ZOMBI: TORNA SCAJOLA! VEDE SILVIO E PORTA CON SE 62 PARLAMENTARI. VENDE CASA E SI RIPRENDE I SOLDI

«Scherza?», s'era scandalizzata la segretaria Vincenza. «È sabato pomeriggio ed è quasi impossibile parlare con l'onorevole Claudio Scajola...».
(Dieci minuti dopo).
«Sono Scajola, mi sta cercando?».
Sì, onorevole: vorrei chiederle se sono vere le voci che la descrivono pronto a tornare in pista, dopo la vicenda giudiziaria legata alla sua casa con vista sul Colosseo.
«Guardi, come saprà mi sono imposto un volontario isolamento e non prevedo di rilasciare interviste...».
Però qualche novità c'è.

«In effetti, sì. Sul fronte giudiziario...».
Del fronte giudiziario, pure importante, parleremo magari dopo: è il suo ritorno alla politica attiva nel Pdl che...
«Guardi, io con Berlusconi non ho mai smesso di sentirmi. Dieci giorni fa, però, abbiamo effettivamente avuto un incontro piuttosto lungo».
Cosa vi siete detti?
«Abbiamo parlato di molte questioni...».

Lui le ha proposto qualcosa?
«No comment».
Allora è lei ad avergli chiesto un incarico e...
«No, guardi. Io, per abitudine, non chiedo».
Secondo alcuni osservatori, lei potrebbe tornare come coordinatore unico del partito, un partito che, tra l'altro, conosce molto bene.

«Lasci stare le voci... Ciò che posso dirle è che il Pdl è molto cambiato, negli ultimi anni. E io credo che, al suo interno, si debbano riscoprire valori, ripristinare regole, trovare nuovi entusiasmi».
Claudio Scajola - nato a Imperia nel gennaio del 1948, figlio di Ferdinando, che a Imperia fondò la Democrazia cristiana, e battezzato fra le braccia di Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide - torna a parlare di politica dieci mesi dopo essersi dimesso da ministro dello Sviluppo economico: era il 4 maggio del 2010, erano i giorni dell'inchiesta sull'imprenditore Diego Anemone e la sua cricca, storie di appalti torbidi e corruzione, tangenti, assegni e anche di un appartamento (mezzanino con strepitoso panorama sull'Anfiteatro Flavio) che Scajola, appunto, sostenne di aver pagato 610 mila euro, dichiarando di ignorare se qualcuno ne avesse poi versati altri 900 mila ai proprietari (le sorelle Papa, all'epoca divenute famosissime).

Dimissioni presentate in conferenza stampa, con una frase memorabile: «Non posso avere il sospetto di abitare una casa non pagata da me». «Più che memorabile - racconta rammaricato agli amici - fu una frase grottesca, infelice, stupida. Ma è facile dirlo adesso, con il senno del poi».

Cresciuto alla scuola dello scudocrociato, la Liguria controllata con migliaia di tessere e dosi di purissimo potere, il soprannome perfido di «Sciaboletta» (lo stesso di Vittorio Emanuele III), un carattere imprevedibile, curioso miscuglio di lucidità e istinto, Scajola è abilissimo a riemergere dalle situazioni più difficili (a 34 anni deve dimettersi da sindaco di Imperia perché ingiustamente arrestato per uno scandalo legato al casinò di Sanremo; poi è ministro dell'Interno quando la sua polizia randella al G8 di Genova e quando definisce Marco Biagi, appena ucciso dalle Br, un «rompicoglioni» che chiedeva la scorta: anche in questo caso deve dimettersi, ma anche in questo caso torna, dopo poco, in Consiglio dei ministri).

E sta tornando, a quanto sembra, pure stavolta. Spiega che i magistrati di Perugia hanno indagato 21 persone, ma non lui. E che «non esiste» una sola deposizione di Zampolini, il faccendiere di Anemone, in cui Zampolini dica «ho dato soldi a, ho consegnato assegni a...». Annusa la fine dell'incubo: «Ho messo in vendita quella casa e ho promesso di riprendermi solo i 600 mila euro che avevo speso, devolvendo in beneficienza il resto. Poi mi sono dimesso da ministro per rispetto delle istituzioni, ho lasciato lavorare in pace i magistrati...

e se però ora si dovesse accertare che davvero non ho colpe, e se questo è un Paese normale, credo di poter legittimamente ricominciare a fare politica. O no?».

In verità, ha già ricominciato. E in modo pesante. E senza nascondersi. A luglio, una sera, alcuni parlamentari del Pdl organizzano una cena in suo onore a Roma, in un ristorante sull'Aurelia. Lui si commuove, ma, tra un brindisi e l'altro, non smette di contarli: sono 35. Così, a novembre, con Antonio Martino, lancia la «Fondazione Colombo»: e qui, tra deputati e senatori, arriva a 62 (buona parte dello zoccolo duro di ciò che fu Forza Italia).

Poi il 12 dicembre, a Genova, a Palazzo Ducale, gli organizzano un comizio. «E lì, beh, c'erano duemila persone. Gente che sa bene come io sia non un uomo del potere, se no i giornali m'avrebbero trattato meglio, ma un uomo del fare...».

Silvio Berlusconi è informato. E osserva. Per Scajola, in fondo, ha sempre avuto un debole. Alla vigilia delle trionfali elezioni del 2001, non volle mandarlo a sciare: «Se ti rompi una gamba, chi mi chiude le liste?». Lui, Scajola, enfatico: «Silvio è il sole al cui calore tutti si vogliono scaldare». Gianni Baget Bozzo, teologo di Forza Italia, teorizzò che tra i due c'è «una straordinaria intrinseca complementarietà».