della Scala di Milano).
Debuttano nel teatro di "persona", recitano loro stessi i testi, i personaggi che avevano fino allora interpretato muovendo e doppiando le marionette, e lei, la mia mamma, diventa la prima attrice. Un'attrice che di giorno tira su i figli, li aiuta a studiare, si occupa della casa in modo impeccabile. E oltretutto si occupa anche dell'amministrazione della compagnia. E alla sera, via!... Diventa Giulietta e Tosca, e la Suora Bianca dei "Figli di nessuno", e la Fantina dei "Miserabili", tutti ruoli che via via abbiamo interpretato anche noi figli e le cugine Ines e Lucia. Mi vedo a percorrere l'apprendistato dei teatranti interpretando tutti i
personaggi che crescendo erano adatti alla mia età, maschili o femminili che fossero.
Il vantaggio della compagnia di mio padre rispetto alle altre compagnie di giro (così si chiamavano le piccole compagnie di provincia) era l'invenzione di impiegare tutti i trucchi scenici del teatro fantastico delle marionette nel "teatro di persona": montagne che si spaccano in quattro a vista, palazzi che crollano, un treno che appare piccolissimo lassù, nella montagna e che man mano che scende s'ingrandisce fino ad
entrare in scena con il muso della locomotiva a grandezza quasi naturale. Mari in tempesta, nubi che solcano minacciose il cielo tra lampi e tuoni, gente che vola, scene in tulle in proscenio, che illuminate a dovere ti facevano vedere come era fatto il paradiso.
Insomma tutti gli espedienti tecnici dell'antico teatro seicentesco dei Bibbiena, che viveva ancora, dentro la scenotecnica delle marionette. In questa nuova veste la compagnia di mio padre realizza un successo
insperato. Si lavorava tutte le sere, 363 giorni l'anno. Riposo solo il venerdì santo, e il 2 dei morti, a novembre. O se c'era il funerale di un defunto importante del paese: il prefetto, il podestà, il dottore, il prete, il farmacista. La domenica, la compagnia si divideva in due e si faceva doppio spettacolo, pomeriggio e sera, 4 in una giornata. Mio padre, il capo, con il ruolo di primo attore, manager P.r. diremmo oggi, lo zio Tommaso recitava il ruolo dell'antagonista o del comico-brillante, a seconda dei testi, e di drammaturgo-poeta di compagnia; le mogli, i figli, gli attori scritturati, i dilettanti, gli amici componevano la nostra compagnia. Giravamo cittadine, paesotti e paesini del nord Italia su di una corriera che chiamavamo "Balorda" a causa del comportamento bizzarro che aveva, che più che al suo cattivo carattere andava attribuito agli anni. In certi paesi nei quali ad una certa ora del giorno si passava, nei turnichè particolarmente ripidi, lei, la vecchia signora, non ce la faceva. C'erano sempre dei ragazzi
che ci aspettavano. Ci spingevano fra tante risate, poi la sera ci raggiungevano ed entravano a godersi lo spettacolo gratis. "Siamo quelli che abbiamo spinto la Balorda." "Passate". Mio padre amava la Balorda e, zingarone com'era, gioiva tutto nel vedersela rilucente di colori sgargianti. Mia madre, la maestrina-cattolica-di buona famiglia, ogni volta che lui le cambiava
colore lamentava col pianto in gola: "Non sposeremo mai le nostre figlie!". "Hai ragione Milietta... domani le cambio colore". E l'indomani, quando "Milietta" si affacciava in cortile, ecco la Balorda ridipinta... d'argento! "Non sposeremo mai le nostre figlie!" bisbigliava rassegnata scuotendo
la testa.

Cos'è?... m'ha stretto la mano?... Trattengo il fiato. Giro appena la lampada del comodino. No, mi è solo parso... Ma forse... Che debbo mai aspettarmi, in che spero? Ha 88 anni, è in coma profondo da oltre un mese.
Fuori è ancora buio. Guardo l'ora. E' passato poco tempo e mi pare un'eternità.

"Come va?" "Bene, dorme..." Non mi veniva di dire COMA. Dario mi dà un bacio. "Va' a dormire, ci sto io." "Non ho sonno..." Come se ne va mi metto a piangere. Che momento orribile. Appoggio la testa. Poi mi rimetto dritta. Non voglio addormentarmi.

"E' ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande". Avevo 3 anni. E' mia madre che parla. Me la ricordo mentre mi insegnava la parte: "bocca a bocca", così si diceva a casa mia, mot-a mot, parola per
parola. Aveva deciso (era sempre lei che prendeva le decisioni importanti in famiglia) che avrei fatto un angiolino di supporto all'angelo vero, che veniva interpretato da mia sorella Pia in "La passione del Signore" atto V, Orto dei Getzemani. "Pentiti Giuda
traditore che per trenta monete d'argento hai venduto il tuo Signore! Pentiti! Pentiti!" recitava Pia e io dovevo ripetere gridando subito dopo, la stessa battuta: "Pentiti! Pentiti! Giuda traditore che per trenta monete d'argento hai venduto il tuo Signore!"
Non era una gran parte, non ci devo aver messo molto ad impararla.
"Ripeti!" e ancora e ancora "ripeti" diceva la mamma paziente mentre pelava le patate per il minestrone. "Ripeti!" Mia madre per i suoi figli era ambiziosissima.
Per l'occasione mi aveva cucito un bellissimo abito bianco da angelo, con due grandi ali bianche e oro appoggiate sulle spalle. Seppur credente non andava mai in chiesa ma aveva il famoso cugino prete. Lei
lo sapeva benissimo che gli angeli erano vestiti così! Mio padre, ormai entrato nel gioco, mi fabbricò una coroncina di lampadine con una pila infilata nelle mutandine, e me la mise in testa. E' ora d'andare in scena e tutti: "Ma che bell'angiolino! Ma che bel
vestito!" La mia mamma faceva andare la coda e io, lì pronta con le mie ali e le lampadine in testa, a ripetere la battuta. Non mi avevano fatto fare nessuna prova. Sapevo solo che ad un certo punto avrei dovuto
seguire mia sorella Pia nell'entrata in scena e ad un segnale della mia mamma sistemata in quinta avrei dovuto gridare "pentiti-pentiti...". Il guaio, l'imprevisto che più imprevisto di così non si poteva
immaginare, fu che il personaggio di Giuda era interpretato da mio zio Tommaso, un uomo che avevo sempre visto calmo, sorridente, che mi raccontava storie bellissime, mi regalava un sacco di divertimenti, al quale volevo molto bene e vedermelo lì, proprio vicino vicino, con una parruccaccia nera in testa... gli occhi che lanciavano saette tra un minaccioso tuonar e lampeggiar nel cielo... che disperato gridava:
"Possano i corvi divorarmi le budella, le aquile strapparmi gli occhi!" e altri animali che non ricordo "mi divorino un pezzetto alla volta a incominciare dalla lingua", mi fece un effetto tremendo.
Mamma mia che spavento!
Cosa stava capitando?! Ero stravolta, me lo ricordo benissimo. Ma quello che mi buttò completamente fuori, fu il vedere mia sorella Pia, solitamente rispettosa ed educata, che per nulla intimorita gliene stava dicendo di tutti i colori! Una sfuriata in piena regola, che trascinava il nostro povero zio in una disperazione sempre più nera. "Ma cosa sta
capitando? Perchè lo zio Tommaso fa così?" Il groppo che mi sentivo in gola stava per scoppiare.
Mia madre dalla quinta mi faceva gesti più che perentori, le sue labbra ripetevano "pentiti pentiti". Giuro che avrei potuto dire la mia battuta, ma non me la sentivo proprio di rincarare la dose. No, io no,
allo zio Tommaso non dico proprio un bel niente! Non so cosa gli stia capitando, poverino. Forse è impazzito.
A piccoli passi, camminando come pensavo camminassero gli angeli, seppur spaventatina, mi avvicino, lui era in ginocchio e gridava più che mai,
proprio fuori di testa. Dio che paura! Senza dire una parola mi sono arrampicata al suo collo e l'ho abbracciato, tempestandogli la faccia di baci. Insomma cercavo, con i mezzi che avevo a disposizione di calmarlo e piangevo trattenendo i singhiozzi, nel silenzio che era calato in palcoscenico. Pia era ammutolita. In quinta mia madre faceva segnali che non prospettavano niente di buono. Lo zio-Giuda si blocca per non più di cinque secondi, giuro. E poi con voce profonda (intanto con la mano solleticava la mia e con gli occhi mi rideva per tranquillizzarmi) dice
rivolgendosi al cielo: "Dio, sei grande! A questo orrendo peccatore mandi il conforto... un piccolo angelo... mi tendi la mano... No, no, non me lo merito!" e , dal momento che lo spettacolo doveva pur
terminare, taglia corto: "M'impicco! Dov'è l'albero più alto?
M'impicco!!" Deve usare un po' di forza per liberarsi da me che proprio non ne voglio sapere di lasciarlo andare ad impiccarsi. Cosa vuol dire impiccarsi? Non lo sapevo ma ero certa fosse una cosa brutta. "L'albero
più alto... dov'è l'albero più alto... Lasciami andare angiolino... Lasciami..." e con un urlo agghiacciante esce di scena. Mia sorella (l'unica volta nella sua vita, credo) non sapendo più che fare, camminando anche lei sulle punte, immediatamente lo segue. Grande applauso. Tutti mi chiamano dalla quinta con grandi cenni. Non so se la paura d'essere sgridata o il "senso del dovere" che maledizione da che sono nata è lì, a infastidirmi la coscienza, fatto si è che dopo un attimo di silenzio, raddrizzandomi la coroncina di lampadine che nel trambusto stava per cadermi, con voce chiara e mesta, quel tanto che serve, dico: "S'impicca! Non s'è pentito... Giuda traditore che per trenta monete
d'argento ha venduto il suo Signore... Non s'è pentito!" e via che esco. Ce l'avevo fatta: l'avevo detta tutta! Non so se mi abbiano detto qualcosa... so solo che da allora in poi, "La passione del Signore" ha sempre avuto due angiolini, con il più piccolo che abbraccia Giuda a mostrare la grandezza di Dio.
E tutti giù a piangere.

"Signora, vada a dormire, è mattina."
E' l'infermiera del turno di giorno. Mi corico vestita. "Mi raccomando, mi chiami se..."

E' ora di pranzo. Tutta la famiglia riunita.
La mia testa è divisa in due pensieri fissi: lo spettacolo alle 15 al Teatro Odeon, mia madre in agonia.
So che andiamo a pochi. Lo sento.
L'infermiera arriva da laggiù. Senza complimenti mi chiede: "Ha un foulard?" Domanda bizzarra. Non capisco. Mi fa un gesto veloce che dal mento va alla testa. Mi occorre qualche secondo per afferrare il
significato della sua richiesta. Corro da mia madre.
Nulla è cambiato. Me la guardo per un po'. Da anni mi son sempre detta: Lei deve morire con la sua mano nella mia. Ma ora, sprofondata in questo sonno senza
coscienza, non servo a nulla. Mi strazio e basta. Un lunghissimo bacio.
"I vestiti.... Datemi i vestiti." Dico a fatica. Sul pianerottolo m'infilo i pantaloni, il golf. Arriva l'ascensore. "Vuoi proprio andare a lavorare?" "Sì Dario, tornerò in tempo."
Teatro Odeon. Camerino. Mi trucco, mi vesto.
Silenzio assoluto intorno a me. Insolito in un teatro.
Vado in scena.
Faccio fatica a non scoppiare a piangere a quel grande applauso che mi accoglie. La gente non sa nulla, ma io sì. Strofino con forza i denti sul labbro inferiore, ripetutamente. Il groppo sparisce. "Tutta casa, letto e chiesa". Monologo comico.
Le risate arrivano, gli applausi anche.
Tutto normale.
Guardo in quinta di quando in quando. Solitamente mio fratello Enrico è lì. Non lo vedo.
Intervallo.
Non chiedo.
Nessuno parla.
Secondo tempo.
Vado avanti "a macchina". Giro "la chiavetta della professione".
Mio fratello non spunta. Tiro fino in fondo. Come si chiude il sipario, mi sento male. Mi portano in camerino. La gente, felice, batte le mani.
Ma chi ce la fa ad uscire a ringraziare? Sto vomitando.
Chiudono il sipario di ferro. Gli applausi continuano. Il pubblico non capisce cosa stia succedendo. Perché non esce? Arriva un gran silenzio a un tratto. Sento Roberto Anselmino, il direttore di scena che parla:
"Scusate ma Franca non può uscire. S'è sentita male. E' morta sua madre."
L'ho saputo così. Se ne era andata, dunque. Cos'è sto accellerar di battiti in gola?
Quando, all'uscita, mi sono trovata più di mille persone che mi aspettavano non sapevo che dire. Erano tutti lì, in un silenzio che non dimenticherò mai. Passavo tra loro. Chi mi accarezzava un braccio, chi
mi tendeva la mano. I denti incollati al mio labbro mi facevano male. Avevo voglia di abbracciarli tutti e lasciarmi andare. Spesso, tornando a quel momento mi dispiace molto di non averlo fatto.

E' il 4 ottobre, 1988. San FRANCESCO.

Medico per il certificato di morte. Telefonate. Gente. Amici. E io che parlo, parlo ad alta voce. Ma proprio alta. Non so perché.
La notte, il giorno.
Al funerale ho continuato a ricordare il tragitto nella mia vita passata con la mia famiglia.
Per non pensare, per averla ancora con me.

"Gli spazzacamini della valle d'Aosta". 1934.
Avevo 5 anni. Com'è che succedeva? Come arrivavo la prima volta in scena con un personaggio protagonista che non avevo mai provato né interpretato? La parte come sempre, finché non ho imparato a leggere, me
la insegnava la mia mamma, la imparavo velocissimamente, era come se la sapessi già.
Anzi, la sapevo già. Quante volte mi ero addormentata nella cassa dei costumi, o nella bara di Giulietta, quella del Romeo, o in qualsiasi altro posto dove si
potesse stare rannicchiati, al caldo, mentre i miei recitavano una sera dopo l'altra?
"Gli spazzacamini della Valle D'Aosta" un drammone. Gino (io), il protagonista, figlio di una bella ma povera incintata e poi abbandonata dal "contino" ricco rampollo di nobil famiglia... che l'ama perdutamente
ma che il padre costringe ad abbandonare. Quindi, straziato dal dolore, sparisce, come solo i nobil sanno fare. Nasce Gino. Miseria nera in casa della addolorata incintata. L'unica soluzione è "affidare" in cambio di
poche lire, il bimbo, nonostante la tenera età, ad un "mercante di carne umana"! Un delinquente che specula sui bambini che gli vengono quasi venduti, mandandoli spesso a morire nel tentativo di pulire, in quanto smilzi e denutriti (quanto piangeva la gente!) la cappa dei camini. E quando la mia mamma, che per fortuna era venuta a trovarmi a Torino col mio nonno sennò chissà come avrebbe mai fatto a tornarsene a casa, crede che il suo Gino sia morto nella cappa del camino via che impazzisce. Ma il suo Gino, per fortuna della povera sfigata, quel giorno lì era ammalato, quindi sostituito nel lavoro da un generoso compagno, certo Carletto, che, fatalità, muore al suo posto. (Com'è che la generosità viene raramente premiata?). Nel frattempo il vecchio contaccio schiatta, ed il contino, vale a dire il mio papà, in quanto sempre innamorato della povera sfigata, decide di riparare al malfatto e proprio quel giorno... guarda tu i casi della vita!, finalmente dopo peripezie varie, riesce a trovare il figlioletto, denutrito e lacero.
Ci sono un po' di problemi per far rinsavire la povera-ma-onesta madre, ma alla fine tutto finisce in gloria tra lacrime e singhiozzi e applausi. 5 atti, con comica finale per non mandare a casa la gente con il magone.
Il nostro era un teatro realmente e totalmente "all'improvviso" che si basava su trame semplici e stringate, teatro popolare appunto, nella tradizione della Commedia dell'arte, anche se io non lo sapevo,
completamente opposto al teatro letterario e naturalista messo in scena dalle illustri compagnie che agivano nelle grandi città, imitato in tutto il suo negativo dalle piccole compagnie, che agivano in provincia. Il successo di cui godevamo stava tutto in questa differenza. Il nostro repertorio era vastissimo: dalle più famose tragedie di Shakespeare ai drammmoni ottocenteschi, alle comiche finali. (Il tutto
senza aver mai studiato una parte a memoria su di un copione meno che per le commedie di autori moderni a quei tempi: Niccodemi, Giacosa, Rosso di San Secondo, Ibsen, in quel caso si studiava e si provava).
Non esistevano copioni di testi teatrali veri e propri, ma una specie di canovacci e per molti testi non esistevano nemmeno quelli. Ce li avevamo nella testa da sempre. Come si lavorava? Arrivavamo ad esempio in una piazza nel giorno in cui in paese si festeggiava la santa patrona, ebbene, debuttavamo con la storia di quella santa sulla quale mio padre e mio zio avevano giorni prima letto e ascoltato dalla gente vita morte e miracoli. Riunivano la compagnia, raccontavano a sommi capi l'intreccio, distribuivano i ruoli e se i costumi adatti non c'erano si rimediavano, e via che si debuttava.
Senza prove.
Se si confronta con i 90 o addirittura i 180 giorni di prova delle compagnie di oggi...
Eravamo bravi? Non lo so. So solo che i teatri erano sempre pieni. E quando in un paese avevamo fatto tutto il nostro repertorio (replicato 6 sere la Giulietta, 6 la Passione del Signore, Il povero fornaretto di
Venezia e non mi ricordo più quali altri drammoni di successo), mio padre o mio zio si leggevano un romanzo, ci riunivano e ce lo raccontavano. Esattamente come la santa patrona. Sulle quinte laterali, in bella calligrafia, la scaletta dei punti chiave, il susseguirsi degli avvenimenti. Per "Una causa celebre, ovvero La collana della morta" tragica storia di
fratelli gemelli, brevi accenni. "Scena prima: ragazza incontra padre, sconosciuto, partito povero, anni
fa, torna ricco sfondato. Dimostrare freddezza e repulsione. Ricordare madre morta.
Scena seconda: uomo innocente e disperato languisce carcere (il fratello gemello) terribile errore giudiziario. Accennare assassinio corriere a Lione. Accennare moglie morta e figlia abbandonata al paese. Saranno
ancora vive?" Solo nel V atto tutto si risolve. "Il buono libertà e onore, il cattivo smascherato da collana rubata: taglio testa. Gaudio e felicità. Ricordarsi madre morta.Comica finale."

Non c'è personaggio nel repertorio della mia famiglia che a seconda dell'età non abbia interpretato. Neonati, 8 giorni in braccio alla mia mamma che mi presentava all'affezionato pubblico tutta orgogliosa, in
"La Genoveffa di Brabante", bambini o bambine, ragazzini, ragazzotti, signorine, giovanotti, suore, cortigiane, regine, principesse, contesse, prostitute.
Una volta ho fatto persino, il cuciniere Dracco ne "La Genoveffa di Brabante". Giuro. La storia nel ricordo mi fa ancora ridere. Ero cresciuta e la Genoveffa (che dio la maledica! Quanto ho odiato 'sta noiosa!) ora la facevo io. Giovane e bella moglie del re alla guerra, sola nella reggia viene insidiata da Golo, un primo ministro della situazione, che lei respinge furente e offesa. La giovane regina decide di inviare una missiva al marito per avvertirlo del tradimento del suo braccio destro, tramite il "cuciniero" Dracco: l'unico che a corte le sia rimasto fedele. "Torna o mio diletto, torna! Che quel maialone del Golo vuole fare con me, proprio quella cosa là!" Golo, che è sempre lì a origliare, scopre tutto e, zak!, pugnala il poveraccio e manda a dire al re che il bimbo che aspettava con tanta gioia non ha proprio nulla di regale, ma è un plebeo
schifoso, figlio del cuciniero Dracco. Il re ci casca, fuori dalla grazia di dio "un cuciniero no!", ordina il taglio della testa della fedifraga e anche del bambino nato nel frattempo. (Tranquilli che poi tutto, come sempre, finisce in gloria). Stiamo preparandoci per andare
in scena, ma era uno di quegli spettacoli domenicali in cui la compagnia si divide in due, e ci rendiamo conto che ci manca l'attore che avrebbe dovuto interpretare il ruolo del cuciniero. D'accordo, sono due parole
che si possono anche tagliare, ma fisicamente deve proprio essere in scena, altrimenti Golo, come fa ad ammazzarlo? Ci ragioniamo sopra un attimo. Bene. Ci siamo. Facciamo così. Seguitemi bene. Al momento
cruciale, io, Genoveffa, vado alla quinta di destra. Il perfido Golo mi spia dalla quinta di sinistra. Parlo, guardando fuori scena con il cuciniere che non c'è, fingo di consegnargli il messaggio e poi, affranta, esco di scena da quella parte. Velocissimi mi mettono sulle
spalle un mantellaccio con cappuccio, che mi copre dalla testa ai piedi. Rientro in scena ronculando con la missiva bene in evidenza in mano, faccio qualche passo come se ora io parlassi a Genoveffa voltando le
spalle al perfido Golo, che immediatamente si precipita su di me-cuciniero "Muori, spione di un cuciniero!" e via che mi pugnala. Cado morta. Golo con uno sghignazzo satanico mi trascina fuori scena a
sinistra, cioè dalla parte opposta da cui sono entrata. Mi tolgono il mantello, mi raddrizzo la parrucca bionda dalle lunghe trecce, corro velocissima rientrando a destra in scena e vedo Golo che pulisce il pugnale assassino nel mantellaccio che io indossavo fino a due secondi prima. "L'avete ucciso! Assassino!!" Ansimo un po', per via della corsa, ma sono perfettamente in parte e nessuno si accorge di niente.

Sto sorridendo, mentre il prete finisce la messa. Hai vissuto 88 anni, mamma.
Ho cercato di darti il meglio che ho potuto.
Dedizione.
Tempo.
Amore.
Tanto.
Sono serena.
Ciao cara.

franca non può....

abbiate pazienza, franca non può stare al computer e leggere i vostri messaggi... vedremo domani come starà con gli occhi.
oggi ha cercato di rispondervi, ma è arrivato dario che l'ha sgridata... e lei come una bambina piccola, ma furiosa, ha dovuto smettere. gli occhi le stanno lacrimando da 3 giorni. le hanno cambiato medicinali, ma anche a quest'ultimo è allergica.
cercherò di comunicare con lei domattina e darvi le risposte che chiedete.
franca vi abbraccia e vi ringrazia con tante scuse.
mi chiamo Marina e sono un'amica di franca

OPERAZIONE VICENZA “NO DAL MOLIN”

Lanciamo la campagna “RIPENSACI PRODI” Le chiediamo di riconsiderare il suo editto da Bucarest sull’allargamento della base americana a Vicenza; una decisione espressa senza tener conto delle diverse opinioni degli abitanti della città veneta e di tutta la zona coinvolta. L'aprire una base (la più importante d'Europa come Lei ha riconsciuto), a due chilometri da una città d'arte e cultura d'importanza mondiale, senza considerare l'impatto ambientale disastroso che provocherebbe, ci sembra a dir poco insensato. La preghiamo quindi di tornare sulle sue decisioni. Apra un vasto dibattito. Pronunci, a reti unificate le inedite parole: “HO SBAGLIATO! PARLIAMONE!" Sarebbe un gesto di grande civiltà MAI DIMOSTRATO da nessun governante al mondo. PER GOVERNARE NELL'INTERESSE DEI CITTADINI UN PAESE, SONO INDISPENSABILI UMILTA' E CORAGGIO. CI RIPENSI PRESIDENTE, INDICA UN REFERENDUM, NE HA LA POSSIBILITA'.CI SONO MOLTI DELUSI NEL NOSTRO PAESE DALLA SUA POLITICA... FORSE TORNEREBBERO A GUARDARLA CON SIMPATIA. Le ricordiamo, signor Presidente un passaggio del suo programma, in campagna elettorale: "... in questo quadro reputiamo necessario ad una redifinizione delle SERVITU' MILITARI che gravano sui nostri territori... che salvaguardi gli interessi della difesa nazionale e al tempo stesso quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali" ( pg 111 del Programma de l'Unione).
Affinché questo sogno si possa verificare, occorre un’enorme mobilitazione e grande impegno da parte di moltissimi. Quindi proponiamo di inviare in numero spropositato di email o, chi non ne avesse la possibilità, cartoline postali, al Corriere della Sera (cormil@rcs.it - Corriere della Sera - via Solferino, 28 - 20121 Milano) e alla Presidenza del Consiglio (trasparenzanormativa@governo.it - Palazzo Chigi, Piazza Colonna 370 00187 Roma). Ognuno può scrivere il messaggio che sente purché BREVE, ma per comodità del copia-incolla suggeriamo un testo: RIPENSACI PRODI! LIBERA VICENZA DALLA BASE AMERICANA DAL MOLIN Vi invitiamo a privilegiare l’invio al Corriere che affogando in un mare di comunicazioni, sarà sollecitato a dare avviso ai suoi lettori della enorme (ci auguriamo!!) mobiliatazione dei cittadini. INOLTRE... vi preghiamo di diffondere questo comunicato su tutti i siti, blog, quotidiani online, mailing list ecc… e annunciare l’operazione “Prodi ripensaci” anche su giornali cartacei nello spazio lettere, o qualsiasi altro mezzo di informazione, bacheche circoli, associazioni, università, scuole, fabbriche ecc… (non dimenticate di mettere dove volete, il nostro blog promotore della campagna) Certa della vostra mobilitazione vi invio un grazie con un abbraccio grande. Come ci si sente bene quando ci si mette in movimento!!!! UN ABBRACCIO GRANDISSIMO franca rame "Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività 'resistere, resistere, resistere' come su una irrinunciabile linea del Piave." Francesco Saverio Borrelli - 12 gennaio 2002

Video dell'intervento sulla base di Vicenza

Intervento della Senatrice Franca Rame contro la base americana Dal Molin a Vicenza

Nell'intervento Franca Rame esprime il suo disappunto verso la politica estera e di difesa del governo e indica al Presidente Prodi una via d'uscita: riconsiderare le sue posizione e aprire una consultazione, dal governo ai cittadini.

In seguito all'intervento è stata lanciata la campagna "RIPENSACI PRODI" , di cui si possono trovare tutte le informazioni all'indirizzo: www.francarame.it/?q=node/252