Piedigrotta: nella grotta a mani e piedi - di Mimmo Grasso

Prima di leggere questo interessante articolo, per i digiuni di tradizioni popolari partenopee, ecco un accenno storico da Wikipedia:

 

Piedigrotta è una zona della città di Napoli, nel quartiere Chiaia, situata fra via Francesco Caracciolo e la stazione ferroviaria di Mergellina.

Deve il suo nome ad una galleria scavata nella collina di Posillipo: la "Grotta di Pozzuoli"( detta anche di Virgilio, o, appunto, di Posillipo). In tale grotta, in epoca antica, venivano officiati riti sacri in onore di Cibele e di Partenope intorno all'equinozio di autunno. In seguito si aggiunse anche la celebrazione in memoria del poeta Virgilio, sepolto nelle vicinanze. Infine, dal XIV secolo tali riti furono sostituiti da una festa in onore della Madonna di Piedigrotta.

La festa visse il suo massimo splendore fra la fine del 1800 e la seconda metà del 1900Festival della canzone napoletana. Fu soppressa negli anni Sessanta del XX secolo per motivi di ordine pubblico.
La festa di Piedigrotta era solitamente chiusa dai
quando divenne vetrina della musica partenopea in concomitanza col fuochi a mare, uno spettacolo pirotecnico con fuochi d'artificio sparati da barche ormeggiate nel golfo di Napoli.

 

Ed ora, l'articolo di Mimmo!

 

Il presidente Napolitano ha recentemente esortato i partenopei a ritrovare l’orgoglio di Napoli. La circostanza, una specie di  “sincronicità” iunghiana , vuole che quest’anno coincidano il trentennale della morte di Francesco  Cangiullo e, dopo decenni di dimenticatoio,  un nuovo  start di Piedigrotta, la festa che è Napoli in festa, quando Napoli porta in spalla se stessa, exultante arcaica fuyente, ripetendo la danza delle gru che Teseo fondò a Delo e che i tammorrari eseguono  tradizionalmente -ma senza averne più memoria. La danza delle gru (uccello migratore, inciso sullo scudo di Teseo e simbolo degli astronomi egizi) è la danza dei pianeti e si sa che vari elementi astrali caratterizzano Piedigrotta , che in questa circostanza-coincidenza si eleva a Costellazione. “Delo”, altresì,  deriva da  “deloo”, “appaio”, “mi manifesto”. Manifestare è la “festa dei Mani”, divinità infere.. Delo era altresì  isola sacra ad Apollo, dio della luce-sole, l’a-pollon, il non-molti (unico), come solare è il Mitra della cripta neapolitana. Con i   paramenti ritraici  è possibile, analogicamente, cucire il costume di Pulcinella  la cui maschera da corax (corvo)   rappresenta, come per i pitagorici, l’ acusmatico grezzo, l’ascoltatore da sgrossare, cioè il primo livello della gerarchia mitraica (erano previsti sette gradi che per i più curiosi elenchiamo: corvo,sposo, soldato, leone, persiano, messaggero del sole, padre).

Come si verifica vivendo, non è possibile scindere l’elemento apollineo ( la conoscenza) da quello dionisiaco (l’ “inconoscenza”, neologismo che definirei come stato originario del non-ancora-già conoscibile). Ambedue i temperamenti si intrecciano serpentini e “festosi”,  con torsioni e riti liberatori, vale a dire con comportamenti espressivi “originari”  codificati ma informali rispetto a quelli quotidiani. “Festa”: dal  sanscrito ”Vastya” (casa, abitazione), da cui il greco “Estiào” (banchetto, accolgo ospitalmente) da cui ancora “Fèstia” (focolare della casa). E’ implicito dunque in Piedigrotta un tornare ai lari. Le luminarie e i giochi pirotecnici (artificiali, cioè fatti ad arte, con un’intenzione)   hanno questa funzione di  richiamo.  “Piedigrotta” reca inoltre in sé il movimento nell’oscurità:  la danza (piedi) e la grotta , proprio quella del viaggio iniziatico  di Benino sul presepe,  col suo sonno e il suo “Oh!” di meraviglia davanti all’ antro del parto, dimora del “piccolo uomo nuovo”, homunculus aureo,solare. I carri di quest’anno  sono allegoria di un gran tour verso le proprie origini future. Osservati in prospettiva,  tutti i personaggi  che partecipano “appaiono” pastori di un presepe infero, come infero (sorpresa ironica e sghignazzante) è il pulcinella (Pulcinella)  che esce dall’Uovo (uovo); infera è la fiamma del Vesuvio,  simile a quelle in cui si agitano le Anime Sante del Purgatorio in rilievo nelle edicole dei vicoli. Di più: è lei stessa, la fiamma, un’anima santa del purgatorio che cerca arrifrisco.

Napoli è una città per iniziati. Tre icone mi chiedono di entrare in gioco, esse stesse allegorie delle strutture inconoscibili e profonde della città e di Piedigrotta: la prima è conservata alla cappella universitaria e rappresenta una Maria popolare e pacchiana  nel gesto di  allattare. La seconda è a San Pietro in Vincoli, dai cui orti fu creata piazza Garibaldi, e consiste in un bassorilievo raffigurante Maria in trono che allatta i dannati del purgatorio (ecco una  variante della Madonna di Piedigrotta).

 

La terza è la fontana Spinacorona, nei pressi dell’Università Centrale, straordinariamente carica di significati: è Partenope, la donna-uccello ( e l’uccello  ascende al cielo)  perché è noto che le sirene, prima di essere raffigurate come donne-pesce (bilogica della percezione) lo erano come donne-uccello (p.es. le arpie). La bilogica della mente anfibia tra sogno e ragione e le reciproche contaminazioni di ambedue i metodi convergono in Piedigrotta e nel capovolgimento (o dilatazione)  di senso che essa produce:  dall’uovo nasce il pulcino, ovvio. Ma,  superlativamente,  piedi-grottescamente, dall’ Uovo nasce il Pulcino. Piedigrotta è danza, riguarda i piedi e le mani alzate al cielo a scuotere cimbali, modulando e imitando i terremoti. Sto pensando a Chinua Achebe, ad “Attento fratello in soul” , testamento del patrimonio “pedestre” della danza yoruba.

Durante la festa i riferimenti a Virgilio e alla tradizione medievale popolare che lo  utilizza sono impliciti  anche se mai apertamente dichiarati, quasi tabù.; viene regolarmente obliquato, gobbuto come Pulcinella, Giacomo Leopardi, ospite senza fissa dimora del sito antistante la Cripta.. Eh già, perché Giacomo appare ai napoletani abbastanza seccia e scassambrelle. Il suo rapporto con Napoli fu sempre (ma aveva ragione) polemico e fustigante.  Se lo evochiamo corriamo il rischio che componga col linguaggio d’oggi (in queste cose era  bravo, c’è poco da discutere)  una satira con versi come quelli de “I Nuovi Credenti” (1835), versi che, se non conoscessimo il titolo e l’occasione per la quale furono scritti,  andrebbero benissimo per Piedigrotta:”…S’arma Napoli a gara alla difesa/ De’ maccheroni suoi: ch’ai maccheroni/ Anteposto il morir, troppo le pesa…Che dirò delle triglie e delle alici?/ Qual puoi bramar felicità più vera/ Che far d’ostriche scempio infra gli amici?...” -salvo poi, il buon Giacomo, tornare tardissimo a casa e pretendere dall’assonnata servitù di  Ranieri na scarafea ‘e maccarune. Non elenchiamo -chè il popolo di allora,  sollazzato solo a Piedigrotta e che sta controllando ciò che scrivo, si solleverebbe e mi farebbe una mazziata-  la lista dei 49 piatti per il cuoco Pasquale Ignarra riservati a Giacomo. Quello che dirò adesso c’entra poco con Piedigrotta ma è un atto dovuto a questo straordinario giovane e, poi, si tratta comunque di entrare in una grotta, un’officina linguistica e storica e simbolica.  Volete sapere perché l’autore de L’infinito (il testo di poesia più bello e complesso mai concepito) fu un rivoluzionario? Prendete una qualsiasi antologia scolastica e leggete quello che scrivevano i suoi contemporanei: Odi e Mongolfiere, Inni Sacri, Grazie e Luigie Pallavicine che, stupidotte, si ostinano a cadere da cavallo (  significativamente Foscolo è l’unico  poeta  dell’epoca  mai citato da Leopardi). Poi arrivate a Giacomo  e che ci trovate? Guaglioni, pacchianelle, passerotti, fabbri, carrettieri, gente puzzolente, analfabeta, che non aveva mai avuto diritto di cittadinanza letteraria in anni in cui l’italiano era come il latino. Insomma, tutti sparavano alto, classicheggiavano, scrivevano (300 copie di un libro erano un successo internazionale) per i potenti. Giacomo no, guarda alla terra, ai poveri, al (diciamolo) popolo lavoratore. Come a Mozart, gli toccò una “morte popolare” nella mattanza del colera. Va bene. Ma come fa il Giacomino quest’operazione?  Nella forma più classica possibile, con l’idillio. In gamba, no?  Leopardi appariva alla cultura napoletana  ultramoderno , saccente,  bizzarro e sprovveduto ( il poveretto ebbe un “pacco”  da un tipografo napoletano e dovette firmare un bel po’ di cambiali). Non ho elementi per dirvi come era visto Giacomo dal popolo il cui atteggiamento nei confronti di Virgilio è diverso perché  è ‘o nuosto, ha fatto ‘o bbene, certamente giocava al lotto,  non è un razionalista come Leopardi, che si capisce solo lui,  ma un mago, uno che se vuole può, un sanzano  tra il mondo di qui e quello di lì. Sennò, scusate, perché anche  Dante lo scelse come intermediario? E, poi, era un femminiello, dunque porta fortuna, era come i coribanti, sacerdoti della  Grande Madre, che si tagliavano gli attributi. Ancora oggi alla candelora i femminielli organizzano gite di gruppo a Montevergine (monte di Virgilio, complesso montuoso del Partenio -ed è appena il caso di ricordare che “verginella”, come era chiamato affettuosamente Virgilio, è in lingua greca “Parthenias”, Partenope).

Anche quest’anno, comunque, Virgilio, sepolto, secondo un’antichissima tradizione, a Piedigrotta, in un luogo di culto  originariamente riservato a Cibele,  c’è senza esserci, come il trucco (il mago, appunto) suggerito sullo stesso carro dove sono stati collocati l’ Uovo e Castel dell’Ovo. Ohibò: e se Pulcinella  stesse sugli spalti del suo guscio a difendere il vuoto? Se, paguro, si fosse messo lì per occupare il vuoto del cosmo?

L’occasione di Piedigrotta 2007  certamente ha richiesto un colossale sforzo dai parte delle istituzioni e rappresenta  un investimento molto serio sul futuro e sull’identità partenopea, vale a dire  sui comportamenti sociali. E’ da eventi come questi che una comunità può riappropriarsi del senso del proprio essere nel mondo e, di conseguenza, modulare i propri comportamenti secondo gli standard di dignità e di etica che le assegna il ruolo storico.

Sia ribadito che, dopo Atene, Napoli è  stata la seconda città dell’occidente a promuovere civiltà e saperi raggiungendo vette insuperate nella storia umana col “nostro”  Federico II.

La cripta neapolitana è il luogo comune di Napoli, quello che farebbe la felicità di  un archeologo dei simboli. Vi confido di aver compreso, io che mi presumo razionalista e scientista, l’aura misteriosa  della cripta quando il 21 dicembre 2006, solstizio d’inverno, ci sono stato con alcune classi della scuola elementare Cimarosa, di Posillipo. Avevamo fatto un laboratorio di linguaggi e, poiché - sono l’ unico a farlo-  mi reco ogni anno in visita da Virgilio e Leopardi portando con me un ramo di quercia che vado apposta a prelevare a Cuma, ho invitato i bambini. Cos’è successo di tanto misterioso? Che i bambini si sono seduti spontaneamente ai piedi della colonna che ricorda Leopardi e, tutti insieme, d’istinto, hanno recitato a cantilena L’Infinito. Ho avuto l’impressione che Giacomo li reggesse in braccio mentre un improvviso mulinello di vento arrollava le foglie nell’angolo dov’è un bassorilievo della fenice. Mah. Misture e Misteri di Napoli. Con loro ho ripetuto l’ arcaico rito del sale e del fuoco e per  loro mi sono trasformato in aruspice aprendo a caso, per ognuno, l’Eneide e leggendone due versi, come si faceva duemila anni fa. Ecco: forse è questa la Piedigrotta silenziosa e taciuta, quella tabù.

Penso che è molto  importante per l’orgoglio di Napoli che, grazie a Geppino Cilento e Vittorio Avella, la città si riappropri dell’intelligenza di un suo illustre figlio, Cangiullo, autore di molti lavori futuristi sulla Piedigrotta (e anche questo è un fatto misterioso, una

“sincronicità” pilotata da qualche cabalista o  futurista   -qui nel senso  “che prevede il futuro”). E’ significativo che Cangiullo chiuda  la parata dei carri e nel contempo si ponga, cangiullando, come mossiere  di un giro al contrario intorno ad essi, quasi cocchiere dei due splendidi (furenti)  cavalli che l’abilità di Claudio Cuomo fa impennare sulle onde di Poseidone con nitriti di bronzo e sotto il cui zoccolo la terra trema.

“Settembre” è già locuzione che trema. Il  settesettembre chi si troverà a piazza Municipio ascolterà nitrato d’argento nelle gole lunari e scalpitare con scintille d’ossidiana i cavalli di bronzo di palazzo reale: vogliono andare anche loro a Mergellina trascinandosi dietro l’intera Biblioteca Nazionale e le voci “stucchiate” del San Carlo.

In questi due cavalli mi “appaiono”  i “polyfrastoi ippoi” di Parmenide, quelli che conducono il filosofo alla “verità” contro l’opinione. Ma sono cavalli di cartapesta e dunque chissà come sarà la vera “doxa”, il vero giudizio sulle cose.  Mentre penso questo vedo  che le poche decine di versi del maestro di Elea si colorano di luci strane, polyfrastiche, quasi che, sui carri,  Opinione e Verità si scambino i ruoli. Da qualche parte i cavalli mi conducono a una citazione che mi ronza nella mente:”… e il sorgere rosso quando la prima volta si deve mostrare la fronte ai cavalli del sole”. Sì, è lui, Giordano Bruno, e la citazione è dall’ Enigma e Paradigma che chiude il  De Umbris Idearum.. I carri dei maestri cartapestai nolani come Umbrarum  Ideae? Perché no? Anzi, certamente sì perché i realia sono simulacri di altre realtà. (finzioni, in fondo, e finzioni di finzioni perché l’essere ,se non “fingit” , entra in contatto col nulla , si sente meno di nulla e non confessa a se stesso che il vero giudizio è una finzione sia di giudizio che di verità, cartapesta  e luminarie da bambini che” finguntque futura” le proprie ombre.

Nel mese di maggio si è tenuto sul Vesuvio il Festival della Patafisica, ovvero la scienza delle soluzioni immaginarie. Già il sito, Il Fiume di Pietra,  era un carro allegorico naturale. A momenti ho temuto che la montagna avesse le ruote.

Ritengo che non ci sia manifestazione più patafisica di Piedigrotta e che Napoli può individuare il suo Dottor Faustroll in Raimondo di Sangro, inventore –tra l’altro- di un palco pieghevole e di una carrozza marittima. Chissà se lo hanno invitato alla conferenza stampa.

Si sa, inoltre, che in materia artistica i materiali sono elemento non secondario della comunicazione. Nel caso dei carri, apparati colossali,  machinae, appare il gioco, trionfante, della facciata di fuori e della verità di dentro; cioè si nasconde, messa in scena corale, una questione ontologica dell’essere e delle sue relazioni: le macchine sono così grandi, artificiosate, eppure così dense di leggerezza e destinate, già nascenti, al deperimento.

Il futuro a Napoli si compie prima che avvenga. E’ il senso del “memento” , pietra angolare in tutti i bivi. Forse Napoli ha  tante chiese perché uno possa, in qualsiasi momento e in qualsiasi posto della città si trovi, trovare accoglienza e salvazione dagli sbirri dell’essere, una pausa all’angoscia. All’angoscia, dico, non alla paura, perchè Napoli non ha paura. E’ la città più tollerante del pianeta. Ma Napoli si autocrocifigge per angoscia. Anche urbanisticamente è angosciata. Perché? Si ha paura di qualcosa che comunque si conosce, di qualcosa la cui esperienza è ripetibile, come l’essere azzannato dal molosso che adesso ringhia ai miei piedi, in una grotta che abbiamo voluto attraversare.  L’angoscia riguarda ciò che non si conosce e la cui esperienza non può essere ripetuta. La morte è angoscia; l’essere deperibili prima ancora del concepimento in  carne e ossa,  creati di  cartapesta, è l’ angoscia.

In tal senso il movimento “Arte nella natura” , che colloca i propri manufatti di materiali naturali in ambienti fisici all’aperto perché  durino  quanto gli elementi di cui sono fatti, non ha proprio nulla da insegnare a Napoli. Semmai può imparare qualcosa.

Ho visto i modellini dei carri al laboratorio di Vittorio Avella, invitato dal maestro tipografo Carmine Cervone che, ispirato dalle locandine di Cangiullo, ha composto (siamo in pieno ambiente alchemico: acidi, fibre, tinture, inchiostri, morsure, piombo).un unicum dell’arte tipografica, denso di “tipi”.  E’ stato un privilegio vedere i carri in divenire al Vico Freddo a Rua Catalana  mentre il torcoliere stampava  ombre a tiratura limitata. In quella strada anche le mura mostrano le cicatrici; il modo d’essere  del popolo (andateci, verificate) non è

cambiato rispetto al periodo in cui Boccaccio vi ambientò, nel Malpertugio, la storia di Andreuccio. Ed eccoli lì i prototipi: carri-immagini bonsai, origami dei sogni del Golem.

Immaginiamo di approdare nel golfo partenopeo durante la sfilata (stavo per scrivere “processione”): si ha l’impressione che ebbero gli antichi navigatori quando videro queste sponde come “terra dei giganti”. I carri, in fila,  rappresentano  l’intera linea di costa e chiunque può immaginare di sostituire gli elementi reali con i propri omologhi di cartapesta, “prelevare” i dati che vede sulla linea costiera  e vederseli restituiti, ingigantiti o rimpiccioliti, dalla propria immaginazione che, come si sa, usa forbici e colla e colori come i cartapestai. E’ il gioco che Carrol fa fare ad Alice. Eccolo lì il golfo che si esprime con una mirifica giostra-carillon le cui note e canzoni sono strumenti dal nome infernale di dèmoni: Scetavaiasse, Putipù, Triccabballacche, cortigiani di  Rumore, incoronato re per  una settimana,  allineati su quattro postazioni che, qui, non rinviano tanto ai quattro elementi quanto a quattro punti cardinali e alla possibilità di mischiare le carte. Tespi, il mazziere, raccatta per il loro utilizzo strati cultissimi e populareschi. Fate così: guardate la teoria di carri mentre muggiscono in paranza. Individuate i personaggi e i simboli raffigurati: I Cavalli,Le Onde, Pulcinella & l’ Uovo, Castel dell’Ovo, La Sirena, I Guarracini, L’Arcimboldo Musico, il Taluorno Tammorraro, Il cappello di Totò, il Papillon di Totò, L’Arcobaleno, Il Vesuvio, La Fiamma, Il Girasole, La Cripta,  Viviani, La Cuccagnata, Cangiullo.

Ognuno può  creare così la propria personale  serie  dei “Tarocchi di Piedigrotta”. Ognuno può, con questi “Carri dei destini incrociati”, inventarsi ennestorie.

Ci ho giocato per due ore. Mi è venuto fuori qualcosa tipo la favola di Cappuccetto Rosso riscritta da Queneau. Ci ho anche elaborato un quadrato latino, alla maniera di Arnaldo Daniello. Potrei, per esagerare, scrivere coi piedi, grottescamente, una retrogradatio cruciata ma ora devo finire: Carmine Cervone, mi ha assegnato tutto lo spazio che voglio ma non voglio tutto lo spazio del libello che Alberto D’Angelo editerà. Mi auguro, comunque, che questi carri facciano la loro bella figura anche al Carnevale di Rio.

Finisco adesso con un testo già in bozza, destinato alle incisioni di Manuel Cargaleiro, portoghese  molto vicino ai colori di Piedigrotta. In questo testo, credo, ci sono molte delle cose che ho registrato dai soliloqui della mia memoria. Come accade agli smemorati, lei parla da sola su una panchina a Mergellina e tiene compagnia ai suonatori ciechi di Viviani. Lo stravizio  filologico mi impone, lettore, di precisare che “pupazzi” ha a che vedere con “pupa”, ovvero “crisalide”, e rappresenta -voilà la rêve- la trasmigrazione dell’anima da un corpo a un altro. A Piedigrotta, come sai, il cielo si addensa di nembi d’anime col piombo ai piedi e che si buttano dove càpita per liberarsi. Anche dentro di te. Perciò, porta l’ombrello o riparati sotto l’arcobaleno o la volta di una luminaria.

Vieni, memoria, ora ti riaccompagno per mano a casa”.

Si alza, acquiescente e, quasi, devota.  Bisbiglia di un tale Raffaele Raimondo che, se ho capito bene, era di Torre del Greco, un maestro corallaro che creò luminarie d’incanto a Piazza Vittoria. Dice (ma lo dice a se stessa) che “il Castel dell’Ovo si incendia perché…“.

- “Già: perché si incendia il Castello? Puoi dirlo anche a me?”.  

- “Perché il capitano della fortezza, il conte del Castrillo, voleva dimostrare che il castello era prendibile dai francesi via mare e organizzò una prova generale d’assalto con fuochi artificiali della premiata ditta Giuseppe Dell’Orca, torrese”.

Ah, ecco perché. E’  una storia vera e dunque  patafisica anche questa.Comunque, memoria, non me la dai a bere. Ci sono troppe coincidenze: un capitano della fortezza che si chiama Castrillo (in spagnolo: castello fortificato), una ditta di fuochi d’artificio che viene da Torre e che si chiama Orca…Mah. Comunque verificherò, non si sa mai. Ecco il testo per Manuel:

 

è il solstizio d’estate. lo specchio

è un po’ opaco di polvere.

a somma vesuviana  questa notte

accendono lucerne con l’olio di quattro anni

e si suona il tamburo fuori mura.

sistemano pupazzi sulle porte di casa.

 

a piedigrotta mitra illumina il taciuto di maria.

 

è il solstizio d’estate. il sole cambia

posizione sull’asse e dimentica sempre

negli specchi la polvere

 


 

                                                                                  Mimmo Grasso

 


 

 


 

ecco un secondo articolo arrivato in redazione:

 

‘A festa nasce e more ccà.

Le discussioni sull’opportunità o meno di far risorgere da ceneri cimiteriali la fenice Piedigrotta significano che fare la piedigrotta  su Piedigrotta, il che è già un successo.Se non il linguaggio o le argomentazioni,  la mimica della dialettica è in fondo  uguale in tutte le “feste”, dalla sagra della cozza al  Palio di Siena. So poco della macchina organizzativa della festa e la immagino difficoltosissima, con qualcuno che certamente rimane da solo ad affrontare impedimenti   mentre  i “responsabili del procedimento”  cavillano o  si defilano o colgono l’occasione per qualche rivendicazione. Molti si saranno affacciati  per   “acchiappare” qualcosa. Ma questo è “normale” (prevedibile) e va gestito, sia alla sagra della cozza che al Palio di Siena. In termini economici non ho mai condiviso l’organizzazione di eventi in base al   “costa troppo/troppo poco” ma in base al  ritorno dell’investimento, cioè quanto danaro può girare  nel flusso complessivo grazie alla siringa iniziale  di capitale investito. Nel caso di Piedigrotta c’è un “plus”  non quantificabile in termini di costi/benefici

se non nel tempo, e a patto che la festa non sia episodica, e che consiste nel recupero di un’etica e dunque di comportamenti meno devastanti..

”Roberto De Simone , grande anche quando minimizza, ha indicato dalle colonne de “Il Mattino”  aspetti di Piedigrotta 2007  utilizzando come  incipit versi di Leopardi che anch’io  ho usato scrivendo di Piedigrotta per questo blog  e per l’editore de Ilfilodipartenope. Che significa ciò? Che c’è un atteggiamento tra satirico e sarcastico in entrambi, che sentiamo (laggiù , tra le crepe del dichiarato e del presunto)  questa festa come una parodia di quella originaria. Siamo, cioè, in dissonanza perché vorremmo l’ “origine”.  Ma, in fondo,  a Piedigrotta non ci si maschera, non si fa la parodia? E se quella attuale è parodia di una parodia, è una metaparodia. Il massimo. Giacomo De Simone sviluppa  gli elementi “grotteschi” (appunto)   di Piedigrotta 2007  immaginando, in maniera patafisica (e c’è chi ha già fatto una performance  del genere),  una parata di carri della nettezza urbana con banda e vigili in testa. Nella sua sequela “funesta” c’è in sottofondo   un Mozart solitario ed  inedito che raccoglie da terra le note del suo cembalo. Se Piedigrotta è, come dicono,  la mimesi esorcizzante del vissuto, Roberto ha ragione. Ma è anche vero che  per  organizzare una festa  come lui  la propone occorrerebbe che il popolo innanzitutto, coi suoi mast’ ‘e festa (maestri della festa)  se ce ne sono ancora, si attivasse, che elaborasse, da solo, la faccenda altrimenti anche la danza macabra di stampo medievale o la “grottitudine” alla Rabelais sarebbe una cosa imposta e proposta dall’alto e, paradossalmente, l’obiettivo contro il quale si mira  si trasformerebbe addirittura in qualcosa di positivo grazie alla sua rappresentazione, riconoscibilità e, in fondo,per l’ accettazione-rassegnazione che ne deriverebbe. So bene che nelle mani di Roberto  Piedigrotta  diventerebbe un’opera di valore elevatissimo. Ma, appunto, un’opera. E anche questo è paradossale perché il capocoreuta organizzerebbe una regìa, dunque un artificio,   e il popolo, quello di oggi,  al quale apparteneva la festa (sto usando il tempo passato, ma in itinere) ne resterebbe comunque escluso, resterebbe  merce, bue,  come  negli anni del fascismo o laurini (e di oggi).  Né è possibile evitare passerelle o l’ intercettare consensi elettorali. Ma già nell’antichità funzionava così –o no? Noi saremo redenti solo quando guarderemo il colosseo non più come uno stemma italico ma come un cesso nel quale la gente si ammazzava per tirare a campare. So anche che  molte  energie creative   napolegne non sono state coinvolte (clientela spicciola? Associazioni senza scopo di lucro  con obiettivi  elettorali? L’occasione per togliersi, da parte di molti,  “’e vriccille a ‘ int’ ‘e scarpe” ? Populismo?) ma  è saggio rinviare le discussioni a consuntivo, dopo aver verificato la risposta   della città.

Marino Niola, sempre su “Il Mattino” e in pari data  osserva le metamorfosi delle feste e delle tradizioni nei contesti industriali e nei successivi, suggerendo analogie con altri eventi meno nobilmente storici di Piedigrotta (Carnevale di Venezia, Notte della Taranta, ecc.)  posizionando la festa napoletana   in modo “giusto”, e cioè mutevole per la  dinamica delle relazioni  (che è poi il possibile cambiamento di senso e significato di ogni segno).

Ma non è, signori, che, per esempio, in  ossequio all’originarietà della tradizione della taranta dobbiamo allevare latrodecti tredecim guttati o far macerare tra gli stenti il popolo così ci dà una dimostrazione originale di archi isterici?

Leggendo De Simone e Niola mi sono trovato stretto in un’ellisse, tra due fuochi equidistanti dal centro, in una situazione “indecidibile”  perché  le ragioni di entrambi sono validissime. Ma il popolo, destinatario e futuro vecchio proprietario della festa,  che ne pensa?

Ho girovagato, ieri notte,  per Mergellina fermandomi ai chioschetti dei tarallari e  ho improvvisato qualche intervista  (“…e allora? ‘A facimmo o no ‘sta   Piere-rotta?”) e -da buon napoletano-  ho coinvolto nella discussione anche i passanti  organizzando un teatrino come quelli che si vedono spesso per le strade. La maggioranza degli “intervistati” era giovane e  conosceva  Piedigrotta solo perché il nonno gliene ha parlato. Alla fine dell’inchiesta,  mettendo in macchina 34 taralli e 9 birre, guardavo nello specchietto retrovisore le  luci dei chioschetti e  gli alberi di maestra delle barche illuminati come fossero  un riflesso della festa. Anche i miei interlocutori muovevano gli occhi verso l’alto, dentro un arcano specchietto retrovisore, come a intercettare  qualcosa che la memoria non riusciva a ricostruire, pezzetti di vetro da mettere insieme. Ho fatto loro vedere, archiviati  nella fotocamera del mio telefonino,  i modellini dei carri di quest’anno,  fatti dai maestri cartapestai di Nola. Li abbiamo discussi. Erano felici. Ma cosa cercavano coi loro occhi? Credo  la voglia di identità, di ritrovare  orgoglio e l’orgoglio nasce se c’è il consenso sociale, la stima degli altri (siamo in fondo  animali culturali),  se qualcuno ci dice “tu sei importante” o te lo fa capire, se ha delle attese verso di noi. E se c’è orgoglio ci sarà indignazione e se c’è indignazione c’è un sistema di valori e comportamenti, un’etica.

Ho fischiettato in macchina la bellissima melodia che, su testo di Raffaele Viviani,  Eugenio Bennato ha composto per Piedigrotta 2007,  A festa nasce e more ccà. Ovviamente non vedo l’ora di salire su un  carrozzone e caciarare con le paranze.

E io, in fondo, che voglio?  Che, calata dall’alto o nata dai bassi, Piedigrotta diventi per Napoli ciò che -infine- è diventata piazza del Plebiscito.