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La carne sintetica sfamerà il mondo?

13 ore 59 min fa

Sul sito di Memphis Meats la start up statunitense con sede a San Francisco che per prima è arrivata a produrre la carne “sintetica” si legge: “Amiamo la carne. Tuttavia, il modo in cui la carne convenzionale viene prodotta oggi crea sfide per l’ambiente, il benessere degli animali e la salute umana. Considerando che i consumatori globali spendono quasi mille miliardi di dollari l’anno per la carne e la domanda di carne dovrebbe raddoppiare nei prossimi decenni, una cosa è chiara: abbiamo bisogno di un modo migliore per sfamare un mondo affamato… Il nostro obiettivo è semplice: cambiare il modo in cui la carne arriva al piatto. Stiamo sviluppando un modo per produrre carne reale da cellule animali, senza la necessità di nutrire, allevare e macellare animali reali. Ci aspettiamo che i nostri prodotti siano migliori per l’ambiente (richiedendo fino al 90% in meno di emissioni di gas serra, terra e acqua rispetto alla carne prodotta in modo convenzionale), agli animali e alla salute pubblica. E, soprattutto, siano deliziosi.”

Ecco, su quest’ultimo punto c’è ancora del lavoro da fare. Al primo assaggio la carne sintetica non si può definire proprio “deliziosa” anche se non è male, manca il gusto del grasso e del sangue, dicono coloro che l’hanno assaggiata.

E questa mancanza è spiegata dal metodo con cui questa carne viene prodotta: in pratica vengono prelevate cellule di tessuto dai vari animali, per adesso anatre e galline.
Queste cellule vengono poi “coltivate” con l’aggiunta di siero fetale bovino su impalcature fino a formare dei filamenti di tessuto che possono formare polpette, hotdog e hamburger.

Insomma, non parliamo ancora di una bistecca o di una coscia di pollo in quanto per formare il muscolo servono vasi sanguigni e sostanze nutritive. Gli scienziati stanno studiando una soluzione.
Inoltre bisogna risolvere il problema del costo, per ora 450 grammi di carne costano al produttore 2.300 euro ma anche in questo caso serve tempo per abbattere i costi di produzione e arrivare a un obiettivo di costo che si aggiri sugli 8 euro ad hamburger.

Memphis Meats ha raccolto 17 milioni di dollari per completare lo sviluppo della carne sintetica entro il 2021. Tra i finanziatori nomi illustri come Bill Gates, Google ecc.

Buon lavoro!

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Allergie primaverili: cause e rimedi naturali

14 ore 30 min fa

L’allergia è un problema da non sottovalutare e che sembra essere in continua crescita, con il numero di persone colpite che aumenta di anno in anno. “I numeri parlano chiaro: nel 2025 quasi il 50% della popolazione europea soffrirà di una qualche allergia, mentre nel nostro Paese circa il 40% della popolazione dichiara già di soffrire di disturbi di questo tiporiporta AssosaluteAssociazione Nazionale farmaci di automedicazione – che fa parte di Federchimica.

A fronte di questi numeri la spiegazione (e previsione) futura non è troppo rassicurante: il cambiamento climatico e le alte temperature aumentano i livelli dei pollini.  A seguito di uno studio condotto dal team del professor Giorgio Walter Canonica, presidente SIAAIC Società Italiana Allergologia Asma Immunologia Clinica – e Direttore della clinica malattie respiratorie e allergologia dell’Università di Genova, è stato dimostrato che in 27 anni le giornate all’anno in cui la parietaria (pianta della famiglia dell’ortica) diffonde i suoi pollini è aumentato di 85 giorni. «Una maggior esposizione significa un peggioramento dei sintomi e un aumentato rischio di sensibilizzazione» – spiega Canonica. A ciò si aggiunga l’inquinamento outdoor e indoor che aumenta l’infiammazione delle mucose, indebolendole. Complice, oltre alla predisposizione genetica soggettiva, è anche il nostro stile di vita: “E’ lo scotto che dobbiamo pagare per aver introdotto norme e comportamenti che da una parte ci preservano da infezioni e malattie, ma dall’altra ci rendono più sensibili”, continua l’esperto. Trascorriamo molto più tempo al chiuso, in ambienti spesso poco areati e questi fattori aumentano la concentrazione di allergeni. “I bambini giocano molto poco all’aperto e quindi sono meno esposti alle sollecitazioni durante l’età dello sviluppo, e quindi sono più esposti allo sviluppo di allergie” – spiega ancora l’allergologo.

Quali sono i rimedi naturali contro le allergie?

Se si vuole provare una strada alternativa ai medicinali ci sono molti rimedi naturali che possono venire in soccorso. Premessa: dobbiamo conoscere con certezza l’elemento scatenante della nostra allergia e agire anche sulla prevenzione rendendo meno acuta la manifestazione della nostra allergia.

Quali cibi mi aiutano a combattere l’allergia? Ricordiamo che gli antistaminici naturali non servono per curare le allergie, ma possono aiutare il corpo a moderare la sua reazione allergica.

Quali alimenti da evitare? Vino, birra e bevande fermentate; formaggi stagionati, insaccati e cibi in scatola; tonno, sgombro, salmone, molluschi, crostacei, e frutti di mare in generale; pomodori, banana, fragole, fave e la frutta con il guscio (noci, nocciole e mandorle); cioccolato, cacao e caffè, che contengono infatti un tasso elevato di istamina.

A differenza alimenti come come camomilla, tè verde e carote inibiscono il rilascio di istamina e possono quindi essere considerati antistaminici naturali. Tra i più comuni ricordiamo anche:

  • Aglio (allium sativum): ottimo rimedio per tenere sotto controllo gli allergeni e alcune cariche batteriche, ma sul quale bisogna fare attenzione. Le sue caratteristiche lo rendono utile per il controllo del livello di glicemia nel sangue, per cui il suo impiego dev’essere moderato in caso di soggetti diabetici o ipoglicemici.
  • Té verde: La quercetina, il pigmento che conferisce all’ uva nera e al tè verde il colore, blocca la produzione di istamina.
  • Vitamine: La vitamina D è molto utile per difendere l’apparato respiratorio, e per assumerla basta ingerire cibi come uova, burro, formaggi grassi, aringhe, sgombri e sardine. Comunque, anche le vitamine C ed E, contenute nella frutta e nella verdura, aiutano a rinforzare il sistema immunitario.
  • Il ginkgo biloba: Conosciuto per le sue virtù sulla memoria, può essere efficace anche per le allergie. Contiene alcune molecole efficaci contro le infiammazioni allergica chiamate FAP (fattore di attivazione piastrinica).

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Te lo diamo noi il contratto alla tedesca: idee per il governo (Diretta web!)

Lun, 04/23/2018 - 21:08

Moderatore: Jacopo Fo

Intervengono:
Marco Marchetti, docente di diritto amministrativo presso l’Università di Perugia: authority per i contratti di massa
Fabio Roggiolani
, esperto di ecologia ed ecotenologie: diminuire l’inquinamento urbano con il gnl
Corrado Giannone, tecnologo alimentare: razionalizzazione dei servizi di ristorazione ospedaliera
Luca Foresti, Centro Medico Santagostino: sistemi di razionalizzazione della gestione dei servizi diagnostici
Vincenzo Imperatore, esperto di finanza: trasformare la commissione bicamerale di inchiesta sulle Banche in una commissione stabile che vigili sull’attività bancaria

Per maggiori informazioni leggi qui

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Nel mondo ormai tutti respirano aria inquinata

Lun, 04/23/2018 - 09:54

L’agenzia Agi riporta uno studio dell’Health Effects Institute in cui si dice che sette miliardi di persone al mondo, il 95% della popolazione sulla Terra, ormai respira aria inquinata. E mentre nei Paesi più ricchi e industrializzati sembra esserci un miglioramento della qualità dell’aria, in quelli più poveri i livelli di smog sono sempre più alti.

Leggi tutto l’articolo cliccando qui

 

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Extreme Design

Lun, 04/23/2018 - 05:36

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Pd-M5S, idee per un programma condiviso alla tedesca!

Lun, 04/23/2018 - 04:29

Una cosa che pochi raccontano è che il M5S ha votato a favore delle leggi approvate dal Senato. Nel 39,5% dei casi. E parecchie sono state le leggi e gli emendamenti presentati dal M5S e poi approvati con i voti del Pd. Quindi una base da cui partire c’è e non è vero che il 5 Stelle ha detto sempre di no a tutto.
Il che non vuol dire che non ci sia disaccordo su molte grandi questioni.
Ma sicuramente si potrebbe trovare un territorio di dialogo.
Ci sono tante leggi facili, banali e condivise da chiunque abbia un minimo di buon senso. Alcune, per strani motivi, sono da anni parcheggiate al Parlamento in attesa di approvazione.
Con People for Planet ed Ecofuturo abbiamo invitato un gruppo di valenti specialisti, a un incontro via web, lunedì 23 aprile, alle 21 (in diretta sulla mia pagina FB).

CHE COSA INTENDIAMO CON LEGGI FACILI?
E’ possibile tagliare i tempi di attesa della sanità senza varare una grande riforma, ma cambiando il modo in cui gli ospedali sono organizzati.
Possiamo diminuire i costi della Sanità e contemporaneamente migliorare il servizio razionalizzando.
Le esperienze in Italia ci sono, funzionano! Che cosa succederebbe se Pd e M5S realizzassero un’alleanza per ottenere questa razionalizzazione?

Ad esempio, in Usa e Germania si vendono i farmaci sfusi, nel numero prescritto dalla ricetta medica.
Non è una questione di destra o sinistra, è semplice buon senso, si risparmia denaro e si evita di lasciare in giro medicine che poi vengono magari consumate a sproposito o divorate dai bambini. E si evita anche che vengano consumate medicine scadute.
Otterremmo un risparmio intorno ai 500 milioni di euro.

CONTINUA SUL FATTO QUOTIDIANO

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Corporate Barter: un baratto come soluzione di finanza alternativa

Lun, 04/23/2018 - 04:17

E si ritorna alle origini.
Non perché mancano i beni o i servizi (anzi, ce n’è una quantità eccessiva), ma perché manca la moneta o quantomeno non circola.
 Per due motivi: uno ovvio, e cioè che se non ho denaro non lo posso spendere; l’altro di natura psicologica, ossia se ce l’ho lo risparmio in attesa dei tempi difficili che sono nell’aria.
E se la moneta non gira, non crea mercato. E la produzione, di qualsiasi tipo, implode.
 Quindi da qualche anno (Oltreoceano esiste dalla crisi del 1929) si sta sviluppando anche nel nostro Paese tra la comunità delle aziende, soprattutto piccole e medie imprese, un sistema che non produce liquidità, ma che sicuramente ne fa risparmiare tanta: il Corporate barter, una sorta di baratto o meglio di compensazione multilaterale tra aziende che avviene tramite network molto conosciuti sul web in cui si paga una quota associativa che mediamente costa circa il 5% dei movimenti.

Si tratta di uno strumento di pagamento complementare alla moneta tradizionale, una modalità di transazione tra aziende con forma di pagamento in merci e servizi; in altri termini il Corporate barter consente alle aziende che hanno poca liquidità e a cui le banche hanno ridotto o chiuso gli affidamenti di pagare gli acquisti con la vendita dei propri prodotti.
 I dati della Irta (International reciprocal trade association) riportati da Bloomberg stimano negli Stati Uniti un mercato da 12 miliardi dollari all’anno in transazioni che non prevedono scambio di valuta.

A chi si rivolgono i circuiti di Corporate barter?
Soprattutto commercianti con fondi di magazzino che in tal modo hanno il vantaggio di promuovere il proprio invenduto, ma anche fornitori di servizi che non hanno materiale da scambiare e a cui risulta più semplice il do ut des.
 Il baratto tra aziende, come abbiamo detto, è multilaterale, cioè avviene tra soggetti diversi e può essere effettuato al 100% in natura oppure pagando una parte in denaro.
 Lo schema è semplice: A vende a B che vende a C che a sua volta vende ad A; in tal modo il Corporate barter non solo rappresenta una strategia finanziaria anti-crisi, ma anche una forma nuova di marketing per piccole imprese, tra l’altro sempre percorribile, perché permette di allargare il mercato di riferimento delle aziende che arrivano, in tal modo, a intercettare clienti e territori che prima non erano mai riuscite a raggiungere monetizzando prodotti o servizi disponibili o risultanti da una capacità produttiva finora inespressa. 
Al momento dell’ingresso nel network, successivo all’analisi della solvibilità dell’aderente, viene concesso alle aziende un piccolo fido, meglio dire una disponibilità di acquisto (perché non genera interessi di alcun tipo), con cui possono fare le prime transazioni.
 Ogni azienda che aderisce al circuito apre quindi un conto che gestisce la contabilità in entrata e in uscita dei valori corrispondenti alle vendite o agli acquisti. 
Per cui se l’azienda va “a debito” (cioè ha acquistato più di quanto ha venduto) si salda semplicemente, a fine anno, vendendo merce o offrendo un servizio per un importo pari a quanto acquistato.
Se poi l’azienda non vuole rinnovare la quota associativa, si salderà in denaro.
Se invece va a credito (cioè ha venduto più di quanto ha acquistato) quest’ultimo si estingue solo facendo acquisti in barter, in qualsiasi momento e senza alcuna scadenza, e mai convertendo in denaro il credito.
 Ho avuto la fortuna professionale di seguire l’inserimento in un barter di una piccola impresa che produce strumenti di scrittura che ha speso il suo bonus contraendo una assicurazione fabbricata con una azienda associata e poi rivendendo, in compensazione, uno stock di penne come “Christmas gifts” a uno studio di consulenza aziendale.
 L’unico handicap riscontrato sta nella legislazione vigente (in Italia, ovviamente) che limita fortemente una società di barter a dare piena soddisfazione a tutte le richieste di acquisto e vendita di beni e servizi in compensazione multilaterale: tasse (è solo un piccolo passo il baratto amministrativo introdotto con il decreto Sblocca Italia del novembre 2014), utenze e oneri finanziari non sono ancora “barterizzabili”.
Ops. Come mai? Immaginate un po’…

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Buona Giornata Mondiale della Terra!

Sab, 04/21/2018 - 23:17
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People For Planet celebra la Giornata mondiale della Terra con questo video che riprende un flash mob canadese di qualche anno fa dove si protestava contro l’abbandono dei rifiuti in plastica. 
Quest’anno una campagna di Greenpeace chiede alle aziende di abbandonare la plastica monouso a favore di soluzioni più sostenibili. 
Ormai la plastica usa e getta prodotta dal petrolio è obsoleta!

Abbiamo aggiornato i dati nel video:
– Ogni anno nel mondo vengono prodotte 310 milioni di tonnellate di plastica.
– Il 79% del materiale plastico prodotto, dagli anni 50 del secolo scorso, è finito nelle discariche e nell’ambiente. Solo il 9% è stato riciclato.
– Ogni anno almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani.
– Si stima che via siano più di 150 milioni di tonnellate di plastica negli oceani.
– 3 italiani su 4 si dicono attenti all’ambiente, il 92% degli intervistati si sente direttamente coinvolto nella raccolta differenziata dei rifiuti. E tu?

Buona giornata della Terra!

Sul tema plastica e microplastiche abbiamo già scritto molto, guarda qui.

Stiamo anche promuovendo una raccolta firme per chiedere l’installazione obbligatoria sulle lavatrici di un filtro per bloccare le microplastiche rilasciate dagli indumenti sintetici. 
Leggi e firma il Manifesto di People For Planet con le nostre proposte

Credit video
Montaggio: Elena Zanforlin
Grafica: Armando Tondo
Ideazione: Iacopo Patierno, Simone Canova, Gabriella Canova

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Qual è il video più visto su Youtube?

Sab, 04/21/2018 - 09:28

 

Qui la lista dei 500 video più cliccati su Youtube. C’è anche il noto video della canzone Gangnam Style, uno dei primi a superare, qualche anno fa, il miliardo.

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Si può produrre l’acqua nel deserto?

Sab, 04/21/2018 - 04:51

Nel mondo c’è carenza d’acqua dolce: il 71% della superficie terrestre è coperta di acqua e per il 97,5% si tratta di acqua salata. In questa situazione 748 milioni di persone nel mondo (1 su 8) vivono senza accesso ad acqua potabile. 2,5 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari. Le situazioni peggiori si trovano in Siria, Iraq, Yemen, Haiti, Sud Sudan, Africa occidentale (da notare che si tratta soprattutto di zone di guerra).
Qualche anno fa, presso la “Libera Università di Alcatraz”, abbiamo condotto una enorme ricerca, durata più di un anno, sulle ecotecnologie a basso costo che potrebbero in qualche modo aiutare le popolazioni di tutto il pianeta, soprattutto quelle che vivono in situazioni di emergenza e difficoltà. Ne è uscito un libro, in formato pdf, scaricabile gratuitamente, che abbiamo fantasiosamente chiamato “Ecotecnologie a basso costo per tutto il mondo”.
Una parte della ricerca è ovviamente dedicata alle ecotecnologie legate all’acqua. Per produrla, depurarla, usarla in agricoltura o per lavarsi le mani.

Ma si può creare l’acqua?
Sì, ad esempio catturando l’umidità dell’aria, presente ovunque nel mondo (sia l’aria che l’umidità!). Reti o cumuli di pietre possono catturare l’umidità del vento, condensarla in goccioline d’acqua che vengono poi convogliate e raccolte in contenitori oppure usate per mantenere umido un terreno ad uso agricolo.
Ne è un esempio è l’Orto dei Tu’rat, una tecnica antichissima che risale a circa 9.000 anni fa usata dagli abitanti della regione del Negev, a sud di Israele.
Cumuli di pietre calcaree disposti a forma di mezzaluna, opportunamente direzionati per captare i venti, condensano l’umidità che percola nel terreno. L’area dentro la mezzaluna è ottima per l’agricoltura.
Una tecnica analoga è quella del giardino Pantesco: l’albero viene circondato da un muretto a secco di pietre che catturano l’umidità mantenendo bagnato il terreno.

Più elaborato il Condensatore di Ziebold. Nel 1900 in Crimea furono rinvenuti 13 grandi tumuli con una superficie di 1000 mq per 30-40 m di altezza posti sulle cime delle colline. Queste costruzioni condensavano l’acqua e fornivano dai 500 ai 1000 litri di acqua al giorno (in condizioni ottimali). Friedrick Ziebold, che fece la scoperta, ricostruì il condensatore atmosferico in scala sulla cima di una collina a Feodosia (Teodosia) in Crimea, sul modello degli antichi pozzi ad aria scoperti nella zona. Il condensatore di Ziebold era un cumulo di ciottoli marini (da 10 a 40 cm. di diametro), dalla forma tronco-conica, con diametro alla base di 20 metri e 8 in alto per 6 metri d’altezza. La costruzione riuscì a produrre 360 litri d’acqua al giorno fino al 1915, quando cominciò a deteriorarsi.
Ultimo esempio sono le reti per catturare l’acqua contenuta nella rugiada. Si chiamano FogQuest, misurano 6×10 mt., possono produrre fino a 200 litri di acqua dolce al giorno e possono essere costruite con diversi materiali, anche di riciclo. Molto interessante il sito http://www.fogquest.org/.

Passando dagli antichi saperi alle nuove tecnologie, è da segnalare il progetto Savior Bud, un contenitore portatile per raccogliere l’acqua dalle foglie.
Da Architetturaedesign.it: “Prima di tutto bisogna trovare un albero a foglia larga ricco di foglie. Una volta individuato l’albero si applica Savior Bud all’estremità di un ramo, come se fosse una pinza gigante, circondando con cura le foglie della parte terminale del ramo. Una volta applicato Savior al ramo, questo funzionerà come specie di serra catturando l’umidità dalle foglie per trasformarla poi in acqua. In circa quattro ore infatti, le foglie avranno rilasciato un quantitativo di acqua pari al contenuto di una tazza di medie dimensioni.”
Purtroppo è rimasto solo un progetto.

E l’acqua del mare?
Altra fonte di acqua dolce è il mare (salato): tramite processi di dissalazione per evaporazione è possibile separare il sale dall’acqua, distillandola.
Un esempio a bassissimo costo è il Watercone. Si tratta di un cono (rovesciato) in PET dotato di un’apertura con tappo a vite sulla sommità e alla base una vaschetta di raccolta dell’acqua salmastra. Va esposto al sole per innescare il processo di evaporazione e dissalazione.
Sfruttando il medesimo principio ma aumentando le dimensioni si possono costruire vere e proprie “piramidi” in grado di dissalare l’acqua.

Un progetto si chiama per l’appunto WaterPyramid e secondo gli inventori con un’estensione esposta al sole di 600 mq si è in grado di produrre circa 1.250 litri di acqua dolce al giorno.

Il designer italiano Gabriele Diamanti è invece il progettista di Eliodomestico, un distillatore open source che grazie all’energia solare può fornire acqua potabile alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. È un modo semplice per la produzione di acqua dolce partendo da acqua salata o salmastra. Il dispositivo è in grado di produrre 5 litri di acqua al giorno funzionando senza filtri né elettricità e con una manutenzione minima. La mattina si riempie una caldaia nera con acqua di mare facendo attenzione a stringere bene il tappo. Man mano che la temperatura e la pressione all’interno della caldaia aumentano, il vapore viene forzato a passare attraverso un tubo di collegamento che raccoglie l’acqua evaporata dal coperchio e che funge da condensatore trasformando l’acqua salata in dolce. In sostanza una caffettiera rovesciata.

Fonti:
Rapporto Oxfam “Savinglives: emergenza acqua” (2016)
http://www.architetturaedesign.it/index.php/2009/11/02/savior-bud-trasforma-umidita-in-acqua.htm
http://www.fogquest.org/
http://www.gabrielediamanti.com/projects/eliodomestico/
http://www.ecotecno.tv/ecotecnologie/ecotecnologie-per-tutti.html

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Trattativa Stato-mafia: in primo grado reggono le accuse, assolto l’ex ministro

Sab, 04/21/2018 - 04:14

In primo grado sono stati condannati a 12 anni con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato gli ex generali dell’Arma Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore Marcello dell’Utri, 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno e 28 anni per il boss Leoluca Bagarella. 8 anni anche a Massimo Ciancimino per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, mentre lo stesso è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre per il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca è scattata la prescrizione. È stato invece assolto dall’accusa di falsa testimonianza «perché il fatto non sussiste» l’ex ministro Nicola Mancino, che a margine della sentenza dice: «Sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora».

Le indagini e la “trattativa”

Il processo prende le mosse da una inchiesta denominata «Sistemi Criminali», condotta dall’allora pm della procura palermitana Roberto Scarpinato. L’indagine configurava un presunto tentativo di destabilizzazione del Paese a opera di cosa nostra, massoneria deviata, eversione nera, ‘ndrangheta e pezzi di Stato. L’inchiesta seppur ricca di spunti, soprattutto sul lato finanziario delle organizzazioni mafiose fu archiviata nel 2001.

Nel 2008 il fascicolo riprende vita dopo alcune dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex sindaco mafioso di Palermo. L’ipotesi alla base del teorema dei pm di Palermo Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene è che ci sia stata, durante le stragi del ’92 e ’93, una sorta di negoziato tra funzionari dello Stato (Mori, De Donno e Subranni) e boss di cosa nostra per mettere un freno alla strategia del terrore della mafia siciliana. Un dialogo costruito su connessioni carcerarie, impunità e consegna di alcuni latitanti in cambio dello stop alle bombe che hanno insanguinato il Paese all’inizio degli anni ’90.

Per l’accusa però gli ufficiali dei carabinieri vengono individuati come ambasciatori dei boss impegnati a veicolare il ricatto mafioso. Citando le carte dei pm «i carabinieri del Ros avevano avviato una prima trattativa con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che avrebbe consegnato un ‘papello’ con le richieste di Totò Riina per fermare le stragi». Una ricostruzione respinta con forza da Mario Mori, che approccia l’ex sindaco in particolare per chiedere la consegna dei latitanti, ma che in primo grado ha tenuto.

Il processo

Sul banco degli imputati nell’inchiesta palermitana finiscono in dodici: oltre a Calogero Mannino (per l’accusa primo interlocutore per l’inizio della trattativa, ma assolto nel processo con rito abbreviato), i Carabinieri (De Donno, Subranni e Mori) e l’ex ministro Mancino, arriva anche Marcello Dell’Utri, che si propose, scrivono i pm, come «interlocutore di Cosa Nostra» e, conseguentemente, quando salì al governo Silvio Berlusconi, fece arrivare sul tavolo del presidente del Consiglio «la ricezione della minaccia» di Cosa Nostra. Il personaggio cerniera tra Cosa Nostra e Dell’Utri, per i pm, è ancora quel Vittorio Mangano (l’ormai famoso ‘stalliere’ mafioso, assunto dall’ex premier nella sua villa di Arcore) che avrebbe portato la minaccia di uomini d’onore come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, prospettando «una serie di richieste a ottenere benfici di varia natura». Questa quella che viene definita come una «seconda trattativa», iniziata nel gennaio 1993 dopo la cattura di Totò Riina e con Bernardo Provenzano come nuovo interlocutore.

Oggi la sentenza. Pesantissima soprattutto per l’ex generale Mario Mori, sempre assolto nei procedimenti «figli» della trattativa come quello sul favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano. Secondo i pm un episodio utile per intavolare la trattativa stessa. «Aspettiamo di leggere le motivazioni (che saranno depositate tra 90 giorni, ndr). Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo è stato un pregiudizio – ha commentato a caldo l’avvocato Basilio Milio, che difende l’ex generale dei carabinieri Mario Mori – Questo processo è stato caratterizzato dalla mancata ammissione di tante prove da noi presentate. La prova del nove? Non sono stati ammessi oltre 200 documenti alla difesa e venti testimoni, tra i quali magistrati come la dottoressa Boccassini, il dottor Di Pietro e il dottor Ayala. Una sentenza – ha concluso Milio – che non sta né in cielo né in terra perché questi fatti sono stati smentiti da quattro sentenze definitive».

Dunque scontato il ricorso in appello dei condannati. La partita non è chiusa.

 

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Tornano i “limoni per la ricerca” per finanziare la lotta ai tumori

Ven, 04/20/2018 - 04:51

Si chiama limonene ed è contenuto nella buccia del limone: è una sostanza considerata antitumorale che avrebbe capacità soprattutto preventive. E’ proprio per questa caratteristica contenuta nella sua buccia che il limone, già noto per essere un’ottima fonte di vitamina C, è al centro del progetto “Limoni per la ricerca” della Fondazione Umberto Veronesi.

Due euro a retina

Fino a domenica 22 aprile le retine di “Limoni per la ricerca” (500 grammi di limoni varietà primofiore) saranno acquistabili in più di 2500 supermercati di tutta Italia al costo di 2,00 euro, e per ogni retina di limoni venduta 40 centesimi saranno devoluti alla ricerca scientifica. L’iniziativa, al secondo anno consecutivo, è realizzata in collaborazione con “Citrus – l’Orto italiano”, azienda ortofrutticola di Cesena da anni al fianco di Fondazione Umberto Veronesi.

Nel 2017 raccolti 90 mila euro

L’ anno scorso il progetto ha consentito di raccogliere 90 mila euro per la ricerca e sostenuto borse di studio. E anche quest’anno “grazie alla seconda edizione e al prezioso sostegno di Citrus sarà possibile finanziare il lavoro di ricercatori che quotidianamente si impegnano a trovare soluzioni di cura sempre più efficaci”, ha affermato Monica Ramaioli, Direttore Generale della Fondazione Umberto Veronesi.

Dove acquistare?

La lista completa dei punti vendita aderenti all’iniziativa si trova sul sito https://www.citrusitalia.it/i-limoni-per-la-ricerca/.

I benefici del limone

La vitamina C prende parte a diverse reazioni metaboliche e alla sintesi di aminoacidi, ormoni e collagene. Poiché è dotata di notevoli poteri antiossidanti, la vitamina C fortifica il sistema immunitario “ripulendo” l’organismo dalla presenza e dalla produzione di sostanze cancerogene e aiuta a prevenire il rischio di tumori, oltre che di malattie cardiovascolari. Svolge inoltre un ruolo di primaria importanza nella neutralizzazione dei radicali liberi e nell’assorbimento del ferro. Oltre alla vitamina C, il limone contiene altre sostanze che hanno dimostrato in diversi studi scientifici capacità antiossidanti, effetti sulla differenziazione cellulare e potere detossificante.

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La legge Gadda contro lo spreco alimentare (e non solo)

Ven, 04/20/2018 - 04:04

Quante volte ci siamo scandalizzati davanti a immagini televisive che mostravano la distruzione di camionate di cibo e derrate alimentari (spesso prodotti agricoli)? E che stretta al cuore quando ci è capitato di vedere persone emarginate frugare nei cassonetti, e ancora che rabbia assistere alla profonda ingiustizia di un sistema paradossale, che da un lato iper-produce e distrugge e dall’altro è incapace di soccorrere chi ha fam
La questione non è certo né nuova né recente ma il problema dello “spreco” inteso come questione sia economica che sociale è emerso in tutta la sua gravità soprattutto negli ultimi anni, complice senza dubbio la crisi economica dell’ultimo decennio.
Per questo motivo tutti gli operatori della filiera che va dalla produzione alla distribuzione delle derrate alimentari – comprese soprattutto le tante associazioni che da tempo operano sul territorio per “intercettare” il surplus e distribuirlo a chi ne ha bisogno – hanno esultato quando finalmente le aule parlamentari hanno licenziato la c.d. Legge Gadda – dal nome della prima firmataria, Maria Chiara Gadda (PD). Era l’agosto del 2016 e già il titolo della legge bene descrive lo scopo dell’intervento normativo: Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi (per il testo completo si veda la Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 202 del 30-08-2016).

Quali problemi immediati ha risolto il varo della nuova legge?
Diciamo subito che la prima parola d’ordine è stata “facilitare”: gli esercizi pubblici, liberati da lacci e lacciuoli della solita soffocante burocrazia, ora possono donare i prodotti alimentari rimasti invenduti con molta maggiore elasticità. Può essere regalato il pane entro le 24 ore, ma anche, dopo il termine di scadenza, il cibo che sulla confezione riporta la frase “da consumarsi preferibilmente entro il …”, i prodotti confiscati, e quelli che presentano irregolarità nelle etichette o nel confezionamento.
Ovviamente non manca l’attenzione affinché siano rispettate le regole sulla conservazione, il trasporto, il deposito degli alimenti: per il fatto che sono regalati mica si possono ignorare i principi igienico-sanitari.
E comunque, lì dove i prodotti non sono considerati idonei al consumo alimentare umano, possono essere destinati agli animali e infine al compostaggio.
Seconda parola d’ordine: “solidarietà”. Contro lo spreco, sì, ma la ridistribuzione delle eccedenze alimentari deve seguire un principio solidaristico che vuole che destinatari dei beni donati siano le persone indigenti, ovviamente anche per il tramite di associazioni che perseguono questo scopo (il Banco Alimentare, per citarne una per tutte).
Terza parola d’ordine: “incentivazione”: modificare le nostre piccole abitudini, si sa, non è cosa dall’oggi al domani; figuriamoci a livello collettivo! Ma se il comportamento prevede un vantaggio economico, il volano può cominciare a muoversi più in fretta… Ed ecco che una specifica norma concede ai comuni la possibilità di ridurre la tassa sui rifiuti in modo proporzionale alla quantità di cibo donato.
Quarta parola d’ordine: “educazione”. La lotta allo spreco dovrebbe investire un po’ tutti i settori, e dovrebbe coinvolgere anche ognuno di noi: e se la legge non può entrare nelle nostre case e bacchettarci per il troppo cibo che dalle tavole o direttamente dal frigorifero ancora finisce nella pattumiera, offre comunque indicazioni ben precise per chi si siede alle tavole dei ristoranti. Più nessuna vergogna a chiedere, assieme al conto, la “doggy bag”. E’ addirittura previsto che le regioni possano stipulare accordi con i ristoratori perché si dotino “di contenitori riutilizzabili, realizzati in materiale riciclabile, idonei a consentire ai clienti l’asporto dei propri avanzi di cibo”.
Non manca inoltre la previsione di azioni informative (soprattutto attraverso radio e televisione e all’interno delle scuole) per promuovere comportamenti anti-spreco, con un particolare focus sui temi del diritto al cibo, dell’impatto sull’ambiente e sul consumo delle risorse naturali.
Un’ultima parola d’ordine: “non solo cibo”. Lo spreco non coinvolge solo i prodotti alimentari: la legge Gadda regola anche la cessione gratuita di vestiti e capi di abbigliamento e di farmaci, intervenendo anche in questi due settori con lo scopo di semplificare, facilitare, “sburocratizzare”…
Fin qui per sommi capi il contenuto di un provvedimento che – a più di un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore – comincia a portare i suoi frutti. Solo un’ultima notazione ancora: spesso questa legge viene confrontata con la sua omologa francese, e il giudizio dei commentatori è a favore di quella italiana. Il legislatore francese ha imperniato il sistema antispreco sulle pesanti sanzioni che colpiscono le aziende che non reimmettono sul mercato i prodotti alimentari. E’ vero che sanzioni di questo genere non sono previste nel nostro sistema – e per alcuni questo può apparire un limite – ma la legge 166 è costruita soprattutto attorno all’aspetto solidaristico: è questo che nelle intenzioni del legislatore deve essere il vero incentivo per la diffusione di comportamenti “virtuosi” – che poi sono quelli che i nostri nonni praticavano quotidianamente!
Si tratta insomma di un bel cambio di prospettiva, di uno di quei casi dove si può concludere che grazie a questa legge l’Italia, in materia di lotta agli sprechi, è diventata un esempio virtuoso per tutta Europa.

Fonti:
Legge Gadda in G.U. http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2016/08/30/202/sg/pdf
https://www.bancoalimentare.it/it

Immagini: disegni di Armando Tondo

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La Toscana a capo della rivoluzione per la vendita di farmaci sfusi

Gio, 04/19/2018 - 15:01

La proposta, portata avanti da due esponenti di Sinistra italiana e approvata all’unanimità, s’inserisce in quanto è stato già previsto dalla legge 190/2014 al comma 591 dove si prevede la produzione e distribuzione, in ambito ospedaliero, di medicinali in forma monodose.

Il successo toscano delinea un passo avanti per l’intera Nazione non solo ponendo l’attenzione sulla necessaria riduzione degli sprechi, ma anche, per un risparmio economico non indifferente.

Un atto importante per rendere più efficiente la spesa farmacologica, sia nelle strutture ospedaliere sia nelle famiglie nel solco della campagna di sensibilizzazione promossa dalla rivista ecologista ‘People for Planet’ e dei principali studi ed esperienze internazionali. La somministrazione di farmaci sfusi in farmacia è ormai una realtà in molti paesi, ora è tempo di cambiare anche nel nostro”, commentano consiglieri regionali Paolo Sarti e Tommaso Fattori.

Come ricorda anche il Manifesto di People For Planet, in altri Stati nel mondo, come ad esempio Usa, Canada e Germania, è  possibile recarsi in farmacia comperando l’esatto numero di pasticche prescritte, evitando sprechi nocivi per il nostro portafoglio e anche per l’ambiente. È infatti brutta abitudine di molti liberarsi di pastiglie e sciroppi gettandoli direttamente nello scarico del lavandino o nel bidone dell’indifferenziata. Smaltire in modo non corretto qualsiasi tipo di medicina è potenzialmente un pericolo per  l’ambiente. I principi attivi presenti nei farmaci possono danneggiare il sottosuolo, inquinare i pozzi di acqua potabile o compromettere il funzionamento dei depuratori collocati nelle reti fognarie.

La proposta di adottare anche in Italia la distribuzione dei farmaci sfusi non è solo una questione di sicurezza e tornaconto personale: evitando di acquistare confezioni esagerate di farmaci e utilizzando quelli sfusi risparmierebbe anche lo Stato.

“Troppi sono, infatti, i farmaci, perlopiù a carico del servizio sanitario nazionale, che finiscono sprecati, spesso confezioni mai aperte e scadute, e che diventano poi un enorme quantità di rifiuti da smaltire, oltre 1500 tonnellate l’anno secondo il ‘Rapporto Rifiuti Urbani 2015’ di Ispra. Si deve quindi promuovere una proficua collaborazione tra medici, farmacisti e aziende produttrici per diffondere prioritariamente la vendita di farmaci sfusi e rendere disponibili confezioni dei farmaci calibrate sulle necessità terapeutiche, prevedendo l’introduzione di pacchetti personalizzati e dosi unitarie”, ricordano i due consiglieri regionali.

Ma non è finita qui, un’altra buona notizia è emersa durante il Consiglio. La mozione chiede piena attuazione alla legge 166 del 2016, che consentirebbe di donare farmaci non utilizzati sia agli Enti Onlus impegnati in realtà socio-sanitarie che ad oggi hanno come unico sostegno le donazioni da parte dei privati e la possibilità di recarsi nelle farmacie per la raccolta dei farmaci durante le giornate del Banco Farmaceutico, sia introdurrebbe anche tale disposizione ai farmaci a uso veterinario.

Confidando che, sul modello toscano, le altre regioni si attivino nella promozione di un reale cambiamento a vantaggio di tutti, rimaniamo in attesa degli sviluppi con un Chianti alla mano brindando a questa buona notizia!

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Dolcetti al cioccolato: come utilizzare le uova di Pasqua avanzate

Gio, 04/19/2018 - 02:52

Ingredienti (per circa 40 dolcetti)

Cioccolato 200 gr.
Nocciole 200 gr.

Preparazione

Questa ricetta è ottima se vi è avanzato del cioccolato dopo Pasqua, potete utilizzare sia il cioccolato fondente che quello al latte, a vostro gusto. E’ veloce a non richiede particolari abilità. Potete preparare questi deliziosi dolcetti anche con i bambini che si divertiranno un mondo!
Tritate grossolanamente le nocciole, fondete il cioccolato a bagnomaria e unitelo alle nocciole. Mescolate delicatamente. Versate il composto dividendolo nei pirottini alimentari del formato piccolo o a mucchietti su carta da forno. Lasciate raffreddare ecco pronti i cioccolatini da servire.

Tempo di preparazione: 15 minuti + il tempo per far raffreddare i cioccolatini

Ph: Angela Prati

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Lezioni dai dinosauri delle Dolomiti

Gio, 04/19/2018 - 02:18

Stando alla ricerca del team italiano, a una prima scomparsa dei rettili sarebbe seguito un successivo ripopolamento nell’arco di un tempo relativamente breve se rapportato alle tempistiche del Triassico: 52 milioni di anni. In 52 milioni di anni la presenza dei dinosauri è passata dal 5% della media degli animali all’80%, tutto ciò grazie a una scomparsa. A distanza di poche ore dalla notizia, l’ANSA ne ha poi diffuso un’altra riguardante un ritrovamento scheletrico, però umano, nei pressi di un’ex area ferroviaria di Milano. A causa del deterioramento non è ancora stato stabilito il sesso della persona, tuttavia, accanto allo scheletro è stato trovato il documento appartenente a un uomo scomparso nel 1991, e la cui sparizione era stata segnalata anche dalla trasmissione Chi l’ha visto. Risale a 30 anni fa. Se l’identità dovesse coincidere, lo scheletro umano sarebbe una scoperta archeologica al pari di quella dei dinosauri.

In un mondo che si finge un Panopticon in grado di scrutare, controllare e tracciare tutto, specie in una città come Milano, che ha fatto dell’efficienza e della celerità le prerogative indispensabili anche per bere un caffè, sparire per 30 anni è un’azione rivoluzionaria, degna di un dinosauro. A differenza dell’accezione negativa che l’espressione “estinzione di massa” vanta presso il vocabolario di noi esseri umani, l’Episodio pluviale del Carnico, così si chiama lo sconvolgimento climatico che 252 milioni di anni fa scatenò un brusco surriscaldamento e un intollerabile incremento di emissioni di CO2 nell’atmosfera, ebbe una funzione salvifica. Rappresentò per l’ecosistema mondiale una sorta di guerra à la Tommaso Marinetti, un’igiene del mondo necessaria.

Come spiega Paolo Giannolla, uno dei paleontologi coinvolti nella ricerca, la terza estinzione di massa che colpì il nostro Pianeta (dopo l’estinzione del Devoniano, risalente a 370-380 milioni di anni fa, e prima di quella del Permiano, avvenuta invece 250 milioni di anni fa) fu necessaria per l’evoluzione e la diversificazione degli animali. Fu salvifica non soltanto per i dinosauri ma per i mammiferi, le lucertole, i coccodrilli, le tartarughe, eccetera. L’estinzione di massa, ha dichiarato lo studioso, è una “cesura, un cambio della storia, una rivoluzione. Studiare questi eventi significa tenere conto di chi si è estinto, ma anche di chi si è diversificato in seguito all’evento stesso”.

Commentando con un amico la coincidenza tra la notizia degli scheletri dei dinosauri sulle Dolomiti e quella dello scheletro umano a Milano, si è fatta largo una strana sensazione di libertà, di leggerezza. Di accenni macabri, nessuno.

In una tendenza collettiva sempre più paranoica e nutrita di scenari catastrofici che atterriscono, paralizzano e puntano l’accento sul concetto di perdita, queste due notizie, così simili e accostate l’una all’altra, anziché alimentare un senso di impotenza, rivendicano un diritto che pare caduto in disuso perché quasi impossibile da esercitare: il diritto di scomparire. Un diritto talmente esclusivo da risultare ormai ad appannaggio di pochi eletti: Elvis Presley, Marilyn Monroe, Michael Jackson, e pochi altri. Scomparire, per lo meno nella parte occidentale e settentrionale del mondo, è diventato un lusso da dinosauri.

“I dinosauri si originano subito dopo la più profonda estinzione di massa della storia, 252 milioni di anni fa, si diversificano dopo l’Episodio Pluviale del Carnico ma diventano dominanti nelle faune terrestri solo successivamente, circa 200 milioni di anni fa, quando si estinguono i loro principali competitori ecologici, i crurotarsi”, ha specificato Massimo Bernardi, un altro componente del team dei ricercatori. “Infine, 66 milioni di anni fa, anche i dinosauri cedono il passo ad altre faune, in seguito agli sconvolgimenti causati dall’impatto di un meteorite. I dinosauri diventano così l’emblema di come non sia solo la competizione tra organismi a determinare fortune e disfatte ma anche e soprattutto l’interazione con l’ambiente e i suoi mutamenti, talvolta repentini”.

A riprova di quanto la letteratura riesca a definire addirittura anticipando dei concetti che le sono lontani soltanto in apparenza, basti pensare alla postfazione che Alberto Savinio scrisse nel 1969 per l’edizione italiana del romanzo di George Simenon, L’amico di infanzia di Maigret:

“Per sollecita che sia la divina Provvidenza a moltiplicare i disastri di ogni specie, rimangono tuttavia fra disastro e disastro come delle zone; […] se si prolungassero, porterebbero il borghese alla noia più tetra, alla disperazione, al suicidio”.

Scoperte come quella dei resti dei dinosauri, notizie come quella di un uomo rinvenuto dopo 30 anni di assenza nel bel mezzo di una città brulicante di persone, e romanzi come Dissipatio H.G. di Guido Morselli o Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, stimolano una riflessione più rilassata, meno tragica, sul tema delle catastrofi, inducono il singolo individuo a impegnarsi nella conservazione della propria identità e nella valorizzazione dell’ambiente, senza cadere nel grande tabù della posterità. La posterità è essenziale, inevitabile, e per sua stessa definizione ha carattere di inclusione/esclusione rispetto a qualcosa e a qualcuno. Accettare la posterità significa abbracciare una visione più ampia che travalica le strettezze della contingenza, le limitazioni della vita, le puerilità dei timori. Significa comprendere la ricorsività di un tempo che è dopo di noi e nonostante noi, la nonchalance di un mondo che come cantava il buon Jimmy Fontana non “si è fermato mai un momento”, l’ostinazione di un universo che – se siamo fortunati, non sa neppure della nostra esistenza, né della mia né della tua. Il Pianeta ha fatto a meno addirittura dei dinosauri e oggi siamo qui a raccoglierne le posterità. Forse è il caso di rilassarci. Domani, chissà.

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Il rilancio del fotovoltaico: più integrato e meglio accettato, meno costi più resa

Gio, 04/19/2018 - 00:04

Un aspetto di questa evoluzione è che si è andata modificando l’accettazione da parte della sensibilità collettiva, conseguente ad una maggiore attenzione ai temi ambientali e del risparmio energetico ed anche ad un maggiore integrabilità dei moduli negli edifici (con un impatto sempre minore).

Ciò ha inciso anche su una maggiore propensione da parte dei Tribunali, laddove ci siano state controversie, ad annullare i provvedimenti di diniego all’installazione se l’incompatibilità paesaggistica non era dimostrata in concreto dall’Autorità competente.

Ma i cambiamenti ci sono anche sotto altri aspetti, il fotovoltaico è oggi: più integrabile nei contesti anche “più delicati ” dal punto di vista paesaggistico grazie ai sistemi costruttivi, progettuali e ai progressi tecnologici; più efficiente nella resa e con maggiore capacità di accumulo ed è, soprattutto, molto più economico rispetto al passato.

Partiamo intanto dall’accettazione, e prima ancora dai fatti: due privati in due Regioni diverse, hanno visto, entrambi, rigettato il provvedimento autorizzatorio all’installazione di pannelli solari o fotovoltaici su proprie abitazioni o edifici di proprietà, in contesti soggetti a vincolo. E due sentenze del TAR, a cui i privati si sono rivolti, negli ultimi mesi, hanno affermato che i pannelli apposti sulla sommità di edifici in zone soggette a vincolo, pur necessitando di autorizzazione paesaggistica, non necessariamente si configurano come fattore di disturbo visivo, ma anche come evoluzione dello stile costruttivo, oggi accettata dall’ordinamento e dalla sensibilità collettiva…alla stregua di elementi normali del paesaggio. E che la loro presenza non configura ex se“un’ipotesi di incompatibilità paesaggistica, ma anche laddove questa venga effettivamente rilevata (e non basta l’essere visibile da punti pubblici), deve comunque essere dimostrata in concreto dall’Autorità competente.

Le Sentenze dei giudici amministrativi

Con più recente pronuncia del TAR Lombardia (Sentenza n. 496 del 21 febbraio 2018) – in linea con un orientamento giurisprudenziale che può considerarsi oramai consolidato, perchè già espresso anche da una Sentenza del TAR Veneto nel 2013- il giudice amministrativo ha accolto il ricorso presentato da un privato, il quale si era visto negare per due volte dalla Soprintendenza la possibilità di installare pannelli fotovoltaici su una tettoia.

Il Tar Lombardia, annullando il provvedimento di diniego della Soprintendenza, ha infatti affermato il principio generale secondo cui il diniego fondato su esigenze di tutela paesaggistiche “non può fondarsi su affermazioni apodittiche, da cui non si evincano le specifiche caratteristiche dei luoghi e del progetto”, ma deve bensì “verificare se la realizzazione del progetto comporti una compromissione dell’area protetta, accertando in concreto la compatibilità dell’intervento con il mantenimento e l’integrità dei valori dei luoghi”. Sottolinea inoltre che la normativa prevede l’impedimento assoluto solo nelle aree “non idonee” espressamente individuate dalla Regione.

Sulla stessa linea anche per la sentenza del TAR Campania Sez. II che l’ha preceduta di qualche mese (n.1458 del 5 ottobre 2017): il ricorso è stato ritenuto fondato perchè, l’apposizione di pannelli fotovoltaici sulla sommità di edifici ubicati in zone sottoposte a vincolo paesaggistico (p.e. quelle individuate direttamente dall’art. 142 e 143 del codice dei beni culturali) necessita senza dubbio della previa autorizzazione paesaggistica, trattandosi di un intervento idoneo ad incidere sull’assetto tutelato, ma va rilevato che, per negare l’installazione bisogna dare prova dell’assoluta incongruenza delle opere rispetto alle peculiarietà del paesaggio e del contesto. Anche qui non è ammissibile una valutazione astratta e generica, non supportata da effettiva dimostrazione di incompatibilità paesaggistica dell’impanto.

Cosa ne discende

Il legislatore ha codificato questa impostazione per quanto riguarda gli edifici di nuova costruzione già nell’art. 4 comma 1-bis del DPR n.380/2001, prevedendo come normale la presenza di impianti fotovoltaici. Diversi anni addietro , l’interesse pubblico collegato agli impianti che utilizzano fonti di energia rinnovabili era già stato definito nell’art. 1 comma 4 della Legge n.10/91.

I citati riferimenti normativi, le sentenze e la sempre più diffusa attenzione verso questo tipo di tecnologia condizionano inevitabilmente il giudizio estetico.
Sugli edifici esistenti e sui beni vincolati le due sentenze citate esprimono un fatto importante e nella stessa direzione, che produce conseguenze significative: nel caso di realizzazione di un impianto fotovoltaico in area gravata da vincolo paesaggistico, non dovrà essere il cittadino a dimostrare che il paesaggio non sarà compromesso dalla presenza dei moduli, ma, al contrario l’onere incomberà sull’Autorità, chiamata a provare l’esistenza di un reale contrasto tra le esigenze di tutela dei valori paesaggistici eventualmente protetti, e le caratteristiche specifiche dell’impianto.
Non sarà sufficiente motivare il provvedimento con una generica affermazione, ma sarà necessario che in concreto si numeri, e puntualmente individui, le esigenze di tutela del paesaggio in ragione delle quali il provvedimento di diniego viene adottato.

Pannelli mimetizzati nell’architettura di casa e integrati, anche in maniera artistica

L’ “accettazione” di cui si è parlato finora, in questi contesti specifici, che comunque in Italia sono diffusissimi, viene poi favorita da scelte progettuali di tipo integrato e anche dalle nuove soluzioni, ora disponibili, dalle forme e dai colori innovativi, per i pannelli.

Si parla di impianto fotovoltaico integrato quando la posa dei moduli avviene contestualmente alla realizzazione della copertura edilizia, o quando comporta l’eliminazione di parte del tegolato, ovvero quando i pannelli, oltre alla funzione di produrre elettricità, assumono il ruolo di elementi da costruzione. Ciò permette di ottenere un prodotto meglio mimetizzato nell’architettura dell’immobile ed è quindi la soluzione migliore in contesti di particolare rilevanza per necessità di tutela (elementi naturali o del paesaggio di contesto, centri storici, ecc).

I ricercatori del CSEM (Centro Svizzero di Elettronica e Microtecnica), già da diversi anni, sono stati capaci di unire all’efficienza energetica anche quel gusto estetico che manca ai più comuni pannelli. Un rivestimento nano-tecnologico applicato ad essi ha permesso di ottenere colorazioni e fantasie disponibili, ricche e complesse, in grado di adattarsi a qualunque contesto, forma edificio e applicabile a qualsiasi tipo di pannello fotovoltaico, anche se è già installato.

Particolarmente interessante è anche il progetto olandese Dutch Solar Design (DSD-PV), condotto dal Centro di Ricerca Energetica dei Paesi Bassi (ECN), dagli architetti di UNStudio, in collaborazione con gli ingegneri dell’Università di Scienze Applicate di Amsterdam. La tecnica utilizzata prevede l’applicazione di un inchiostro durevole e colorato sopra un pannello con celle fotovoltaiche integrate MWT (Metal Wrap Through – Spirali Metalliche).
Il colore viene mantenuto per l’intero ciclo di vita dei moduli, senza ridurre il loro livello di conversione, che è anzi maggiore rispetto alla media grazie all’utilizzo della tecnologia Back Contact. Si tratta della cella in silicio attualmente più efficiente, in cui i contatti non si trovano sulla superficie attiva, ma sono integrati nel retro, migliorando notevolmente la resa.
Il vantaggio di questa tecnologia è anche qui la possibilità di essere personalizzabile e applicabile a qualsiasi architettura. Si vanno a realizzare così pannelli solari con una fantasia che imita i mattoni o disegni più originali, con un’integrazione sempre maggiore al contesto e con un impatto visivo sempre più ridotto.

E già molte sono le aziende, anche Italiane, che commercializzano da alcuni anni moduli integrabili con celle colorate, si tratta di celle in silicio monocristallino, come quelle tradizionali, che corrisponde a celle di aspetto monocromatico, e celle in silicio policristallino che ha un aspetto molto gradevole per via dell’effettotexture irregolare; basta fare un giro sul web e si trovano pannelli con disegni e colori vari, con grado di efficienza di conversione pari ai pannelli classici. Nello specifico il silicio monocristallino supera, nella resa, di qualche punto percentuale, il policristallino, per cui -oltre all’aspetto- è indicato in contesti con spazi disponibili più contenuti.

L’evoluzione a 360°

Se a questi progressi e all’evoluzione normativa, si aggiunge che negli ultimi anni la ricerca ha fatto passi da gigante sviluppando, nel caso del fotovoltaico, pannelli sempre più performanti e batterie per l’accumulo che durano a lungo (consentendo una maggiore autonomia e quindi autoconsumo) e che i miglioramenti tecnologici hanno contribuito ad abbassare di molto i prezzi si deduce come questa tecnologia, grazie a tutto questo e alle detrazioni previste (prorogate), ha veramente molti più margini di sviluppo e diffusione rispetto al passato, perchè conviene.

Secondo il Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems, addirittura, in 10 anni l’efficienza media dei moduli è aumentata dal 12% al 17% , e in 25 anni, il prezzo di un impianto si è abbassato del 90%. In Germania, ad esempio, per impianti tra 10 e 100 kWp, si è passati da 14.000 €/kWp del 1990 a 1.270 €/kWp del 2016. Secondo la società di consulenza strategica Roland Berger, dal 2007 ad oggi il prezzo medio dei pannelli solari è sceso dell’80%, e non sono escluse ulteriori limature.
Le detrazioni in Italia anche per quest’anno arriveranno al 50% delle spese e il fotovoltaico sarà comunque un investimento conveniente sia per i prezzi raggiunti per moduli e inverter, sia per la tecnologia attuale che permette un maggiore accumulo ed una maggiore resa, con un maggior autoconsumo e conseguente risparmio in bolletta.

Il settore è davvero più che mai in evoluzione.

Fonti:
http://www.lexambiente.com/materie/beni-ambientali/73-giurisprudenza-amministrativa-tar73/13291-beni-ambientali-apposizione-di-pannelli-fotovoltaici-su-edifici-ubicati-in-zone-sottoposte-a-vincolo-paesaggistico.html

https://www.csem.ch/home

http://www.fotovoltaicosulweb.it/guida/fotovoltaico-realizzati-i-primi-pannelli-solari-bianchi.html

http://www.qualenergia.it/articoli/20170728-facciamo-il-punto-sul-fotovoltaico-dati-e-stato-dell%E2%80%99arte

http://infobuildingenergia.it/

https://www.ambienteambienti.com/rinnovabili-2018-fotovoltaico-basso-costo/

Foto nel testo: Photo by Scott Webb from Pexels

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