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Aggiornato: 6 ore 7 min fa

Il clamore per le pallavoliste italiane nere ci spiega il successo di Salvini

Mar, 10/23/2018 - 02:25
La Francia del 98

Vent’anni fa la Francia del calcio vinse per la prima volta il campionato del mondo. Quella squadra era un simbolo dell’integrazione, con Thuram, Karembeu, Vieira, Desailly. Ovviamente la Francia ha una storia di colonialismo decisamente diversa dalla nostra. Negli anni Ottanta vinsero nel tennis grazie a Yannick Noah. Just Fontaine, senza dubbio il loro calciatore più forte, almeno fino a Platini, era originario del Marocco. Al Mondiale 1982 avevano in squadra neri come Tresor e Tigana, due bandiere della Nazionale. Più recentemente, nel 2014, la Germania ha vinto il Mondiale di calcio con Boateng, Mustafi, Ozil.

Da noi è diverso perché la storia dell’Italia è differente. Ma ormai, siamo nel 2018, anche noi dovremmo essere abituati a vedere atleti e atlete nere che indossano i colori dell’Italia. Purtroppo, però, il condizionale è d’obbligo. Balotelli, per fare l’esempio più semplice, ha esordito in Nazionale ormai otto anni fa, nel 2010. Nell’atletica leggera l’eterna promessa Andrew Howe accese i sogni di medaglia già alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Senza dimenticare Fiona May diventata italiana per aver sposato un italiano. E altri che evitiamo di citare per non occupare tutto lo spazio dell’articolo.

Come per le coppie di fatto

Come accadde già ai tempi del dibattito parlamentare sulle coppie di fatto, il paese reale è decisamente più avanti di quello politico-mediatico. L’Italia parlamentare opponeva – allora con successo – una strenua resistenza al presunto annacquamento dell’istituto del matrimonio, mentre in ciascun condominio e persino in ciascun nucleo parentale esistevano uno o più esempi di coppie di fatto etero e omosessuale. La resistenza era burocratica, la vita – quella vera – aveva già scelto da un pezzo.

È lo stesso fenomeno a cui assistiamo nel cosiddetto processo di integrazione, il multiculturalismo. Non può fare notizia nel 2018. E se invece lo fa, come è accaduto in Italia la settimana scorsa con la nazionale femminile di pallavolo, ci dà una risposta al perché riscuota tanto consenso la politica di Salvini sul tema. Almeno dal punto di vista politico-mediatico. Perché poi, come per le coppie di fatto, in tante scuole ci sono bambini neri, di origine orientale, dell’est europeo. La vita reale.

L’uomo che morde il cane

Quando però scopriamo che una delle nostre migliori giocatrici di pallavolo è una ragazzona nera nata a Padova da genitori nigeriani, l’evento si trasforma immediatamente nell’uomo che morde il cane. Toh, una nera italiana. Col solito codazzo di dibattito che finisce col darci qualche spiegazione dello share elettorale di Salvini. Se stiamo ancora a sorprenderci che la Nazionale di pallavolo ha due atlete nere, vuol dire che siamo effettivamente indietro. O comunque non attrezzati. Paola Egonu non è la risposta politica a nulla. Così come non lo è Miriam Sylla. Sono semplicemente testimonianze di vita. Come lo sono Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Rapahela Lukudo e Libania Grenot, che vinsero la staffetta 4×400 femminile ai Giochi del Mediterraneo. E ovviamente tanti altri che hanno eguale diritto di cittadinanza senza avere nel proprio codice genetico formidabili doti atletiche come le medagliate.

Ahi noi, i mondiali femminili di pallavolo – che si sono chiusi con la splendida medaglia d’argento dell’Italia – ci hanno detto che il percorso che ci conduce alla normalità di un atleta nero italiano è ancora lungo. E, di conseguenza, il timore è che sarà ancora lunga la vita politica di Salvini.

Una bici in bamboo dura più di quelle in acciaio

Mar, 10/23/2018 - 02:16

A Brescia si costruiscono biciclette in bamboo. Si chiama Bamboo Bicycle Club e People for Planet è andato a intervistare uno dei fondatori, Suami Rocha.
La bicicletta in bamboo si può autocostruire con un corso di formazione oppure si può acquistare online un kit.

Sito internet Bamboo Bicycle Club https://www.bamboobicycleclub.org/
Sezione di Brescia https://www.facebook.com/bamboobicyclebrescia/

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Le culle africane dell’umanità: potrebbero essere più di una

Lun, 10/22/2018 - 17:17

Secondo una recente ipotesi Homo sapiens è sì nato in Africa, ma dall’incontro reiterato di diverse popolazioni provenienti da regioni africane diverse. Una volta usciti dall’Africa i sapiens si sono ibridati con altre varietà umane, come i Neanderthal, i Denisova e forse altre ancora. Queste nuove evidenze oggi a disposizione ci portano ad aggiornare le ipotesi evolutive sulle nostre origini.

Fino a poco tempo fa eravamo convinti che la nostra specie fosse nata 200.000 anni fa nell’Africa orientale. L’anno scorso abbiamo scoperto, analizzando un cranio fossile, che Homo sapiens era presente in Marocco (a Jebel Irhoud) già 300.000 anni fa. Pensavamo anche che sapiens e Neanderthal fossero due specie ben distinte e che quindi non potessero accoppiarsi tra di loro. Tre anni fa, le analisi genetiche condotte su un fossile umano di circa 40.000 anni fa, ritrovato in Romania (a Peştera cu Oase, che significa “caverna con ossa”), hanno rivelato che quel sapiens aveva una percentuale di Dna Neanderthal più alta del solito, il che poteva significare solo una cosa: quell’individuo era bisnipote di un nonno (o nonna) Neanderthal vissuto dalle 4 alle 6 generazioni prima di lui.

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Costa Volpino, il sogno si avvera: l’Isola ora c’è

Lun, 10/22/2018 - 15:28

Promuovere un modello di sostenibilità ambientale rivolto soprattutto alle nuove generazioni. È l’obiettivo dell’Isola che non c’era, la chiatta, il terzo atollo artificiale al mondo creato con materiale di scarto, inaugurata e varata ufficialmente ieri mattina a Costa Volpino, al circolo Nautico Bersaglio, per depurare le acque del lago. Inizialmente sarà ormeggiata al porto di Lovere a disposizione delle scuole, successivamente diventerà operativa e attraccherà in tutti i paesi del Sebino. La chiatta è stata realizzata con 25mila bottiglie di plastica che, insieme agli scampoli di rete dei retifici di Monte Isola, fanno da base galleggiante a una piattaforma di legno di 24 metri quadrati sulla quale sono state caricate nove tonnellate di materiale, compreso un impianto di fitodepurazione.

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Non possiamo farci togliere l’aria

Lun, 10/22/2018 - 06:35

In questi giorni Milano è stata investita dalla puzza degli incendi che sono scoppiati nei depositi di rifiuti di Novate e della Bovisasca. Si sta indagando sulle loro autorizzazioni, sui rifiuti che avrebbero o non avrebbero dovuto esserci e, dopo aver escluso che nel fumo ci fossero gli inquinanti più pericolosi, si stanno facendo le analisi sugli altri. Al momento, secondo le analisi dell’Arpa, la qualità dell’aria risulta alterata ma non peggio dei valori invernali tipici di Milano.

La vita di una mamma milanese in questa settimana

Ho raccolto la storia di Anita, una mamma milanese, per avere un’idea su come si è vissuto in certe zone della città in questi giorni in cui arrivava l’odore e il fumo degli incendi.
“Sono la mamma di due bambini di 3 e 1 anno, che vanno alla materna e al nido. Abitiamo in zona Fiera. Martedì mattina, alle 7.30, ho alzato le serrande e ho aperto la finestra. Sono stata investita da un odore fortissimo, insopportabile, di plastica bruciata. Chiusa la finestra, ho controllato le notizie sul cellulare: sapevo già del rogo a Quarto Oggiaro, ho appreso in quel momento che era in corso un secondo incendio a Novate. Ho guardato fuori: c’era la nebbia, o forse una nube tossica. Ero sola, mio marito in trasferta a Roma. Dovevo svegliare entrambi i bambini e portarli a scuola a piedi, passando per il parco di City Life. Saremmo stati fuori – in quella nebbia puzzolente – almeno 20 minuti. Ho optato per la macchina. Finestrini chiusi e trasbordi veloci. Non sapevo se sentirmi esagerata, iperprotettiva, o un’incosciente a uscire comunque di casa. Forse stavamo respirando davvero le peggiori sostanze possibili. Osservavo quelli che stavano fuori, a fumarsi una sigaretta, a far passeggiare il cane… e pensavo: ma come fanno? Bruciano gli occhi e la gola, il sapore di plastica bruciata rimane appiccicato alla lingua. Entrate tutti, chiudete le finestre per amor del cielo! Ma come si fa a stare fuori con questa nube irrespirabile? Arrivata al nido prima, e alla materna poi, mi sono confrontata con altri genitori. Alcuni non sapevano degli incendi e si chiedevano che cosa fosse quel cattivo odore nell’aria; altri erano più informati. D’accordo con molti di loro, ci siamo raccomandati con le educatrici di evitare le uscite al parco (previste per quella mattinata). Intanto le istituzioni tacevano. Nessuna notizia o aggiornamento dal Comune o dall’Arpa. E allora, se nessuno ci dice nulla, meglio prendere provvedimenti in maniera autonoma. Niente uscite per oggi, finestre chiuse. Non potevo fare altro. Anche adesso, che – seduta al mio pc – cerco compulsivamente aggiornamenti sulla situazione dell’aria e i risultati delle rilevazioni dell’Arpa, mi chiedo che cosa avrei potuto fare di più per i miei bambini. Mi auguro che il cattivo odore che da ormai tre mattine impregna il nostro quartiere se ne vada al più presto, e che arrivino finalmente i risultati delle analisi, per avere la consapevolezza di ciò che abbiamo respirato, o per tirare un sospiro di sollievo”.

Riflessioni: “Mi manca come l’aria”, “Ne ho bisogno come l’aria”

Non sono pochi i modi di dire in italiano che spiegano la necessità fisiologica che ognuno di noi ha, esseri umani e gran parte degli esseri viventi in generale, di far entrare aria nel proprio corpo per poter vivere.
Si può rinunciare per pochi giorni a bere, a mangiare anche per più giorni, ma se non respiriamo per qualche decina di secondi ci rimaniamo secchi.

Anche se non ci fosse nulla di pericoloso, chi ha girato per alcune zone di Milano in questi giorni ha camminato col pensiero di non respirare la puzza di plastica bruciata che si sentiva.

Anche se non ci fosse nulla di pericoloso, chi ha pensato di dare fuoco a quei rifiuti per disfarsene (ipotesi molto probabile secondo le prime indagini), oppure chi ha lasciato che succedesse per negligenza ci ha letteralmente rubato l’aria.

Non vi fa veramente arrabbiare questa cosa? Tra smog delle auto, Pianura Padana inquinata come pochi altri posti della Terra, Lombardia come “nuova terra dei Fuochi” dove ormai sono decine i depositi di spazzatura bruciati, non vi sembra che farci togliere anche l’aria che respiriamo sia un po’ troppo? E’ l’ultima cosa che ci rimane.

Questo è il pensiero che ho tutti i giorni quando aspetto il verde a un semaforo e in 30 secondi respiro smog di ogni tipo di mezzo, ed è il pensiero che avevo anche in queste mattine.

Non è possibile farsi togliere anche l’aria che respiriamo, senza quasi accorgersene e lamentandoci qualche volta. Dobbiamo al più presto ripensare ai nostri stili di vita seriamente e fare il possibile perché le istituzioni e gli organi di governo locali e nazionali perseguano politiche più verdi e vigilare in prima persona perché vengano rispettate. Come i bravi cittadini di Cornaredo che hanno segnalato e fatto scovare un deposito di rifiuti abusivo proprio nei giorni scorsi.

 

Riforma delle bcc: i soci prigionieri delle nuove banche

Lun, 10/22/2018 - 02:26

I cittadini italiani, soci delle banche di credito cooperativo, stanno perdendo il loro diritto di vendere le quote rappresentative della qualità di proprietari delle banche.
Sono circa 1,3 milioni gli italiani, soci cooperatori delle bcc, che stanno per essere espropriati per legge e senza indennizzo del capitale che hanno messo (speriamo consapevolmente) nella loro banca.
Ci sono soci delle banche di credito cooperativo che hanno investito solo 300 euro, ma ci sono soci che hanno messo anche 50.000 euro nel capitale della loro banca
Ma nessuno ne parla!
Si sta gravemente sottovalutando il problema del recesso dei soci delle bcc e delle banche popolari quando andrà in vigore la riforma prevista dalla legge n* 49/2016.
Un problema che la maggior parte dei soci, e forse anche degli esponenti aziendali delle banche territoriali, non conosce affatto.
Cerchiamo di fare chiarezza
La legge 49/2016 con cui si vuole riformare il mondo del credito cooperativo obbliga praticamente le banche, al fine di efficientare e modernizzare un sistema che, ricordiamolo, ha oltre 150 anni di vita, ad aderire ad un “gruppo cooperativo” producendo una balcanizzazione degli assetti con le circa 300 Bcc del nostro Paese aggregate in tre galassie. Due grandi gruppi facenti capo all’area romana di Iccrea (160 circa) e ai “trentini” della Cassa Centrale Banca di Trento (100) che si guardano in cagnesco e uno più piccolo (50 circa) facente capo alle realtà della provincia di Bolzano che segue una strada propria.
La legge n. 49/2016 con una norma (art.2 comma1) che autorevoli giuristi considerano incostituzionale, sta provando ad affermare che l’art. 2437 del c.c. non si debba applicare alle modifiche statuarie necessarie per l’ingresso delle banche di credito cooperativo nel gruppo che si andrà a costituire, anche se tali modifiche dovessero comportare un cambiamento significativo dell’attività o una compressione dei diritti dei soci.

Recita infatti l’art.2437 del c.c. che quando una società cambia in modo significativo la sua attività o i diritti dei soci, i soci che non sono d’accordo hanno il diritto di recedere e di avere indietro il capitale versato.

In parole semplici ai soci che voteranno a favore dell’adesione al gruppo ed a tutti quelli che non parteciperanno alla votazione non si applicherà l’art. 2437 lettere a) e g) del Codice Civile e quindi gli si negherà per legge il diritto di recedere e di avere indietro i soldi delle quote sottoscritte!

Quando i soci capiranno che la riforma – per come il legislatore, influenzato dagli organi di vigilanza e da quei pochi interessati alle poltrone delle banche capogruppo, l’ha pensata – è andata al di là dell’obiettivo condivisibile di mettere in sicurezza il sistema facendo diventare tutte le banche di credito cooperativo come delle semplici filiali di società per azioni uguali in tutto e per tutto a quelle delle grandi banche, è molto probabile che non avranno più quell’interesse a partecipare, e sicuramente si affievolirà quel legame, spesso affettuoso, che hanno dimostrato fino a quando la loro banca era una vera cooperativa di territorio.

E quando si accorgeranno che ciò nonostante le loro quote non potranno essere restituite, perché una norma di legge ha messo di fatto quelle quote a disposizione di quelli che diventeranno i nuovi padroni del credito cooperativo, nasceranno infiniti problemi, la norma che imprigiona il capitale finirà molto probabilmente davanti alla Corte Costituzionale e i soci delusi chiederanno comunque di ritirare i loro depositi.

Ad oggi, nel credito cooperativo, il capitale detenuto dai soci sfiora un miliardo e quattrocento milioni di euro; i depositi dei soci ammontano ad una cifra molto superiore come si evince dal documento esclusivo qui scaricabile.

Si è pensato a cosa accadrà quando i soci, i quali hanno confidato sull’aiuto del legislatore e degli organi di vigilanza affinché le Bcc risolvessero i loro problemi e continuassero a dare supporto ad una parte essenziale dell’economia del Paese, si accorgeranno che le banche di credito cooperativo sono stato invece snaturate e sono state trasformate in pezzi di un’unica banca comandata da altri interessi ed alla quale si applicano le regole e i metodi tipici delle grandi banche con scopo di lucro?

Si è pensato ad informarli di quello che sta accadendo e del fatto che, in altri Paesi dell’UE, le banche cooperative sono state salvaguardate in modo del tutto diverso e restano vigilate dalla loro autorità nazionale?

Si è pensato ai rischi per la stessa stabilità patrimoniale delle banche di credito cooperativo, quando i soci delusi capiranno di non poter neanche recedere e reagiranno in massa come già si è visto fare nei casi del così detto risparmio tradito?
Forse è il caso che il Governo deliberi una ulteriore proroga per l’entrata in vigore della riforma.

Un nuovo modello di condivisione: la Cittadinanza energetica

Lun, 10/22/2018 - 02:00

Non tutti possono permettersi un impianto fotovoltaico o un mini eolico, anche perché spesso non si saprebbe dove installarlo, e non tutti sono vicini a impianti fotovoltaici, eolici o idroelettrici per poter ricevere l’energia prodotta; eppure c’è comunque il modo, per chi volesse contribuire alla produzione da fonti rinnovabili, di farlo senza installare nulla in proprio o senza essere prossimi a un impianto.

L’idea alla base del concetto di cittadinanza energetica sta nel fatto che le persone possono direttamente partecipare alla transizione energetica del Paese e a un mercato che le ha viste escluse.  Come? Un’idea l’hanno avuta i soci fondatori di Energia Positiva, una cooperativa in provincia di Torino, che è partita tre anni fa come start up studiando esempi di cooperazione nel campo della condivisione energetica e poi creando un proprio modello.

Oggi la cooperativa ha 170 soci sparsi in 12 regione italiane i quali possiedono, ciascuno, quote di tre impianti fotovoltaici nell’Astigiano, due nel Milanese, uno nel Torinese e uno in Abruzzo, più due parchi eolici in Basilicata e in Puglia. I soci non ricevono energia, questo sarebbe impossibile, ma possiedono quote – e quindi virtualmente parti di impianto – dal cui possesso ricevono un utile che contribuisce ad abbassare comunque la spesa energetica annuale.

La piattaforma informatica da loro creata consente inoltre all’utente finale di eliminare parecchi intermediari sul mercato in modo da avere una gestione diretta e personale dell’energia. I soci possono scegliere in quale impianto investire: ad esempio ve ne sono due installati su scuole, a Druento e a Villanova d’Asti, altri su aziende agricole, e ciascuno di essi garantisce un certo rendimento. Le quote sono da 500 euro e finora la cooperativa ha raccolto un capitale di 1,9 milioni. Ma l’obiettivo è crescere ancora: «Vogliamo salire a 500 soci entro la fine dell’anno prossimo. In questo modo, se consideriamo che in media ognuno di loro investe 10-11 mila euro, raggiungeremmo una capitalizzazione significativa», racconta Claudio Gastaldo, responsabile sviluppo business.

L’idea è di dare a tutti la possibilità di puntare sull’energia pulita: «Vogliamo soddisfare sia chi non ha modo di crearsi un proprio impianto, sia chi non riesce a vedere nelle rinnovabili un investimento proficuo».

L’investimento è legato alla bolletta elettrica. Uno dei partner di Energia Positiva, infatti, è Dolomiti Energia, principale produttore 100% rinnovabile in Italia, che diventa il gestore dei soci appena aderiscono, in modo da garantire una fornitura completamente da fonte rinnovabile. Chi è interessato manda la bolletta alla cooperativa, la quale verifica se la loro offerta è la più vantaggiosa o meno e assegna un massimale di investimento che non è speculativo, ma serve a coprire tutto o in parte i costi sostenuti per l’energia. Il partner Dolomiti Energia, se richiesto, effettua un confronto gratuito sulle spese con il proprio gestore e propone tariffe di energia elettrica e/o gas eventualmente più convenienti. A fine anno i soci ricevono comunque un rendimento del 5% circa, che gode di credito di imposta essendo la cooperativa una start up innovativa. “Attraverso questo servizio”, spiega Alberto Gastaldo, presidente di Energia Positiva, “l’interessato potrà capire se, associandosi a noi, oltre a ricevere un “rendimento” in qualche modo garantito sotto forma di sconto bolletta, godrà anche di tariffe di energia elettrica e/o gas più convenienti rispetto alle sue attuali”.

Sul sito di Energia Positiva è possibile, con il sistema calcolatore di quote, verificare in base ai propri consumi qual è il numero di quote utili a soddisfare il nostro fabbisogno energetico. Il socio/utente ha poi libertà di gestione potendo decidere cosa fare con le quote acquisite attraverso il portale: incrementarle o ridurle o venderle o scambiarle, con l’ulteriore vantaggio di non dover dipendere da alcun finanziamento bancario.

I numeri target del progetto prevedono di raggiungere entro il 2020 due importanti obiettivi: il primo è la condivisione di almeno 50 impianti fotovoltaici idroelettrici ed eolici, e il secondo è l’adesione al progetto di almeno 1.700 nuclei familiari.

Numeri importanti, non lontani però da previsioni realistiche, perché i progetti di partecipazione cittadina alle scelte energetiche stanno sempre più prendendo piede. E’ da diversi anni infatti che la produzione e il consumo di energia sono diventati variabili importanti dello sviluppo territoriale, al pari delle questioni come l’acqua, il suolo, la mobilità; mentre in precedenza l’energia era tendenzialmente considerata una questione nazionale e internazionale. L’effetto serra, la precarietà geopolitica dell’approvvigionamento dal petrolio e metano da Paesi piuttosto instabili e le preoccupazioni per gli sbalzi imprevisti nel prezzo delle fonti fossili: sono queste tra le maggiori spinte a un graduale riorientamento del mercato, a cui si aggiunge un cambiamento culturale da parte di molti, spinti oggi maggiormente che in passato a partecipare a scelte e a dare contributi allo sviluppo delle rinnovabili. Il concetto, forse più ampio, di Comunità energetica sostenibile è poi promosso da diversi anni anche nell’ambito del programma “Intelligent Energy” dalla Commissione Europea, proprio per questo carattere di intenzionalità e per incoraggiare sempre più questo mutamento culturale ed economico.

Comunità energetica sostenibile e cittadinanza energetica sono dunque concetti programmatici che descrivono una visione, un percorso, un programma, ma che, come si è visto per Energia Positiva, rappresentano già realtà, anche a noi vicine.

Anche in Spagna, per fare un esempio comunque poco lontano, la cittadinanza energetica è una realtà: il 21 giugno scorso è stata lanciata una campagna energetica da Greenpeace e dalla Fondazione Fiare (che raccoglie progetti di produzione energetica condivisa già attivi sul territorio spagnolo) con l’obiettivo di dimostrare che un’alternativa al sistema energetico nazionale e alle fonti fossili è possibile. “È utile a tutte le persone – come spiega la responsabile della campagna Sara Pizzinato – che vorrebbero fare qualcosa di importante contro il cambiamento climatico ma che erano convinte di non poter fare nulla per contrapporsi al sistema energetico centralizzato”.

Sempre secondo uno studio di Greenpeace, in Spagna una persona su tre (16,4 milioni di individui) sarebbe disposta a essere più attiva nella lotta al cambiamento climatico comprando o scambiando energia da fonti rinnovabili.

La strada sembra essere tracciata, ostacoli da rimuovere nello sviluppo di queste tipologie di progetti forse possono essere individuati nel livello di consapevolezza energetica tra i cittadini , e  nella realizzazione degli impianti, i quali, sia nella fase costruttiva che operativa avranno comunque degli impatti. La cittadinanza energetica deve contraddistinguersi anche per la capacità di partecipare in modo informato e competente ai processi decisionali sugli impianti da costruire nel territorio: con quali criteri localizzativi, costruttivi e standard.

Inoltre allo sviluppo sempre più diffuso della cittadinanza energetica non può non corrispondere un’amministrazione pubblica che incoraggi tali processi, non solo a livello culturale e di sensibilizzazione, ma anche nella gestione dei procedimenti di autorizzazione degli impianti, dove le competenze e le tempistiche possono costituire fattori accelerativi o, in caso contrario,  decisamente frenanti, al di là delle buone intenzioni dei cittadini.

 

Fonti:

Come funziona


https://www.greenme.it/abitare/risparmio-energetico/20146-energia-positiva-quando-le-rinnovabili-diventano-condivise

Comunità energetiche sostenibili


https://www.casaeclima.com/ar_3167__ITALIA-Ultime-notizie-energia-sostenibile–marche-Nelle-Marche-la-comunit-per-lenergia-sostenibile.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/08/21/la-coop-del-solare-che-fa-risparmiare-chi-non-ha-i-pannelliTorino08.html
https://www.manageritalia.it/it/economia/energia-positiva-startup
http://www.lastampa.it/2018/03/24/scienza/ambiente/focus/future-energy-future-green-tempo-scaduto-c-un-piano-b-n9J55PNc55rXl2O3O4UdGP/pagina.html


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Ora a Istanbul si può comprare il biglietto della metro portando plastica da riciclare

Dom, 10/21/2018 - 11:17

Il comune di Istanbul, in Turchia, ha installato nuovi distributori automatici che permettono di ricaricare le tessere dell’abbonamento dei mezzi pubblici in cambio di bottiglie di plastica e lattine di alluminio, che verranno riciclate. Una bottiglietta di plastica da 330 ml accredita due centesimi turchi, una da mezzo litro ne accredita tre, una da 1,5 litri ne accredita 9 centesimi. Un biglietto costa 2,6 lire turche, circa 0,4 centesimi di euro, quindi ci vogliono 28 bottiglie da un litro e mezzo per comprarne uno. Le lattine di alluminio valgono di più: 9 centesimi turchi per una lattina da mezzo litro.
Il biglietto può essere usato per la metro, il tram, l’autobus e i bagni pubblici.

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Terapie più efficaci con le pillole stampate in 3D

Dom, 10/21/2018 - 00:10

Cosa sono le tecnologie di “biological fabrication”? E’ la possibilità, ad esempio, di stampare in 3D capsule farmaceutiche personalizzate. I principi attivi vengono rilasciati nei dosaggi e nei tempi studiati per il singolo paziente. E le terapie diventano più efficaci.
La stampante esiste e si chiama Galeno.
Per maggiori informazioni clicca qui.

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Le donne fanno la pace

Sab, 10/20/2018 - 11:11

Mentre gli uomini fanno la guerra in migliaia di donne israeliane e palestinesi terminano a Gerusalemme una marcia per la pace durata due settimane attraverso Israele e la Cisgiordania occupata. Il movimento “Women Wage Peace” (“Le donne fanno la pace”) ha organizzato questa marcia per “chiedere un accordo di pace e far ascoltare la voce di queste decine di migliaia di donne israeliane, ebree e arabe, di sinistra, centro e destra”, ha spiegato una delle organizzatrici, Marie-Lyne Smadja.

Guarda i video su Globalist.it

Influenza, al via la campagna per la vaccinazione

Sab, 10/20/2018 - 02:35

E’ partita pochi giorni fa e andrà avanti fino alla fine di dicembre la campagna per la vaccinazione antinfluenzale. I vaccini saranno disponibili sia nelle farmacie che negli studi dei medici di famiglia, al fine di garantire una copertura vaccinale il più ampia possibile: l’influenza e la polmonite sono classificate tra le prime 10 principali cause di morte in Italia, e per questo motivo raggiungere la copertura vaccinale della popolazione fissato al 75% dal Ministero della Salute rimane un obiettivo prioritario.

Gratuito per le categorie a rischio

Il vaccino sarà gratuito per anziani e malati cronici, ma anche per i familiari di soggetti fragili o immunodepressi, ovvero per tutte quelle persone a rischio di maggiori complicazioni in caso di contagio. “La vaccinazione contro i virus influenzali è raccomandata soprattutto alle categorie a rischio come anziani e malati cronici, per le quali è gratuita – spiega Tommasa Maio, responsabile dell’area vaccini della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) -. Va però ricordato che è gratuita anche per altre categorie sensibili quali, ad esempio, i familiari di soggetti fragili o immunodepressi”.

Malattia da non sottovalutare

Marco Bacchini, presidente di Federfarma Verona, spiega che “l’influenza è una malattia respiratoria che si manifesta in forme di diversa gravità e non può essere sottovalutata perché può avere conseguenze anche molto gravi” e che la vaccinazione è l’arma più efficace per tutti i soggetti di qualsiasi età (salvo precise indicazioni mediche) e che quindi tutti i cittadini, anche quelli che non hanno diritto alla vaccinazione gratuita perché non rientrano nelle fasce di “soggetti a rischio”, possono acquistare il vaccino dietro presentazione di ricetta medica in farmacia, dove possono ricevere le informazioni necessarie. E precisa infine che, non potendo prevedere quando avverranno i picchi di massimo contagio, sarebbe bene vaccinarsi il prima possibile perché la protezione indotta dal vaccino si attiva dopo un paio di settimane dalla sua somministrazione.

Barriera per sé e per gli altri

Vaccinarsi significa non solo interrompere il contagio per se stessi, spiega Bacchini, ma anche fungere da “barriera” per gli altri – colleghi, amici, parenti – e “soprattutto per coloro che per motivi di salute non possono vaccinarsi e che godono quindi indirettamente della protezione vaccinale messa in atto dai cittadini sani”.  Per quanto riguarda i bambini, spiega Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, “la decisione può essere condivisa con il pediatra. Non si deve però dimenticare che, vivendo spesso in comunità differenti, la vaccinazione rappresenta non solo uno strumento di protezione, ma una barriera contro la diffusione del virus influenzale”.

La previsione

La scorsa stagione influenzale con 8 milioni e 677mila casi e 160 decessi (numero triplicato rispetto alla stagione influenzale precedente, ovvero 2016-2017) è stata la peggiore degli ultimi 15 anni. Secondo le previsioni la stagione influenzale che sta per iniziare dovrebbe essere di intensità media, 4-5 milioni di casi oltre agli 8-10 milioni dovuti a forme derivanti da altri virus respiratori, le cosiddette sindromi simil-influenzali.

Gli antibiotici non servono

In attesa dell’arrivo dei primi casi di influenza (il monitoraggio InfluNet è stato attivato lo scorso 15 ottobre), qualche informazione in più sull’influenza può aiutare a gestire meglio la malattia. Come spiegano i medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, l’influenza è la malattia invernale più diffusa. Si manifesta solitamente tra dicembre e marzo, il periodo di incubazione è in media di 2 giorni e la durata di circa 5 – 7 giorni, anche se stanchezza e malessere possono permanere per oltre due settimane dopo la guarigione. Per la cura di questa malattia i farmaci da utilizzare sono quelli cosiddetti “sintomatici”, ovvero gli antipiretici e gli antinfiammatori (paracetamolo e ibuprofene) che servono per ridurre l’alterazione delle temperatura corporea e rendere più sopportabili i dolori alla testa (cefalea) e a livello osteo-muscolare. L’uso degli antibiotici, invece, va riservato solo in presenza di complicanze batteriche, e dietro consiglio e monitoraggio del proprio medico curante.

Gli errori da evitare nella dieta vegana

Sab, 10/20/2018 - 02:25

Quali sono gli errori più comuni che si commettono scegliendo un regime alimentare vegano? People for Planet torna a intervistare la Dottoressa Chiara Di Gianvittorio, nutrizionista.
In una dieta vegana bisogna fare attenzione alle possibili carenze di nutrimenti e bisogna sapere che non è una dieta adatta a tutti.

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Si può volare con aerei 100% elettrici?

Ven, 10/19/2018 - 02:47

A giugno 2018, a Oslo, il ministro dei Trasporti norvegese Ketil Solvik-Olsen è salito a bordo di Alpha Electro G2, un piccolo aereo monomotore 100% elettrico, realizzato dall’azienda slovena Pipistrel.

Il volo dimostrativo è durato pochi minuti ma l’idea del governo della Norvegia è di “elettrificare” i trasporti aerei locali, quelli di corto-medio raggio (cioè poche centinaia di km) entro il 2040, iniziando l’introduzione dei primi modelli già dal 2025. Si tratterà di aerei piccoli, con una capienza di 20 passeggeri.

“Sia Boeing che Airbus stanno pensando ad aerei elettrici che potranno far viaggiare 50-100 passeggeri per un migliaio di chilometri intorno al 2030.” scrive Qualenergia.it.

Qualche dato tecnico sull’aereo utilizzato per la dimostrazione: motore da 50 kilowatt abbinato a una batteria da 21 kWh, praticamente l’allestimento di una normale auto utilitaria full electric. 130 km (o un’ora) di autonomia in volo. Il velivolo è piccolo, 350 kg di peso e soli due posti, ma è il primo passo… Non bisogna dimenticare che la Norvegia è il Paese del mondo con più auto elettriche.

Scrive Rinnovabili.it: “I vantaggi di un passaggio dell’aviazione civile a motori elettrici non sono soltanto climatici: si dimezzerebbe l’inquinamento acustico e si abbasserebbero i costi operativi, con conseguente riduzione del prezzo dei biglietti.”

Fonti:

https://www.qualenergia.it/articoli/la-norvegia-e-il-primo-paese-a-scommettere-sullaereo-elettrico/
https://motori.corriere.it/motori/anteprime/18_giugno_20/dopo-addio-carburanti-norvegia-testa-anche-aerei-elettrici-91a76dc6-749d-11e8-81dd-83d63cdbe41e.shtml
http://www.rinnovabili.it/mobilita/norvegia-aerei-elettrici-voli-interni-333/


Immagine:
disegno di Armando Tondo

A Napoli la grande notte dell’Hack Night Museum

Ven, 10/19/2018 - 02:27
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Per maggiori informazioni sull’iniziativa clicca qui

 

“Dietro gli incendi di Milano, tutto un sistema sbagliato”

Ven, 10/19/2018 - 02:11

Troppa burocrazia, troppa ideologia del riciclo, pochi controlli e pochi fondi. E una stupida guerra ai termovalorizzatori.

Da domenica 14 ottobre, la capitale europea d’Italia è ammantata da una coltre fitta e puzzolente, a causa di due incendi scoppiati in impianti di gestione dei rifiuti, e forse il fatto che colpisce di più è che i giornali ne abbiano parlato poco e in ritardo. Solo mercoledì c’è stata una certa reazione, a seguito dell’ondata di indignazione social. Una tranquillità perseguita anche dalla politica: sebbene i dati sulla diossina non siano ancora disponibili, Arpa e sindaco hanno subito e più volte tranquillizzato sulla non tossicità dei fumi, mentre le indagini proseguono per accertare il dolo di questi atti. Ma che di dolo si tratti, pare una formalità. La Lombardia è la nuova terra dei fuochi, ha detto il ministro dell’Ambiente. Una ventina i roghi a depositi di rifiuti o centri di smaltimento nella regione negli ultimi mesi, contro un centinaio in tutta Italia nell’ultimo anno, secondo quanto ha calcolato Il Sole 24 Ore.

“L’ipotesi più realistica per giustificare questi episodi è che quando il gestore di un deposito di rifiuti si sente sotto il tiro degli investigatori, appicchi un incendio per far sparire le prove. Magari sono scadute le autorizzazioni, magari ha stoccato tanti rifiuti pericolosi e non poteva farlo. Ecco che il metodo più veloce per tutelarsi è appiccare un incendio”, mi dice Carlo Ruga Riva, docente di diritto penale ambientale all’Università Bicocca di Milano. È un’ipotesi, ma sembra molto accreditata. “Questi centri di stoccaggio hanno dei sistemi di sicurezza all’avanguardia che riescono a impedire il propagarsi di un eventuale incendio. Se questo invece divampa con la forza che abbiamo visto, per giorni, è verosimile che qualcuno non abbia volutamente rispettato le regole per la gestione e l’impiantistica. Se l’incendio è doloso è perché si eludono i sistemi di sicurezza”, rincara Riccardo Beltramo, docente di Management all’università di Torino ed esperto di sistemi sostenibili nella gestione dei rifiuti.

Quando un privato decide di gestire un’attività di stoccaggio o smaltimento dei rifiuti, deve avere un’autorizzazione dalla provincia, che si rilascia secondo precise garanzie, anche economiche, con una fideiussione bancaria, per esempio per rimettere a posto un’area che dovesse aver subito dei danni ambientali a causa di una eventuale cattiva gestione.

“Potrebbe quindi essere che la fideiussione sia scaduta, o che non sia più valida, e se i titolari capiscono di essere osservati, danno fuoco a tutto, perché così è più difficile dimostrare quanto e cosa c’era”, continua Ruga Riva. La soluzione? “Si potrebbe iniziare sveltendo la burocrazia ad esempio, rendendo meno oneroso in termini di tempo e denaro avere un’autorizzazione. In questo modo si renderebbe più facile e più economico gestire i rifiuti, si faciliterebbe il compito di chi lavora onestamente. Si potrebbe anche agevolare fiscalmente chi lavora bene. Lo smaltimento legale costa molto di più di quello illegale: se si livella questa differenza, diminuisce la tentazione di trovare scorciatoie”.

In più, Arpa e provincia “notoriamente non hanno grandi risorse ed è anche probabile che i controlli non siano cosi frequenti o strutturati”, osserva Ruga Riva.

Tra l’altro, che si appicchi un incendio alla carta o alla plastica, e che dunque ci sia una differenza notevole nelle emissioni inquinanti, non cambia di molto la pena quando si accerta il dolo: “Il tipo di inquinante rilasciato non modifica la tipologia di reato, c’è solo un aggravante in caso di rifiuti pericolosi, ma che non incide molto sulla pena”.

Ma la questione è anche un’altra. “Stiamo raccogliendo i frutti criminali di determinati approcci politici e ideologici. C’è stata e c’è una sorta di isteria collettiva a fare la raccolta differenziata, a riciclare tutto, che ha portato a una stortura della gestione dei rifiuti. Si spinge il cittadino a separare e raccogliere e il risultato è che si sposta il problema, perché l’industria non è pronta, offre ancora imballaggi troppo misti, il cittadino nel dubbio ricicla tutto e più aumenta la raccolta differenziata, più aumentano le componenti non riciclabili. Finché dalla Cina si prendevano i materiali misti che noi scartavamo, andava tutto sommato bene. Ora che la Cina ha chiuso le frontiere a questi materiali, i nodi vengono al pettine. Numerosi consorzi che si occupano di riciclo hanno grandi quantità di scarto di difficile collocazione. La Lombardia è un piccolo regno di 10 milioni di abitanti, e quantità mostruose di rifiuti. Gli sbocchi sono in difficoltà, gli impianti saturi. Quello che noi separiamo alla fine viaggia da un impianto all’altro su gomma, con enorme impatto e poi magari finisce in discarica. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo. Ma finché non si cambia sistema produttivo – cosa molto complessa e forse neanche la priorità nelle tematiche ambientali – il problema rientrerà dalla finestra”, ci spiega Mario Grosso, docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano.

Quali sono, tra l’altro, queste priorità? “La nostra priorità ambientale oggi è il cambiamento climatico. Basta vedere l’ultimo rapporto dell’Ipcc: la priorità sono i cambiamenti climatici. E su questo la gestione dei rifiuti impatta solo per un 2%. E’ importante, ma non quanto la gestione delle emissioni veicolari, che pesano tra il 25 e il 30 per cento. Ed è il trend che spaventa di più: più o meno tutti i settori inquinanti scendono come previsto dalle strategie internazionali: l’unico settore che resta fuori controllo è quello dei trasporti”.

Tornando alla questione incendi e rifiuti, in definitiva il paradosso è che ci si pulisce la bocca con le percentuali di differenziata raggiunte da un Comune, mentre poi questi materiali viaggiano da una regione all’altra, su gomma, per finire negli inceneritori dopo aver largamente impattato: “Quindi si chiede ai cittadini di differenziare, per alimentare un sistema che alla fine probabilmente inquina di più, oltre a portare i problemi che sta vivendo Milano. In parallelo, i termo-valorizzatori, che una certa politica ha voluto inquadrare come il Male, restano a secco e devono importare – sempre su gomma – rifiuti dalle altre regioni o nazioni, in special modo proprio le plastiche miste, che, producendo molto calore, rendono al massimo. E attenzione: il termo-valorizzatore produce energia, mentre ha filtri d’abbattimento innovativi dal punto di vista delle emissioni, al contrario ad esempio dei filtri delle auto”, aggiunge Beltramo. “Inoltre dal residuo della combustione, nei termo-valorizzatori si recuperano metalli altrimenti impossibili da riciclare. L’incenerimento può essere una forma di recupero, di riciclo. Ma per motivi ideologici si è stabilito – al di là della realtà – cosa sia il bene e cosa il male. Così si è creato un nuovo problema”, aggiunge Grosso. Mentre, da ultimo, la popolazione fa resistenza alla costruzione di nuovi termo-valorizzatori. “Copenhagen ha costruito recentemente un termo-valorizzatore dentro la città – racconta Ruga Riva -, lo ha ricoperto di verde e fornito di una palestra di arrampicata e un’area verde dove i danesi fanno le passeggiate. Da noi le opposizioni acutizzano il fenomeno nimby, o “non-lo-voglio-vicino-a-me”, e un certo tipo di comunicazione aiuterebbe il cambiamento”.

Fonte immagine: IlCambiamento.it

Angola: le cacciatrici di mine del “100 Women in Demining Project”

Gio, 10/18/2018 - 02:55

Era il 1997 quando Lady Diana venne fotografata, con elmetto e giubbotto antiproiettile, mentre camminava in un campo minato appena bonificato. Si trovava in Angola, nell’Africa meridionale, uno dei Paesi al mondo con il sottosuolo più ricco di ordigni inesplosi.
Le immagini fecero il giro del pianeta e contribuirono ad attirare l’attenzione pubblica su una delle conseguenze più tragiche della guerra civile che sconvolse il Paese per quasi trent’anni. E che diede all’Angola il triste primato di avere la più alta percentuale di persone amputate al mondo. Dati alla mano, come spiegò alla BBC la principessa del Galles, una persona su 333 senza più un arto.
Da quando il conflitto è finito, nel 2002, si stima siano 80.000 le persone rimaste ferite in Angola dalle mine antiuomo. The HALO Trust, la più grande organizzazione umanitaria del mondo dedicata allo sminamento, dal 1994 a oggi ha distrutto 95.000 ordigni nel Paese, bonificando oltre 840 campi minati grazie all’impegno del personale impiegato localmente.
L’obiettivo? Rendere l’Angola un Paese libero dalle mine entro il 2025…

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Second Hand Economy, l’economia dell’usato

Gio, 10/18/2018 - 02:54

Quanto vale il mercato dell’usato? Nel 2017 il 48% degli italiani ha comprato e/o venduto un prodotto usato, per un giro di affari di 21 miliardi di euro. Scopriamo tutti i segreti “dell’economia della seconda mano”, l’ultimo anello dell’economia circolare.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

Incarcerate i senzatetto!

Gio, 10/18/2018 - 02:11

La polizia ungherese da alcuni giorni sta dando la caccia ai senzatetto che dormono nei sottopassaggi e nei parchi per applicare la legge che sanziona chi vive senza fissa dimora nei luoghi pubblici. Il parlamento ungherese, su proposta del governo presieduto da Viktor Mihàli Orbàn ha fatto inserire anche nella Costituzione una norma in base alla quale i poliziotti devono intimare ai barboni – circa 30 mila nella sola Budapest – di allontanarsi da dove sono. Dopo il terzo avvertimento scatta l’incarcerazione. I beni – coperte, sacchi a pelo, borse – sono bruciati o distrutti. A meno che gli homeless siano in grado di pagare una forte multa che, naturalmente, non sono in grado di pagare.
Attila Fulop, segretario di Stato ungherese per gli Affari Sociali, ha dichiarato alle agenzie di stampa che “l’obiettivo è assicurare che i senzatetto spariscano dalle strade e che i cittadini possano fare uso dello spazio pubblico”.
Secondo il governo ungherese tutti i senzatetto dovrebbero trovare riparo nei rifugi statali ma secondo le organizzazioni umanitarie i posti disponibili in Ungheria sono in tutto solo 11.000 contro i 30.000 homeless della sola capitale.
Questa nuova iniziativa segue le precedenti del governo ungherese contro i migranti, le ONG e la repressione degli organi di informazione indipendenti.
Il governo Orbàn è stato sanzionato a settembre dal Parlamento europeo che ha votato a favore di un’azione contro Budapest “per il rischio evidente di minaccia ai valori dell’Unione europea“.
Nel giugno scorso, quando questa legge ora diventata operativa era stata approvata, l’esperta delle Nazioni Unite per lo housing, Leilani Farha, aveva definito la legge “crudele e incompatibile con le norme e gli accordi internazionali per i diritti umani”.
Ricordiamo che il governo Orbàn gode di simpatie anche al di fuori del proprio Paese, in particolare in alcuni ambienti politici italiani.

 

Fonte immagine: TheOrangeFiles

Un viaggio nei comuni virtuosi

Mer, 10/17/2018 - 02:52

Raccontare è (anche) riuscire a dare speranza, far sognare, coinvolgere
Documentare delle esperienze di buon governo è la sfida che ci piacerebbe vincere: il contesto in cui nascono e prendono forma, l’energia che sprigionano, l’azionariato diffuso degli agenti del cambiamento.
Testimoniare pratiche virtuose è un modo per raccontare il nostro Paese, o perlomeno parte di esso, un modo per condividere le buone notizie camminando verso un futuro più sostenibile.
Ecco allora un documentario che testimonia il buon governo. Non importa di quale colore politico sia l’amministrazione, o l’area geografica di appartenenza, importa solo l’impegno e l’ingegno delle persone che danno vita ad un’alchimia sociale in grado di modificare il corso della storia di quella comunità locale.

L’idea è quella di raccontare le storie nella forma di un viaggio
A velocità sostenibile, ponendo attenzione al paesaggio sia naturale che antropologico. Verrà tracciata un’ideale itinerario delle comunità virtuose.
Il film racconterà le storie in modo autentico, cercando di mettere in luce le buone pratiche, tracciando la via di un’Italia poco raccontata, che difficilmente fa notizia, ma che è il vero motore del nostro paese.

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Cosa diavolo è Skoby Skin?

Mer, 10/17/2018 - 02:49

Seconda puntata del nostro viaggio all’interno di Biologic, il primo FabLab del Sud Italia. Questa volta scopriamo “Scoby Skin”, un tessuto di cellulosa estratta dal tè Kombucha, fatto fermentare da batteri e lieviti. Quello che si ottiene è un tessuto 100% naturale. Un’altra bella invenzione italiana!

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