LIBERO SEMPRE PIU' DEMENZIALE

 

 

 

 

 

  

                           

 

 

«Il suo Giornale confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione:Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!».   Indro Montanelli Corriere della sera1995                                                            

Montanelli fu cacciato nel 1994 da SB dal Giornale che aveva fondato e diretto per 20 anni perchè, disse, "non voglio ridurmi a trombetta di un editore in fregola di avventure politiche".

 

Artcolo dal sito maratonaonline.it :

Nel dicembre 1993 Feltri dice al Corriere: "Io al Giornale? Ma che cretinata. Berlusconi non m`ha offerto neppure un posto da correttore di bozze". Infatti un mese dopo diventa direttore del Giornale. Quando nel marzo 2001 al Raggio Verde di Santoro Feltri dà del voltagabbana a Montanelli, questi, 90enne e già malato (morirà a luglio), telefona in diretta per sbugiardarlo e raccontare la verità, ricordandogli come Feltri si fosse messo al servizio di SB dopo che questi aveva cacciato il vecchio Indro con l`inganno e l`aiuto della redazione alla quale aveva promesso aumenti di stipendio se si liberavano di lui.

Sul momento Feltri diventa paonazzo e tartaglia qualcosa mentre Indro gli dà del servo del padrone, poi l`indomani gli spara addosso su Libero: "Santoro getta in campo anche Montanelli". A luglio 2006 Feltri dichiara: "Se Montanelli fosse vivo, lavorerebbe a Libero". Mai Montanelli scrisse su un giornale diretto da Feltri (Europeo, Indipendente, Giorno, Borghese, Libero). Che cosa pensa di Feltri, Montanelli lo dichiara al Corriere nel 1995: «Il suo Giornale confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!».

E difatti Montanelli, da sempre uomo di destra, nei suoi editoriali alla Voce così parlava di SB: "Ha l`allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui". "Questa non è la destra, questo è il manganello. Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello".

Siccome Feltri vuole esperti in ogni campo, tra le penne illustri di Libero oggi abbiamo: Moggi, che dopo essere stato riconosciuto come il gran burattinaio dei corrotti e venduti di Calciopoli e affondato la Juve in serie B, viene chiamato da Feltri per fare l`editorialista sportivo.

Poi l`avv. Taormina, indagato dalla Procura di Torino per aver fabbricato prove false nel delitto di Cogne.

Poi Gianni De Michelis, pluripregiudicato per Tangentopoli, definito da Biagi avanzo di balera per la sua passione per le discoteche sulle quali ha scritto persino una guida.

Senza dimenticare il vicedirettore di Libero, Renato Farina (in arte agente Betulla), indagato per favoreggiamento in sequestro di persona, reo confesso che era sul libro paga del Sismi, fabbricava dossier falsi e faceva pedinare un magistrato per lo stesso Sismi.Scoperto, ammette l`errore e chiede scusa.

L`Ordine dei giornalisti della Lombardia a settembre 2006 lo sospende per 12 mesi, l`Ordine Nazionale e la Procura di Milano invece impugnano la sospensione e chiedono che Farina venga radiato a vita.

Per completare questo parterre de roi manca solo che a Previti venga offerta una rubrica fissa sulla lotta alla corruzione. Poichè Farina, sospeso, non può scrivere sul giornale, viene inventato un escamotage: Farina invia lettere a Libero che le pubblica in prima pagina. Viste le sue benemerenze, due consiglieri comunali milanesi di FI propongono Farina per l`Ambrogino d`oro.

Il giornalista Facci lo sberleffa sul Giornale del 1 Settembre; il giorno dopo Feltri gli risponde su Libero: "Chi tocca Farina sappia che deve fare i conti anche con me, prima o poi. Sul piano della iettatura avverto il dilettante del Giornale: ho la patente. Ne ho già stecchiti per molto meno....La dico tutta. Farina merita l`Ambrogino d`oro".

Facci replica: "Ieri sono stato attaccato da Vittorio Feltri: un signore che non ha neppure il coraggio di essere direttore responsabile del suo giornale perchè ha paura delle querele. Un signore che ha fatto la battaglia contro le baby-pensioni e poi è andato in pensione a 53 anni. Un signore che ha fatto la battaglia contro le sovvenzioni pubbliche ai giornali di partito e poi ha trovato il modo di prenderle anche lui".

Il 6 ottobre entra in campo SB e difende Farina con una lettera a Libero intitolata "Attaccano la libertà". Da che pulpito. Lui che aveva fatto cacciare Biagi, Santoro, De Bortoli, Massimo Fini, Oliviero Beha, i fratelli Guzzanti, Luttazzi. Forse perchè nessuno di loro aveva commesso, a differenza di Farina, alcun illecito. E perchè sottovalutare le benemerenze passate di Feltri?

Nel 1993 dalle pagine dell`Indipendente difendeva entusiasticamente Mani Pulite. Nel 1994, passato al Giornale, insinua che i giudici Davigo e Di Maggio sarebbero iscritti ad una cooperativa edilizia assieme al giudice corrotto Diego Curtò e a Salvatore Ligresti.

Non è vero niente, e Feltri verrà condannato dal tribunale. Nel novembre 2001 viene radiato dall`Ordine nazionale dei Giornalisti all`unanimità per aver pubblicato le foto di bambini vittime di pedofili, pur di vendere qualche copia in più. Dopo 15 mesi l`OdG trasforma la radiazione in censura con 46 voti contro 42. Un soffio.

Nel 2005 viene condannato a Monza per aver diffamato con un articolo su Libero del 2002 il magistrato di Potenza Woodcock. Nel febbraio 2006 condannato a Bologna a 18 mesi di reclusione per diffamazione del senatore Ds Chiaromonte. E non contiamo le querele fatte da Di Pietro al Giornale di Feltri ritirate dietro indennizzi di centinaia di milioni di lire sborsati dall`editore.

A novembre 2006 Feltri se la prende col sindaco di Milano (titolo di Libero: Letizia Moratti, ma sei scema?) perché, oltre a voler imporre il pedaggio a chi entra in città con l`auto, ha addirittura «snobbato nelle visite ai morti quelli della Repubblica sociale di Salò».Il che, agli occhi di Feltri, è veramente insopportabile.

E` come se il sindaco di Parigi rendesse omaggio ai collaborazionisti filonazisti di Vichy, mettendoli alla pari del generale De Gaulle. Oppure se quello di Madrid onorasse la tomba del generalissimo Franco e dei suoi sgherri. Invece, in Italia, la Moratti viene chiamata a discolparsi per aver ignorato i repubblichini che, oltre a sparare su suo padre partigiano, mandavano gli ebrei nei lager e sognavano per l`Italia un radioso futuro da provincia del Reich millenario. 

Artcolo dal sito maratonaonline.it

Aggiungo alcune frasi celebri di Littorio Feltri:

Sul 25 Aprile Festa della Liberazione:

A distanza di dodici lustri dalla resa dei conti, spacciare quel giorno di sangue e violenze per simbolo della democrazia, di valori eterni quali la libertà, è un'operazione cara solo ai falsificatori e ai mistificatori.

Sul G8 di Genova:

Sono già diventati eroi e tra qualche anno diranno ai loro bambini dissimulando l'orgoglio: io quel giorno a Genova c'ero. Stampa e televisione hanno riservato ai giottini indaffarati a spaccare tutto le energie e gli spazi dei grandi avvenimenti. I reduci della manifestazione ora progettano manifestazioni all'altezza della loro gloria. I primi raduni di militanti agnolettini si terranno il 20 agosto ad un mese dalla morte di Carlo Giuliani, martire dell'antiglobalizzazione e dell'ecologia: Sarà la giornata della memoria. Non dimenticare il compagno caduto sotto il fuoco vile dei Carabinieri, pericolosi nemici dello Stato e della democrazia. E non dimenticare che il dovere del militante è menare le mani.

Sul sequestro Quatrocchi in Iraq:

Sulla prima pagina di Libero compare una maxi-foto dei funzionari italiani rapiti in Iraq (tra cui Fabrizio Quattrocchi ancora in vita). Sono seduti in terra con le canne dei fucili automatici puntati alla nuca. Il titolo recita: "Abbiamo 800mila ostaggi". Si parla, in sostanza, di tutti gli immigrati musulmani e/o arabi presenti in Italia secondo una stima; poi il sottotitolo "Se applicassimo ai musulmani gli stessi criteri che loro applicano a noi dovremmo sequestrare tutti quelli che risiedono in Italia. Ma non lo facciamo perché siamo in una civiltà superiore". Continua, poi, suggerendo che "L'imam di Bagdad adesso fa campagna elettorale per Prodi”.

Sulla pensione alle donne a 65 anni:

un argomento considerato tabù: il collocamento a riposo delle donne. Che avviene a 60 anni, cioè con 5 anni di anticipo rispetto agli uomini. Perché simile disparità di trattamento in base al sesso? Il nostro è l'unico Paese in Europa a fissare per decreto la discriminazione sessuale in maniera pensionistica. È semplicemente assurdo, grottesco che per le donne l'assegno di vecchiaia scatti 5 anni prima che per gli uomini, i quali, si badi bene, campano (statistiche sul tavolo) cinque anni di meno. Tra l'altro, se l'esercito delle lavoratrici andasse in pensione (di vecchiaia, ripeto) all'età in cui ci va quello dei lavoratori, i conti dell'Inps sarebbero sistemati. Per procedere alla parificazione non occorre Napoleone; è sufficiente modificare un rigo della legge, esercizio accessibile a un qualunque ragionier Rossi. I sindacati protestano? E chissenefrega".
(Vittorio Feltri, 'È l'ora della scure', Libero, 15 giugno 2008)

"Feltri se ne va, Feltri resta. Ovvero: esce dalla porta, rientra dalla finestra... Piu' maliziosamente: un colpo da maestro di un giornalista che sa gestire bene non solo la testata che dirige, ma anche i suoi conti personali. E la sua qualita' della vita. Visto che il nuovo status gli rendera' piu' agevole il dedicarsi alle passioni extraprofessionali: i cavalli, innanzitutto. Sono passate da poco le 15 quando le agenzie di stampa annunciano che Vittorio Feltri "si e' dimesso". Pochi minuti dopo, la precisazione: va in pensione, ma rimarra' direttore del "Giornale", avendo firmato con la societa' editrice un rapporto di consulenza: "I poteri del direttore ai sensi dell'articolo 6 verranno assunti per il momento da Gian Galeazzo Biazzi Vergani, presidente della stessa S.e.e". Dunque, un'uscita squisitamente "tecnica". Che consentira' a Feltri di assicurarsi la pensione (secondo indiscrezioni, ammonterebbe a 12 - 13 milioni mensili), mettendola al riparo da possibili revisioni dello Stato sociale. Il piano d'azione e' stato studiato nei dettagli. Dal primo maggio e per tre mesi il "Giornale" verra' firmato da Biazzi Vergani, in attesa che la pratica vada burocraticamente a buon fine. Poi, con la pensione "in cassaforte", Feltri decidera' con quale formula definire stabilmente il rapporto con l'editore".
(Corriere della Sera, 29 aprile 1997)

E dopo aver auspicato dimagrimenti benefici a causa della crisi, pensionamento alle donne per i 65 anni, orrore per i giovanottoni di 50 anni che vanno in pensione, abbiamo scoperto che di sola pensione il tomo becca nientepopodimenoche, da quando compie 53 anni:

"Vittorio Feltri, 56 anni, giornalista-editore, ex direttore di 'Europeo', 'Indipendente' e 'Giornale'.
Pensione Inps (dal maggio 1997): 13 mensilità da 408.050 lire.
Pensione Inpgi (dal maggio 1997): 14 mensilità da 24.465.170 lire".
(dati forniti in '50 Uomini d'oro', 'L'Espresso', 13/19 agosto 1999)

"Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi', cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna".
(Vittorio Feltri, L'Europeo, 11 agosto 1990, subito dopo l'approvazione della legge Mammì).

"Il dottor Silvio di Milano 2, l'amico antennuto del Garofano, pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba. Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il bollettino dei naviganti e la Gazzetta ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia?".(Vittorio Feltri, L'Europeo, dopo la conquista berlusconiana della Mondadori e l'approvazione della legge Mammì).

Conclusione:

Littorio Feltri, se non ci fosse più da domani, all'improvviso, il Minculpop berlusconiano VespaGiordanoBelpietroTg2Tg4Tg5StudioApertoPanoramaILGiornaleLibero-LaPadaniaIlSecoloXIXIlTempoChiL'OpinioneIlFoglioMimunFede, tutti i giorni, più volte al giorno, siamo sicuri venederebbe quaglie arrosto al mercato rionale.

What elese?

 

 

 

  


Commenti

Speriamo che la crisi non faccia solo bene agli Italiani ma anche a chi ha pubblicato questo titolo:

"Se cresce la disoccupazione, calano gli immigrati, i nostri figli dimagriranno e ci occuperemo più del nonno: quel che fa male al portafogli può fortificare l'animo."

Auguriamo infatti anche a costui che presto resti disoccupato in modo da poter contribuire anche lui a far crescere ancora di più la disoccupazione, visto che è lui che ne vede come conseguenza positiva l'abbassamento del numero di immigrati.
Di conseguenza gli auguriamo anche che non riesca mai a trovare lavoro all'estero e che all'estero possa incontrare persone che pensano degli immigrati ciò che pensa egli stesso e cioè che deve calare il numero.
Infine come lui speriamo che i suoi figli dimagriscano più di quelli degli altri anche se non sono sovrappeso e che possa avere tanto tempo per occuparsi di più del suo nonno e della gestione di tutti i suoi svariati bisogni (dal momento che auspica una diminuzione degli immigrati e quindi anche delle badanti immigrate).

In sostanza speriamo che questa crisi faccia tanto ma tanto bene soprattutto a lui e che il suo animo si possa fortificare tanto tanto!

P.S:
Per Indro Montanelli ovunque tu sia:
Bravo hai fatto la cosa giusta ad abbandonare, meglio rinunciare ad un giornale che come hai detto ridursi a "trombetta" razzista!

Articoli di Dweb: Esempi di come si può parlare di crisi e di sobrietà in maniera seria e senza titoli che sconfinano nel razzismo:

Valori di Borsa e valori immateriali. Di quali "utili" stiamo parlando?
Quando valutiamo qualcosa siamo alla mercé del contesto. Se saremo vigili e controlleremo la confezione in cui ci vengono proposte le opzioni, allora potremo contrastare alcuni effetti del contesto. Ma non riusciremo mai a coglierli tutti". (Barry Schwartz, prof. di teoria e azione sociale allo Swarthmore College)
"Trecentocinquanta miliardi di euro di capitalizzazione bruciati". "Le Borse hanno perso oltre mille miliardi di euro". Sono due tra i tantissimi titoli che continuiamo a leggere dall'inizio della crisi finanziaria. Danno un senso di paura e incertezza. Ci paralizzano, a conferma che la nostra vita, fatta di lavoro, studio e relazioni sociali, non viene misurata in base a valori reali ma su aridi e spesso astratti prezzi delle azioni. Ma allora perché la perdita di capitalizzazione delle società quotate, cioè il crollo dei prezzi dei titoli azionari, fa così paura? Perché anche nelle Borse, nonostante la finanza creativa fatta di derivati e prodotti strutturati, ci sono dei riferimenti reali. Il valore di un'azione, prima dell'euforia dei maghi della finanza di Wall Street, si misurava in base a un parametro semplice: il rapporto tra il prezzo del titolo e gli utili della società. Dato che le Borse, però, scommettono sul futuro, quello che interessa di più è la proiezione di questo andamento, almeno per i prossimi due anni. Dopo i crolli dei mercati azionari questo rapporto tra prezzo e utili attesi è sceso drasticamente. Insomma la perdita di capitalizzazione delle Borse è il barometro della recessione alle porte, della crisi che dalla finanza e dal mondo del credito si ripercuoterà sull'economia reale con forti cali dei consumi da parte delle famiglie, meno acquisti di prodotti durevoli e perdita di posti di lavoro. Quanto peserà questa crisi? Non meno di un anno. Secondo gli analisti gli utili aziendali caleranno anche del 10%. Questo non significa che tutte le aziende andranno in rosso: i profitti continueranno a essere ingentissimi. La verità è che anche in Borsa si dovranno abituare a essere più sobri, e che noi comuni mortali che non giochiamo sui mercati finanziari e nella nostra vita non misuriamo affetti e impegno lavorativo in base ai profitti attesi per il prossimo decennio, dobbiamo imparare a non confrontarci con il p\e (price\earnings, rapporto prezzo\utili). Misuriamo, invece, l'intangibile, il valore immateriale delle nostre scelte e delle opportunità offerte dall'essere parte di comunità sociali che in questi mesi di crisi stanno dimostrando tutta la loro vitalità, se è vero che il social networking è in crescita più che mai.

Quella del 2008 è l'ultima grande crisi finanziaria che il mondo avrà visto scoppiare sotto il segno dell'egemonia americana. Il ridimensionamento dell'America rispetto alle nazioni emergenti che era già in corso da anni, verrà accelerato. La Cina e l'India hanno subito dei contraccolpi brutali sui loro mercati finanziari e ne subiranno di altrettanto pesanti nelle loro economie reali, per il rallentamento delle esportazioni causato dalla recessione made in Usa. Ma nel lungo periodo la direzione di marcia non cambia: l'America conterà meno; si accentuerà l'influenza delle potenze asiatiche. L'effetto acceleratore che la crisi bancaria avrà nel ridisegnare questi equilibri mondiali, è legato alla distribuzione dei suoi costi. Gli Stati Uniti usciranno ulteriormente rimpiccioliti quando avranno finito di pagare i debiti che stanno accumulando. Il maxifondo destinato a comprare i titoli-spazzatura dalle banche in crisi (700 miliardi di dollari) costa come una seconda guerra in Iraq.
I debiti americani vengono riscossi in vari modi dai creditori. Il metodo più semplice è convertirli nel controllo di pezzi del capitalismo americano. È quel che hanno già cominciato a fare da tempo tutti i Paesi che vantano consistenti attivi commerciali verso gli Stati Uniti, e quindi hanno accumulato notevoli riserve valutarie. I detentori del massimo ammontare di riserve in dollari sono i governanti della Repubblica Popolare cinese: la più grande nazione del pianeta; il più importante regime autoritario; nonché la candidata naturale a sfidare la leadership americana nel XXI secolo. Nonostante sia politicamente delicato ammetterli nei consigli d'amministrazione la conversione dei crediti cinesi in partecipazioni azionarie è già in atto ed è destinata a proseguire. Questo in futuro consiglierà una certa cautela a qualsiasi presidente americano nei suoi rapporti con Pechino. Già oggi nell'elaborare le loro strategie verso la Cina i dirigenti degli Stati Uniti sono costretti a ricordare che il loro rivale numero uno è anche il loro banchiere più munifico.
In futuro oltre a essere un insostituibile creditore del Tesoro Usa la Cina sarà presente, sempre più spesso, nell'azionariato di molte grandi aziende americane. Nelle fasi di tensione politico-militare tra la superpotenza in declino e la superpotenza in ascesa, questo aspetto dei rapporti Washington-Pechino andrà sempre tenuto in conto.
Anche all'interno del gruppo delle potenze emergenti questa crisi lascerà delle tracce. Non tutti sono colpiti alla stessa maniera. La Russia, il Brasile e i Paesi arabi del Golfo Persico avevano goduto fino alla prima metà del 2008 di una rendita legata al boom dei prezzi delle materie prime: petrolio, gas, minerali, derrate agricole. Quella iperinflazione è stata troncata violentemente dalla crisi. A una velocità impressionante si è entrati in un'era di deflazione. I Paesi ricchi di risorse naturali si sono trovati spiazzati da questo rovesciamento della congiuntura. La grande vincitrice di questa sterzata è la Cina, che tira un sospiro di sollievo dopo due anni passati a battagliare contro il caropetrolio e l'inflazione alimentare. Egualmente favorita, ma in minor misura, è l'India: pur essendo povera di materie prime e quindi beneficiata dalla deflazione come la Cina, ha però l'handicap di essere arrivata alla crisi del 2008 con dei conti pubblici più fragili rispetto alla Repubblica Popolare.
C'è un'altra dimensione di questa crisi che favorisce la Cina. La deflazione che ha ridimensionato pesantemente i valori di tanti beni capitali, dalle case alle azioni, ha un altro effetto sul modello di sviluppo. Finita l'era della finanza creativa, finito il boom dei titoli esoterici, le banche sono costrette a ridurre il livello complessivo dei debiti. Si stima che nell'ultimo decennio in America dietro ogni dollaro di aumento del Pil - l'aumento di reddito dell'economia reale - c'erano cinque dollari di crediti. Una montagna di attività finanziarie sovrastava la produzione di cose, di beni e servizi reali.
Ora il baricentro delle attività economiche tornerà a spostarsi in favore della produzione di cose, di beni reali. Un mondo dove la vocazione manifatturiera e il lavoro produttivo vengono rivalutati rispetto alla finanza, è un mondo dove Cindia è regina.

Non ci aspetta un futuro di compromessi,
privazioni e scomodità, ma di elegante frugalità. Nella vita di tutti i giorni abbiamo un ampio
spettro di scelte. Possiamo continuare ad avere tutti I comfort che la tecnologia moderna offre.Ma senza sprecare niente o danneggiare qualcosa o qualcuno. Con una consapevolezza in più: l'efficienza non è soltanto la soluzione migliore ai problemi ambientali, ma crea reddito e assicura profitti alle aziende. Per ogni dollaro impiegato in efficienza energetica se ne guadagnano tre in risparmi, investimenti e innovazione. La rivoluzione energetica è in atto ora. Spetta a noi approfittarne. Potremmo scegliere di semplificare le nostre vite, combinando più viaggi in uno, spostandoci in bici e scegliendo negozi locali. In una scuola efficiente i nostri figli imparano di più e meglio. In una casa funzionale tutto intorno ci appare in un'ottica diversa. La chiave per un futuro ecologicamente equilibrato, senza dipendenze energetiche, è nel risparmio e nella combinazione di fonti rinnovabili. La microgenerazione (energia prodotta localmente e su piccola scala) ha tanti volti. L'elettricità, per esempio. Come possiamo migliorare? A casa mia uso il sole. E se devo acquistarla dalle centrali spendo 5 dollari al mese per 372 metri quadrati. Vivo sulle Montagne Rocciose a duemila metri di altezza. Ho fatto 28 raccolti di banani senza un impianto di riscaldamento, non ne ho bisogno. È stato meno costoso isolare pareti e finestre e installare un sistema di ventilazione che recupera il calore. I miei vicini di casa spendono migliaia di euro in bolletta, io zero. E questo con tecnologie degli anni Settanta. Non male per risorse definite lente, costose, futuristiche e non competitive. Di nuova generazione guido una Honda ibrida che fa cento chilometri con 3,6 litri di benzina e faccio il pieno ogni due mesi. Ho una lavastoviglie svedese in grado di riutilizzare l'acqua. Come me, ogni famiglia può risparmiare anche mille euro all'anno, oltre a beneficiare di detrazioni fiscali e incentivi. Con elettrodomestici leggeri e case che non sprecano possiamo evitare i tre quarti del nostro consumo di energia. La sfida è affrancarci dal petrolio, che spinge i Paesi su un cammino irreversibile di dipendenza. L'innovazione è un albero che ci dà più frutti di quanti siamo in grado di mangiarne. È la tecnologia che fa calare i costi. L'opposto del petrolio.
*Esperto di efficienza e risparmio energetico, consulente del Pentagono, fondatore del Rocky Mountain Institute, è autore di Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale (Edizioni Ambiente).

Avere o usare? Cosa conviene?
Veniamo da un secolo di moltiplicazione frenetica delle merci. Avevamo fame di comodità, riposo, nuove possibilità e, man mano che il reddito cresceva, cresceva l'acquisto di beni; questi acquisti facevano crescere altri redditi che a loro volta generavano altri acquisti. Ma oggi, nelle città e nelle case ormai sature, è ancora vantaggioso comprare oggetti? O è meglio snellire la vita usando servizi? Nei Paesi del Centro Europa il car sharing, la macchina condivisa che si usa senza preoccuparsi dell'assicurazione, del bollo e del meccanico, guadagna consensi. A Napoli è stata battezzata la rete delle città che puntano sul bike sharing, seguendo l'esempio di Parigi. E i trasporti non sono l'unico settore in cui è possibile liberarsi dalla fatica della gestione per entrare nel mondo dell'uso. Negli States è diffusa l'abitudine condominiale di mettere in comune i servizi di lavanderia. Sempre più spesso capita di scaricare a pagamento un film anziché comprare un dvd. E il riscaldamento rappresenta la prossima frontiera della liberazione dalla tirannia degli oggetti destinati a rompersi. Nell'era in cui l'aumento di efficienza energetica sta diventando un obbligo (etico e di legge), la possibilità di rinunciare alla finta libertà della caldaia individuale si fa concreta. Usando un impianto centralizzato a tecnologia avanzata è possibile spendere meno, evitare la burocrazia dei controlli annuali e avere caldo e fresco on demande, con sistemi che fanno pagare solo quello che si usa.