Elezioni, in libreria vince l'antipolitica

 

A parte Tremonti, in testa nella saggistica, e la Santanchè, con le donne islamiche, stavolta i candidati hanno evitato gli sforzi letterari

Elezioni, in libreria vince l'antipolitica

Travaglio ha già sfornato un testo-denuncia sui prossimi parlamentari. In evidenza anche i temi del Nord e l’aborto

 Loro ci provano, ma in libreria è forse ancora più difficile che nell'urna. Parliamo dei politici-scrittori, che le altre volte, a ridosso delle scadenze elettorali, si scatenavano in autobiografie, biografie più o meno compiacenti e saggi sulla loro visione del mondo. Stavolta, complice anche l'interruzione anticipata della legislatura, sono stati tutti molto più... riservati: fanno eccezione Giulio Tremonti, che col suo titolo vagamente pontificale - "La paura e la speranza" (Mondadori, € 16) - e una visione così pessimistica della globalizzazione che forse piacerebbe persino a Luca Casarini, ha addirittura conquistato la vetta della saggistica e il sesto posto assoluto nella classifica generale dei libri più venduti; e anche Daniela Santanchè, che in "Le donne violate" (Marsilio, € 17.50) denuncia la drammatica condizione delle donne islamiche in Italia; mentre l'inaffondabile Giulio Andreotti in "2000" (Rizzoli, € 17) proietta il suo diario ormai sessantennale nel terzo millennio.
Per il resto prevalgono i libri "sulla" politica, o meglio ancora sull'antipolitica. Come il nuovo Travaglio, che ancora in tandem con Peter Gomez, e battendo tutti sul tempo, è andato a sfrucugliare nelle fedine penali dei candidati a rischio elezione, il prossimo 13 aprile, e nelle notizie di archivio che li riguardano, mettendo in fila una lunga lista di "raccomandati, riciclati, condannati, imputati, ignoranti, voltagabbana, fannulloni del nuovo parlamento", intitolata "Se li conosci li eviti" (Chiarelettere, € 14.60). Alla stessa categoria (e allo stesso editore) appartiene "Sparlamento" (€ 12.60), in cui il cronista parlamentare Carmelo Lopapa (dopo la prefazione di Dario Fo e Franca Rame) racconta invece di "Teofurbi, affaristi, trasformisti, massoni, famigli".Più ampio (e persino più scoraggiante) il panorama descritto da Elio Veltri e Francesco Paola in "Il governo dei conflitti" (Tea, € 8.60), il cui titolo - leggibile nei due sensi - accenna all'insopportabile groviglio di interessi fra loro in conflitto che fa dell'Italia a tutti i suoi livelli (dalla sanità al calcio, dall'informazione alla finanza, oltre naturalmente alla politica) il paese più ingessato (e forse anche più ingiusto) dell'Occidente.
Come al solito di vasto respiro e solido spessore è la visione che guida Giovanni Sartori in "La democrazia in trenta lezioni", curato per Mondadori (€ 12) dalla giornalista televisiva Lorenza Foschini: fondamentali le domande a cui il politologo risponde con l'abituale rigore e limpidezza: cosa vuol dire esattamente democrazia? Quali sono le condizioniche la rendono possibile? Si può espostare? E qual è il suo futuro?
Fra i temi che stanno invece animando la campagna elettorale c'è da registrare il vivace dibattito sulla questione settentrionale, suscitato in primis dal libro di Riccardo Illy "Così perdiamo il Nord" (Mondadori, € 14.50), ma anche da "Nord, terra ostile", ovvero "perchè la sinistra non vince", pubblicato da Marco Alfieri per Marsilio (€ 11) e da "Nord. Dal triangolo industriale alla megalopoli padana", scritto da Giuseppe Berta per Mondadori (€ 18).
Un altro tema forte, infine, che ha tenuto banco soprattutto nelle prime settimane di campagna elettorale, è stato quello dell'aborto, sollevato da Giuliano Ferrara, a cui ha risposto con un libro breve ma molto intenso Adriano Sofri:"Contro Giuliano" (Sellerio, € 10), scritto di getto sull'onda della passione etica e civile, affronta - con l'amicizia che unisce da sempre i due contendenti, ma anche con la nettezza delle posizioni contrapposte e con la rispettosa distinzione di una visione consciamente maschile - la lacerazione che ogni interruzione di gravidanza provoca nelle donne coinvolte, ma anche il disagio aggiuntivo che su di essa proietta il trascinarla sulla scena pubblica.
S.F.

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Commenti

http://www.repubblica.it/2008/04/dirette/sezioni/politica/verso-voto-2/v...

Veltroni in Campania:
"Elimineremo le mafie"

Il leader del Pd da Caserta: "Siamo una forza di governo che vuole annientare i poteri criminali che succhiano energie a questa terra"

COME? CONTINUANDO A PAGARE LO STIPENDIO DI MAFIOSO A VITA AD ANDREOTTI?
OPPURE AMMETTENDO AL PARLAMENTO I CONDANNATI?

sor.riso

Differenze
di Marco Travaglio

Alla fine il silenzio l'ha rotto. Con qualche timidezza in Sicilia, e con più vigore in Calabria, Walter Veltroni ha pronunciato le parole che doveva pronunciare. Ha rifiutato esplicitamente i voti di Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra, ha garantito che se andrà al governo lavorerà per «distruggerle»; e ha pure presentato un decalogo anti-cosche in cui il Partito Democratico s'impegna «a spezzare definitivamente il legame mafia politica».

Certo, storcere il naso si può e si deve. Le frasi di Veltroni, stridono con quanto era accaduto solo un mese fa quando nelle liste era stato inserito anche qualche personaggio discusso e discutibile (per usare un eufemismo) e il Pd aveva persino tentato di non ricandidare Beppe Lumia. Bisogna però rilevare che un passo avanti è stato fatto. Anche se in ritardo Veltroni ha cominciato a parlare di criminalità organizzata, non solo per condannarne la violenza, ma pure per discutere dei rapporti con le istituzioni.

Così Silvio Berlusconi, dopo aver osservato un religioso silenzio finché si trovava nell'isola, una volta arrivato a Catanzaro, ha dovuto aprire bocca pure lui. E, incalzato dai giornalisti, ha dichiarato: «Non posso che confermare quanto ho detto nel 1994 a Palermo, quando appena sceso in politica ho affermato che ogni voto a noi è un voto contro la mafia». Poi ha polemizzato con il centrosinistra che, in occasione delle regionali del 2005, non si era dimostrato «così schizzinoso» nei confronti delle preferenze targate 'ndrangheta.

Al di là dei contenuti (rievocare il '94 quando è fatto storicamente notorio e processualmente accertato che in quell'anno Cosa Nostra votò Forza Italia, non pare una grande trovata), tra le posizioni dei due aspiranti premier vi è comunque una differenza. Veltroni parla perché ha deciso di farlo. Berlusconi lo fa perché gli è stata posta una domanda.

Uliwood party
Marco Travaglio
l'Unità, 3 aprile 2008

Tenetevi forte: Mastella chiede i danni. Anziché ringraziare questo Paese demente che non ha ancora organizzato una class action per chiedergli i danni, lo statista di Ceppaloni, momentaneamente ai box, strilla su giornali e tv che vuol esser risarcito e si appella a Napolitano. Perché mai? Perché la Procura di Roma ha archiviato l’inchiesta a carico suo e di Rutelli per abuso d’ufficio a proposito del volo di Stato al Gran premio di Monza, svelata dall’Espresso. E il gip di Catanzaro ha archiviato la sua posizione nell’inchiesta «Why Not». Ma intanto lui ha perso il posto. Ora, lui s’è dimesso per l’inchiesta di S. Maria Capua Vetere, più che mai aperta, e non per le altre due. Quanto al Gran Premio, non si capisce letteralmente di che parli Mastella: l’archiviazione non cancella il fatto, non significa che lui non fosse sull’aereo di Stato col figlio Elio per vedersi la Formula Uno a spese dei contribuenti. Significa che tutto ciò non è reato. E chissenefrega: nessuno aveva detto che lo fosse. S’era detto che è uno scandalo l’uso personal-familiare di risorse pubbliche, e lo si può ripetere tranquillamente oggi. In un paese serio non sarebbe Mastella a chiedere i danni: sarebbero i cittadini a chiedergli, in solido con Rutelli, di pagare la benzina dell’Air Force One. Sull’altra archiviazione, quella nel caso Why Not, i giornali scrivono che la gip Tiziana Macrì avrebbe addirittura scritto che Mastella non andava nemmeno indagato. Ma nessuno cita il passo del provvedimento e dunque è lecito dubitare che la giudice si sia spinta tanto oltre: per ora sono il Pg Enzo Iannelli e l’ex indagato Mastella ad attribuirle quella strana affermazione. Se davvero l’avesse fatta, la gip Macrì avrebbe compiuto un’indebita invasione nel campo del pm, unico soggetto abilitato per legge a decidere chi dev’essere iscritto e chi no. Il gip deve solo stabilire se gli elementi raccolti meritino o no il rinvio a giudizio e nient’altro. Se avesse eccepito su una scelta che spetta al pm, la gip avrebbe fatto ciò che viene rimproverato (ingiustamente) alla Forleo e dovrebbe (giustamente) risponderne al Csm. Ma perché Mastella era stato indagato da De Magistris? Secondo Carlo Macrì del Corriere, solo «per una presunta amicizia con Antonio Saladino» e perché «il suo numero di telefono era nell’agenda di Saladino». Ma le cose non stanno così. Per un anno De Magistris indaga su alcune società legate al capo della Compagnia delle opere calabrese, Antonio Saladino, rimpinzate di denaro pubblico poi finito ­- nell’ipotesi d’accusa - nelle tasche di vari politici. Il sistema è talmente consolidato che di casi Why Not -­ vedi ultima puntata di Report­ - se ne contano a centinaia in tutto il Sud. Intercettando Saladino e altri indagati, come il piduista pregiudicato Luigi Bisignani, il generale Poletti, il costruttore Carducci, emerge che i suddetti erano in stretti rapporti con Mastella. Mastella gioca d’anticipo e il 20 settembre 2007 chiede al Csm di cacciare De Magistris da Catanzaro. Il Csm non l’accontenta, non subito almeno. Il pm continua a lavorare (a fine anno scadono i termini dell’indagine) e interroga vari testimoni, tra cui l’ex consigliere regionale del Psdi Giuseppe Tursi Prato, in carcere per mafia, voto di scambio e corruzione, che ha deciso di collaborare. Tursi Prato gli descrive il trasversalissimo sistema di potere di Saladino & C., con presunti scambi di favori e voti con vari politici, tra cui Mastella, eletto proprio in Calabria. Notizie di possibili reati che il 14 ottobre impongono al pm di iscrivere Mastella sul registro degli indagati per le ipotesi di truffa allo Stato italiano e all’Unione Europea, abuso d’ufficio e finanziamento illecito dei partiti: un atto dovuto a garanzia dello stesso inquisito, anche in vista della perquisizione che dovrà presto scattare nella sede del Campanile, l’organo Udeur finanziato dallo Stato e finanziatore della famiglia Mastella. De Magistris prende ogni precauzione per evitare fughe di notizie, informandone solo il procuratore aggiunto. Ma «qualcuno» spiffera tutto a Libero, che il 19 ottobre titola: «Mastella indagato?». Il Pg Dolcino Favi non aspetta di meglio e lo stesso giorno avoca l’inchiesta per un grottesco «conflitto d’interessi» del pm: siccome Mastella vuol trasferire De Magistris, allora De Magistris ce l’ha con lui. Pare la fiaba del lupo e dell’agnello. Per legge il Pg non conosce le indagini, dunque non potrebbe avocare il fascicolo per un fatto ­ l’iscrizione di Mastella a lui ignoto. Ma provvede Libero a informarlo, dandogli il destro per bloccare il pm titolare. Come aveva previsto, sempre su Libero, il profeta Renato Farina, già «agente Betulla», amico di Saladino, 8 giorni prima dell’avocazione e 3 giorni prima dell’iscrizione. Da Catanzaro, lo stesso 19 ottobre, trapela la notizia che proprio per quel giorno De Magistris aveva fissato perquisizioni al Campanile e alla ditta Carducci. Ma il Pg Favi le rinvia al 25, quando tutti ormai se le aspettano. L’effetto sorpresa è svanito, l’inchiesta su Mastella è rovinata. Alla fine l’unico a pagare è De Magistris, censurato e trasferito dal Csm. I danni dovrebbe chiederli lui. Mastella dovrebbe accendere un cero alla Madonna di Ceppaloni, per grazia ricevuta.